Le implicazioni psicologiche relative alla ricerca delle origini, testo di Marco Chistolini e riflessione
Il Coordinamento del Gruppo GRC ci ha inviato un paragrafo, scritto da Marco Chistolini, responsabile scientifico CIAI (Centro Italiano Aiuti all’Infanzia), sulle implicazioni psicologiche relative alla ricerca delle origini. Lo trascriviamo qui sotto.
Il testo di Chistolini è molto importante anche per noi, per le cose che sosteniamo: se la famiglia che cresce un bambino/ragazzo ha con lui un rapporto solido e profondo, la conoscenza dei genitori naturali è prevalentemente un fatto positivo. Questo vale nell’adozione, ma probabilmente vale anche nei casi in cui l’affidamento si trasforma in adozione, nei vari modi possibili, compresi naturalmente i casi in cui si diventa genitori adottivi grazie all’ex art. 44.
I genitori adottivi che non vogliono contatto alcuno con chi ha cresciuto il bambino/a prima di loro, spesso temono che il legame con il bambino non possa consolidarsi. Perché mai hanno questa paura? Pongo una domanda non da poco e non so se avrò una risposta. Forse chi ha avuto questa esperienza può rispondere e chiarire un lato oscuro del rapporto adozione/affidamento.
Carla Forcolin
a
Assumere un ruolo attivo1
di Marco Chistolini
Un altro aspetto molto importante è relativo alla possibilità di intraprendere iniziative dirette, finalizzate ad avere maggiori informazioni sul proprio passato e, a volte, allo stabilire un contatto con i familiari biologici2. Indipendentemente dall’effettiva quantità di coloro che si attivano in questa direzione – molto pochi nel nostro Paese; tra il 30 ed il 50% nelle stime internazionali (Brodzinsky, 1993) – ciò che a nostro avviso riveste valore è il fatto di poterlo fare e, quindi, la necessità di assumere una decisione in merito.
La ricerca d’informazioni e/o di contatti, infatti, è importante non solo per il fatto in sé di poter acquisire nuovi elementi della propria storia e/o di conoscere i propri familiari biologici, ma anche perché mette il figlio adottivo in un ruolo nuovo e diverso, facendolo passare da soggetto sostanzialmente passivo delle decisioni altrui (genitori biologici, giudici, operatori psico-sociali, ecc.) a soggetto attivo che può decidere, ovviamente entro certi limiti, quale rilevanza dare alla sua condizione di persona adottata. Egli deve, pertanto, interrogarsi, in modo più o meno consapevole, su cosa sente e pensa e quali bisogni avverte di avere in merito alla sua condizione di adottivo e “decidere” quale rilevanza dare, a livello identitario, a questa sua caratteristica. In questo percorso che dovrà necessariamente confrontarsi con i dati di realtà e con la posizione che hanno coloro che fanno parte del suo contesto relazionale (genitori adottivi, partner, amici, ecc.), la ricerca di informazioni e/o contatti assume una rilevanza sociale e psicologica molto pregnante. La credenza che tutti i figli adottivi sentano, prima o poi, il bisogno di andare alla ricerca dei loro genitori biologici (nel sentire comune i “veri” genitori), è molto diffusa e costituisce un motivo di preoccupazione non irrilevante per molti genitori adottivi. In realtà sappiamo che il fenomeno è assai più contenuto – Bodzinsky (1992), stima che riguardi il 15% degli adottivi – e, quasi mai, rappresenta il redde rationem del percorso adottivo.
Brenda, 28 anni, adottata in Italia all’età di 7: “Ho pensato spesso se mettermi alla ricerca dei miei genitori biologici e, per ora, non ho voluto muovermi in questa direzione. In realtà credo che non lo farò mai, penso che non mi servirebbe, ma il fatto di sapere di poter decidere di farlo mi fa stare bene.”
