PETIZIONE: il senso del convegno del 13 maggio

Locandina-convegnoOgni convegno è un momento di studio e approfondimento su di un tema.

Questo convegno è un momento di approfondimento sul tema della petizione a cui si accompagna.

I problemi sul tappeto sono in parte evidenti, in parte “nascosti”. Quelli evidenti sono i problemi legati al fatto che ci sono bambini che vengono posti in famiglie affidatarie e crescono lì per tempi lunghi,  nei quali si affezionano ai membri della famiglia stessa e all’ambiente che li circonda (scuola, amici, vicini). Venire staccati dal mondo in cui vivono, e spesso molto bene, per essere spostati di famiglia è molto doloroso, per alcuni bimbi piccoli è il crollo del mondo nel quale avevano faticosamente riposto la loro fiducia, dopo essere stati tolti dai genitori che li maltrattavano o non li curavano. Dal punto di vista dei bambini simile cambiamento di famiglia, e spesso di città, è incomprensibile e tragico.

La contraddizione e i problemi “nascosti” sono però quelli degli adulti: l’affidamento è istituto a tempo, l’adozione è per sempre. I requisiti per adottare e prendere in affido sono diversi, la formazione per diventare affidatari e/o adottivi è pure diversa. L’adozione prevede l’allontanamento dalla famiglia d’origine, l’affidamento il mantenimento dei rapporti con la stessa. Se precisiamo per legge che tra i due istituti è possibile il passaggio dall’uno all’altro, rischiamo di creare aspettative “sbagliate” negli affidatari.

Il nodo si scioglie se si prende il punto di vista dei bambini, se davvero si cerca di fare una giustizia minorile meno adultocentrica. I bambini guardano alla realtà come è,  non come la si vorrebbe ideologicamente. La realtà è che il 57% degli affidamenti (secondo dati dell’Istituto degli Innocenti) dura più di due anni e in molti casi molto di più. Si deve partire da qui e dal fatto che i bambini hanno diritto a una famiglia. Non possiamo ignorare che si verificano in continuazione casi assurdi, crudeli, come quelli che ho raccontato nel libro “Io non posso proteggerti”. Se il sistema funzionasse bene non succederebbero, si dice. Ma il sistema servizi-tribunali funziona come può e funziona con proroghe che spesso sono necessarie per capire se la famiglia d’origine potrà riprendersi il figlio/a oppure no. Non sempre è solo bieca burocrazia il problema, spesso il problema è il prodotto delle circostanze incerte in cui l’affido interviene per permettere solo “il male minore”. Se non si sa a lungo se i genitori o la famiglia d’origine del bambino potranno riprenderselo c’è poco da fare, bisogna rimanere nell’incertezza. Portare un bambino in comunità allo scadere del tempo dell’affido “perché non si affezioni troppo agli affidatari” è la cosa peggiore che si possa fare.

Impedire i legami affettivi alle persone è il danno più grosso. I bambini devono poter rimanere nella famiglia affidataria per il tempo che serve, ma se dopo un tempo congruo risulta evidente che la famiglia d’origine non sarà più in grado di riprendersi il figlio/a, si deve decidere che l’affidamento deve diventare adozione. Se possibile, per non far cambiare al bambino ogni aspetto della sua vita, là dove già si trova. Oggi in questi casi ci sono gli affidamenti che arrivano ai 18 anni.  Perché così la famiglia affidataria non rinuncia a ricevere il mantenimento del ragazzino/a, perché lo stesso/a non rinuncia al cognome d’origine e alla sua identità , ecc. Ma non è così che si deve procedere. Gli affidamenti spesso vanno male talora proprio perché  manca nei grandi e nei piccoli il senso di una decisione forte che riguarda la loro relazione. Sapersi voluti aiuta a crescere, sapere che la relazione non si può spezzare aiuta a mantenerla. E’ più difficile (avviene lo stesso!) per un genitore adottivo lasciare il figlio adolescente in una struttura che per un genitore affidatario, ma nessuno dei due lo dovrebbe fare, almeno in linea generale. Se questo succede, in entrambi i casi, è un fallimento per grandi e piccoli, famiglie e servizi.

La realtà del nostro paese è complessa: non ci sono genitori che muoiono spesso lasciando figli orfani, ci sono invece spesso genitori che non sanno prendersi cura dei loro bambini. Dobbiamo pensare all’adozione in questi termini e pensare al male minore a partire da questa realtà. Ciò può comportare che ci siano adozioni in cui la famiglia adottiva finisce per far crescere un bambino, il quale vede ogni tanto la madre biologica o un altro parente. Questo fa paura ai genitori adottivi. Ma nessuno chiede loro di impegnarsi in situazioni simili all’affidamento se non lo desiderano e nessuno pretende che tutti gli affidamenti si trasformino in adozione. Si tratta solo di rispondere alla realtà attuale con strumenti idonei, rispettando i diritti fondamentali della persona.  Se un bambino che è in affidamento viene dichiarato adottabile e la famiglia che lo ha già cresciuto per un certo tempo se la sente di prenderlo, perché impedirglielo?

