“Uscite in spiaggia 2010” per i bambini nel nido del carcere femminile della Giudecca – pensieri di fine agosto

Al mare

Con la collaborazione e l’entusiasmo – e ora la soddisfazione, l’affetto e la gioia – di grandi e piccini, tutto è andato per il meglio.

L’idea era semplicemente di ripetere il progetto “Giocare liberamente”, compiuto con successo nel 2009: portare al mare i piccoli che vivono con le mamme nella casa di reclusione femminile veneziana della Giudecca.  Una serie di varie difficoltà, imprevisti e “colpi di scena” ci ha invece impedito di programmare le attività e le uscite, che sono state organizzate settimanalmente e a volte perfino di giorno in giorno (una fatica organizzativa che rende dubbio, purtroppo, il ripetersi dell’iniziativa così com’è stata attuata quest’anno).

Dai finanziamenti, ai mezzi di trasporto, al team dei coordinatori, al numero dei soci disponibili a portare i bambini in spiaggia, tutte le risorse si sono rivelate molto inferiori rispetto all’anno scorso. Il gruppo degli accompagnatori stabili è stato costituito da due sole persone, affiancate, però, da compagne/i che hanno partecipato con assiduità, compatibilmente con altri impegni, e da familiari e amici accorsi in aiuto in caso di necessità. (Un grazie particolare alle due ragazze del servizio civile, Elena e Giulia, bravissime e adorate dai bambini!)

I piccoli del “gruppo spiaggia” del nido del carcere erano solo tre, inizialmente, ma presto sono diventati quattro, e infine cinque, con bambini che se ne sono andati e altri che inaspettatamente si sono aggiunti al gruppetto iniziale. (Oltre a loro, un sesto bimbo, nato in carcere in febbraio, si è abituato presto alle uscite, richieste con energia e tenacia dalla sua mamma. Grazie a una nuova socia, che di buon grado ha corso il rischio di portarlo “lontano” dal seno materno, anche lui ha potuto vedere il mare).

I bambini sono stati accompagnati in spiaggia (o comunque a giocare fuori dal carcere in caso di brutto tempo) dai volontari della Gabbianella almeno tre volte alla settimana, per lo più tutta la mattina, ma talvolta anche l’intera giornata: le mamme si sono battute molto per avere il tempo pieno e noi abbiamo “ceduto” ogni qualvolta ciò è stato possibile.

I piccoli sono giunti al nido già toccati da traumi, separazioni, sofferenze, per motivi di cui non sono responsabili e che a loro risultano del tutto incomprensibili. Per fortuna sono in grado di divertirsi ancora, a tratti spensieratamente, e hanno vissuto istanti di semplice felicità nello sguazzare nell’acqua o nel giocare con la sabbia.

I bambini hanno anche incontrato diverse persone, conosciuto altri bambini, vissuto varie e belle esperienze, imparato qualcosa. Ora – verso la fine della stagione balneare – sono comunicativi e socievoli, sono a tal punto simpatici che i piccoli delle altre capanne sono attratti da loro e tutti si divertono liberamente, senza distinzioni e barriere. Era questo uno dei nostri desideri-obiettivi.

Siamo stati felici di condividere la capanna con altre associazioni e con le ragazze della comunità Pompeati. Dolcissimo vedere come ragazze adolescenti, che nella loro prima infanzia hanno sofferto per la carenza di cure materne adeguate, siano state capaci di prendersi cura dei bambini. In particolare, si è instaurata tra una di queste care ragazze e la più birichina delle bimbe un’amicizia speciale.

Vorremmo ringraziare le signore dell’associazione Arcobaleno: al di fuori delle giornate in spiaggia, Serena, Simonetta e Sonia hanno fatto uscire i piccoli dal carcere, talvolta per interi weekend, contribuendo così a “regalare” loro una “ricca” estate che forse, anche da liberi, non avrebbero potuto permettersi.

Grazie a Eleonora e Francesca, le psicologhe che operano nel nido del carcere, per l’assistenza e le consulenze.