Ovviamente l’effetto che consegue dall’entrare in contatto con i familiari biologici è molto diverso caso per caso. A questo proposito le ricerche internazionali, effettuate per lo più negli USA e nel nord Europa dove la pratica della re-incontro è maggiormente diffusa, indicano un insieme piuttosto diversificato di sentimenti riportati dai figli adottivi come conseguenza dell’aver ri-stabilito un rapporto con i familiari di nascita. Nel libro Adoption, search and reunion (2003) Howe e Feast hanno comparato due gruppi di adulti adottati che erano entrati in contatto con i familiari biologici: il primo a seguito di una ricerca spontaneamente attivata, il secondo su richiesta degli stessi familiari di nascita. In entrambi i gruppi, i vissuti conseguenti agli incontri sono stati vari spaziando dalla sensazione di incontrare un “amico/a” (36% tra i cercatori e 54% tra coloro che erano stati cercati), a quella di un profondo senso di sintonia e familiarità (29% ricercatori e 11% cercati), alla confusione (11% e 20%) per arrivare alla distanza e all’estraneità (15% in entrambi i gruppi). Le differenze tra i due gruppi consentono di affermare che gli effetti dell’incontro dipendono, tra le altre cose, anche dalle aspettative che caratterizzano il figlio adottivo. Complessivamente, i figli adottivi riportano che l’aver stabilito un contatto con i familiari di nascita ha rappresentato un’esperienza positiva (rispettivamente 85% e 72%). Pare importante sottolineare che l’impatto emotivamente più disturbante si è verificato in coloro che avvertivano un minor senso di appartenenza e di somiglianza con la loro famiglia adottiva, ad indicare che, nella misura in cui i legami con i nuovi genitori sono avvertiti come forti e sicuri, l’incontro con i familiari biologici rappresenta una perturbazione di minore intensità.
Questi dati sono in linea con altre ricerche precedenti. Numerosi studi indicano, infatti, che gli effetti dell’incontrare i parenti biologici sono percepiti come complessivamente positivi: i figli adottivi dichiarano un maggior senso di completezza, un miglior senso di identità e di autostima e di sentirsi più coesi ed integrati. Cowell (1996) riporta che il 74% è soddisfatto o molto soddisfatto e il 99% non è pentito di aver ritrovato i parenti; Campbell (1991) sostiene che il 100% lo rifarebbe; Bertocci e Schecter (1987), Slaytor (1986) e Sorosky (1978) riferiscono alti livelli di soddisfazione. Molti soggetti, però, pur dichiarandosi soddisfatti del ritrovamento, non mantengono relazioni con i familiari biologici. Sachdev (1988) mostra che nonostante il 97% sia soddisfatto, solo il 51% decide di mantenere relazioni nel tempo. Inoltre, riferisce che su 157 soggetti che hanno incontrato la madre naturale solo il 19,8% afferma che si è trattato di una relazione madre-figlio; il 73,2% parla di rapporto amichevole o di essersi sentiti come se avessero incontrato dei “conoscenti”.
In definitiva, pare possibile sostenere che ri-trovare i familiari di nascita costituisca, laddove l’esigenza è avvertita, un’esperienza positiva e che incontrarsi e stabilire relazioni sono due cose diverse, come indica il fatto che molti figli adottivi, una volta soddisfatto il loro legittimo desiderio di acquisire informazioni mancanti sulla loro storia e sulla loro identità, non avvertono l’esigenza di mantenere nel tempo tali relazioni.
Naturalmente, questi risultati non devono condurci a sottovalutare la delicatezza e i possibili impatti negativi che il ri-trovare i propri familiari di nascita può determinare nell’adottato, come in quei casi, non eccezionali, in cui il genitore biologico rifiuta qualsiasi rapporto con l’adottato, provocando in lui un nuovo vissuto di abbandono. È pertanto necessario che operatori, genitori e gli stessi figli adottivi affrontino questo tema con estrema cautela, senza posizioni preconcette, valutando attentamente la situazione specifica e i sentimenti dei suoi protagonisti.
1 L’età adulta e la ri-significazione della propria storia adottiva in “Figli adottivi crescono” , CIAI, a cura di Chistolini M e Raymondi M., FrancoAngeli, Milano, aprile 2010 pagg. 107-109
2 Si veda a questo proposito il capitolo 11 di Serra in questo stesso volume.