Ci sono i problemi legati al fatto che la famiglia d’origine potrebbe essere persecutoria rispetto a quella adottiva, ci sono problemi legati al fatto che la coppia affidataria potrebbe essere non in grado di difendere il figlio/a dai genitori biologici.

Questi problemi sono spesso superabili con un semplice cambiamento di residenza e comunque vanno affrontati caso per caso. Come vanno affrontati caso per caso gli altri problemi legati ai requisiti diversi. La nostra legge attuale ci permette risposte a tutto, basta che sia chiaro che nel conflitto di diritti (diritto alla famiglia  o alla “propria” famiglia?/ diritto all’educazione o diritto a stare con genitori che diseducano?, ecc) deve vincere ciò che permette al bambino di crescere serenamente, di diventare un adulto capace di autonomia e di autostima, un adulto che sa da dove viene e che accetta la sua situazione, cogliendone gli aspetti positivi. Questo non si ottiene impedendo i legami sani e terapeutici, non si ottiene togliendo ai minori la stabilità di vita.

La crescita armoniosa del bambino si potrebbe ottenere più facilmente se tra gli operatori e le famiglie affidatarie ci fosse un rapporto iniziale di fiducia, poi mantenuto nel tempo. Il pre-concetto per cui gli affidatari sono persone che si offrono per l’affido solo perché non possono aspirare all’adozione è molto diffuso. In parte questo è vero, ma non è sempre così e anche quando è vero, ciò non significa che l’affidatario parta dall’idea di appropriarsi di un bambino che non è suo. C’è troppo sacrificio e troppa incertezza nell’affidamento perché questo avvenga. Eppure, i genitori affidatari non sono spesso ascoltati da nessuno, non sono avvertiti di ciò che sta per succedere loro, non possono mantenere rapporti con i bambini che hanno cresciuto, non hanno voce in capitolo, mentre sono loro che raccolgono le angosce dei bambini e i loro incubi notturni. Sono loro che li curano quando sono ammalati e vivono l’incertezza del futuro con i bimbi.

Non si può pretendere che ci siano tanti genitori affidatari quando gli stessi sono trattati con tanta mancanza di rispetto. Come si fa a dire che l’affido è l’istituto della generosità e poi lasciare che le famiglie affidatarie  vivano senza sapere che fine ha fatto la bambina o il bambino che non hanno potuto nemmeno salutare prima di vederlo partire, dopo avergli dedicato cure genitoriali per anni?

Il rapporto tribunali-servizi e famiglie affidatarie deve cambiare. Deve essere improntato ad un maggior rispetto, ci vuole un dialogo che ora non c’è. Se il problema è il tempo, il dialogo potrebbe anche avvenire talvolta attraverso mail, oltre che di persona: con i mezzi che normalmente si usano per dialogare a distanza, il rapporto potrebbe essere più continuativo.

E’ ora di finirla con i genitori “usa e getta”, come li ha definiti Gian Antonio Stella. Chi tratta così le famiglie più generose del paese tratta male anche i bambini che “appoggia” lì per anni. I rapporti tra le famiglie affidatarie e i bambini che sono stati in affidamento devono concludersi in maniera fisiologica, non perché tagliati d’autorità.

Le famiglie affidatarie (e con famiglie intendo anche i singles, che pure hanno parenti e amici) danno ai bambini che ne sono privi dei genitori e dei fratelli, permettono si attui la nostra legge.

Quali sono le differenze tra crescere in una casa-famiglia e crescere in una vera famiglia? Dovrebbero rispondere gli specialisti, perché le case famiglia sono di tanti diversissimi tipi, tra esse ci sono famiglie vere e proprie o comunque adulti che vivono con i bambini e case-famiglie che non sono altro che vecchi istituti rimpiccioliti e smembrati, dove il personale si turna e non c’è qualcuno che stia sempre con i bambini e i ragazzi. Non ci sono persone che ricoprano i ruoli materno e paterno, non ci sono affetti personalizzati.

Le comunità di questo tipo come possono ad esempio aiutare la crescita emotiva dei bambini tra gli 0 e i due anni? Eppure proprio in quella fascia d’età sono molti i tribunali che non vogliono dare i bambini in affidamento. Quali danni ciò comporta? Talora si tratta di danni irreversibili, perché la mente umana si sviluppa come i rami di un albero… tanti più sono i rami in cui si divide il tronco, tanti più saranno i rami piccoli, le foglie, i fiori e i frutti. E se non ci sono le prime biforcazioni nella prima infanzia, poi è tanto difficile crearle e le biforcazioni si creano in base alla vita affettiva, che a sua volta è connessa a quella conoscitiva.