Infine, un ringraziamento caloroso al personale della casa di reclusione, che è stato in grado di rendere lievi i nostri transiti, accogliendoci con simpatia e “festeggiando” i bambini nelle uscite e nei rientri.

Bambini apolidi

Nessuno dei bambini del “gruppo spiaggia” del nido del carcere ha genitori italiani. La loro pelle è di vario colore. Tutti sono belli, sani e intelligenti. I cinque più grandicelli sono bilingui. Alcuni non parlano ancora, ma tutti comprendono bene le lingue delle mamme e l’italiano.

Ognuno di loro ha un carattere ben definito. L, 18 mesi, è la più giovane. Abilissima nel cogliere l’istante in cui può sfuggire al controllo per lanciare succhielli e scarpine in canale, è irresistibile: la simpatia e l’arte di arrangiarsi in persona. I suoi quattro compagni stanno per compiere tre anni, l’età in cui si deve uscire dal carcere. S., la “principessina”, si offende e fa il broncio se trascuriamo di assisterla per qualche secondo, è “chiacchierina” e ama conversare e giocare con gli adulti. M., la più difficile secondo le mamme del nido, sembra un angelo quando è fuori. F., può impuntarsi con ostinazione e disarmarti subito dopo con un “glazie” e un sorriso dolcissimo. Poi c’è il nostro “veterano”, J., che sta crescendo bene, mantenendo e rinforzando il suo carattere equilibrato e riflessivo. E gli altri bambini, passati magari per un giorno solo al nido, accompagnati comunque fuori, miracolosamente… perché non si può lasciare solo in prigione un bimbo mentre gli altri vanno al mare!

A fine giugno abbiamo salutato, con affetto e apprensione, C., una bimba meravigliosa che è tornata in famiglia poco prima di compiere tre anni. In questi giorni ha partecipato al grande raduno rom in Francia: speriamo che questo viaggio, di cui la mamma ci ha parlato con fierezza pochi giorni fa, non si sia concluso con un “rimpatrio” forzato sugli aerei di Sarkozy!

Fra poche settimane altri quattro bambini compiranno tre anni. Le loro sorti sono incerte, dall’espulsione, con la mamma, in un paese dove non risultano neppure iscritti all’anagrafe, all’inserimento in famiglie di congiunti che non sembrano molto interessati ad accoglierli, al possibile trascorrere di vite tragicamente prive di tutto (casa, lavoro dei genitori, assistenza sanitaria, asilo e tutto ciò che ne consegue: mangeranno tre volte al giorno?).

E le mamme? Finiranno per raccogliere mele e pomodori in clandestinità o per tornare a compiere qualche furto?  Riusciranno a mantenere la dignità che il carcere ha loro paradossalmente restituito?

Noi vorremmo avere un lavoro onesto da offrire alle mamme quando usciranno, delle stanze dove ospitarle, tante socie capaci di sostenerle, ma tocchiamo con mano la nostra impotenza. Possiamo dare loro un numero di telefono, per dare continuità alla nostra amicizia, ma è poco, troppo poco.

Se davvero, dopo il carcere, si è scontata la pena e si torna “puliti”, perché per queste mamme non è possibile un vero inserimento nel nostro mondo? Inoltre, i bambini nati in carcere non hanno mai avuto nessuna colpa. Noi li guardiamo uscire dalla prigione con le mamme con maggiore preoccupazione che sollievo. In molti casi, staranno peggio “fuori”, che “dentro”, purtroppo.

Le tante proposte di legge per i bambini del carcere si fermano al periodo della carcerazione. Toccare il periodo della post-carcerazione significa ripensare leggi recenti, che fanno della clandestinità un reato, ma che in realtà non risolvono il problema del “come si diventa cittadini italiani”, nemmeno se si è bimbi nati in Italia.

Chi conosce da vicino queste situazioni, ha mezzi e potere dovrà liberare la fantasia e molte risorse anche economiche per rendere il reinserimento di donne e bambini una realtà invece di un sogno.

Carla Forcolin e Paola Modesti

Parole chiave: , , , ,