Ma cosa sappiamo noi dell’affidamento in Italia? Sappiamo davvero quanti bambini lo stanno vivendo e perché? Sappiamo come finiscono gli affidamenti? Quanti T.M. preferiscono collocare i bambini piccoli in struttura invece che in famiglia per non trovarsi nella spiacevole situazione di togliere da lì bambini che vi sono cresciuti? Quanti T.M. decidono di rimetterli in struttura se allo  scadere del tempo dell’affido la situazione dei piccoli non è chiarita? Quanti danni ciò comporta? E si può misurare il valore aggiunto del crescere in famiglia invece che in casa famiglia o comunità alloggio?  Che fine fanno i ragazzi dopo i 18 anni, quando escono dalle strutture e che fine fanno quando finisce l’affidamento? Quanti affidamenti finiscono con il ritorno nella famiglia d’origine? Come sono questi ragazzi? Quanti aff. finiscono con l’inserimento in struttura? Quanti con l’adozione? Quanti con il semplice raggiungimento della maggior età?

Uno dei motivi per cui l’affidamento deve divenire adozione in tempo è che non si possono mandare a vivere da soli da un giorno all’altro dei ragazzi di 18 anni nell’attuale società.

La giustizia minorile cosiddetta “mite” ha previsto tutte queste circostanze, ma si attira la preoccupazione di chi ha paura di scorciatoie nel dichiarare adottabili bambini che magari potrebbero recuperare la famiglia d’origine; si attira la malevolenza di chi le attribuisce il desiderio di aggirare la legge per quanto riguarda i requisiti per adottare (facendo fare troppe adozioni nei “casi particolari”); si attira ancora l’irritazione di chi, anche giustamente, ritiene che la giustizia non abbia bisogno di aggettivi. Gli aggettivi infatti servono a poco, serve però che sia chiaro ciò a cui tendiamo.

Vogliamo che i bambini fuori della loro famiglia siano aiutati a crescere mitigando il danno della perdita dei genitori naturali o vogliamo essere ciechi applicatori di una legge che teme solo il suo possibile aggiramento? Se il problema è quello dei requisiti diversi tra affidamento e adozione, lo si può superare togliendo ai pochi affidatari singles la possibilità di accogliere nella loro case dei minori. E’ sciocco, ma questo potrebbe facilitare la vita a tanti bambini: ne varrebbe la pena. Oppure si potrebbe decidere che chi è solo può prendere in affidamento solo ragazzi grandicelli. Sarebbe un’altra sciocchezza, ma mai tanto grande quanto quella di far passare la prima infanzia ad un bambino in una famiglia e poi fargliela cambiare oppure, peggio, quella di fargli passare la vita o gran parte della stessa senza potere mai sentirsi figlio/a.

La petizione della “Gabbianella e altri animali” è stata firmata da altre associazioni che si occupano di affidamento e sono nate prima di lei, come da associazioni più grandi di lei, come la Comunità Papa Giovanni XXIII, l’Anfaa, Famiglie per l’accoglienza, ecc. La stampa e i mass-media si sono accorti del problema che la petizione solleva e giungono a noi in questo periodo giornalisti della stampa e della radio-televisione. Così ci giungono anche molte proposte di far modificare la legge attuale. Noi siamo convinti che nell’ambito della cura dei minori, nel nostro paese,  purtroppo, conti più la prassi della legge. La nostra legge non è esigibile, di fatto. Siamo convinti che se passasse il principio del diritto alla famiglia davvero e con esso il diritto alla continuità degli affetti, intesa come necessaria alla tutela del superiore interesse del minore, saremmo già a buon punto. Nella frase che abbiamo chiesto di inserire in calce all’articolo 4 comma 5 della legge è contenuto questo concetto.

Qualora l’affidamento di un minore si risolva in un’adozione, a causa del mancato recupero della famiglia d’origine, vanno protetti i rapporti instauratisi nel frattempo tra affidati e membri della famiglia affidataria. Va quindi favorita la permanenza del bambino nella famiglia in cui egli già si trova; ove ciò non sia possibile, va comunque tutelato il mantenimento di un rapporto affettivo con la famiglia affidataria, nelle forme e nei modi  ritenuti più opportuni dagli operatori, dopo aver ascoltato la famiglia affidataria stessa e la futura famiglia adottiva.”.

Abbiamo sbagliato a dire “qualora un affidamento si trasformi in un’adozione”, avremmo dovuto dire in una “dichiarazione di adottabilità”, e avremmo dovuto fare un richiamo al diritto del ragazzino ad essere ascoltato, alla fine. Ciò nonostante siamo convinti che questo sia il concetto cardine che va espresso, rifiutiamo l’accusa di voler trasformare tutti gli affidamenti in adozione, di voler aggirare la legge attuale, di volere dare l’adozione legittimante (quella nei casi particolari c’è già) ai singles. Vogliamo solo evitare un mare di dolore inutile ai bambini e anche ai grandi, vogliamo rilanciare l’istituto dell’affidamento che la gente teme solo perché teme di non poter vedere e sentire mai più chi ha cresciuto. Vogliamo che il diritto dei grandi di coltivare le proprie relazioni significative sia esteso anche ai bambini, che sono persone come noi adulti.

Carla Forcolin

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