Otto anni d’affido: non è troppo? Testimonianze
DAL MIO PUNTO DI VISTA di padre affidatario
I papà sono sempre un po’ defilati, lasciano alle mamme i pochi onori e i molti oneri della gestione familiare. Lo sono ancor di più se la loro famiglia vive situazioni un po’ fuori dal normale, così come succede ed è successo a noi, famiglia affidataria. Chi, se non la mamma/moglie, si fa carico della concretezza della quotidianità, ci dà forza quando le cose non girano, chi si sbatte a destra e a manca per trovare soluzioni a questioni complicate che lasciano basiti i mariti?
Eppure noi ci siamo, io ci sono. Penso a B la mia bambina, che mia non era. Alla prima volta che l’ho vista, quando aveva solo 18 giorni e all’ultima volta, quando eravamo tutti preoccupatissimi per il suo futuro; penso al suo primo giorno di scuola e al cuore disegnato per mia moglie e per me, con dentro la scritta “sarete sempre nel mio cuore”…
Penso agli anni passati a soppesare le parole, a mordere il freno per non urtare la “suscettibilità” di chi si arroga il diritto di essere più “titolato” di me a fare il padre di B solo perché ne ha sposato la madre.
Ma ora non ce la faccio più. Penso alla bambina e mi viene da dire “Vi prego, abbiate pietà di lei”: lo dico al Giudice, che deve applicare la legge dei libri e non dare peso agli affetti costituitisi negli anni, lo dico ai Servizi Sociali che troppo spesso non hanno il coraggio di assumersi la responsabilità di scelte difficili, lo dico alla nuova famiglia di B, perché si renda conto che la sofferenza della bambina non ha prezzo. Temo che il grande dispendio di energie fisiche, mentali ed economiche che il marito della madre naturale di B ha messo in campo abbia soprattutto il significato di una forma di rivalsa sociale. E’ stato dall’arrivo di quest’ uomo nella vita della madre, che la stessa ha cambiato atteggiamento verso di noi e, invece di continuare a considerarci degli amici, ha cominciato a vederci come persone che volevano privarla dell’affetto della bambina. Lei purtroppo ha fatto proprio il sentimento di lui, forse per conquistarsene l’affetto.
Questo signore sembra trovarsi bene nel ruolo del “salvatore”, l’eroe che ha strappato B dalle mani di una famiglia che voleva rubare una figlia a sua madre. Rimasto orfano in tenera età, ha forse creduto di riunire una “povera bambina” alla madre, come se i sentimenti della bambina e le relazioni dei servizi sociali, che indicavano nella riunione con la madre più un pericolo che una vittoria, non contassero per nulla.
I bimbi non hanno bisogno di padroni che li considerino alla stregua di oggetti da possedere o manovrare: hanno bisogno di un papà e di una mamma che li accolgano e li amino, che sappiano a volte sacrificarsi per il loro bene. Le forme dell’amore cambiano, ma la sostanza è sempre la stessa: volere il bene di un’altra persona significa anche rispettarne i sentimenti e la volontà. B preferiva me a lui e lui non può dire né di esserne il padre biologico né di esserle stato accanto tutta la vita, come invece posso dire io. I genitori sono coloro che mettono al mondo i figli (io ne ho due di biologici) e li crescono. Se chi dà loro la vita e chi li cresce sono persone diverse per lungo tempo, quando il genitore biologico diventa anche capace di educare, perché il suo primo atto dev’essere fare piazza pulita di ciò che c’è stato in sua “assenza”? C’è una logica comprensibile, anche se non sempre condivisibile nell’essere forzati a tornare dalla madre naturale, ma sembra che il padre non conti niente. Io c’ero per B e un uomo che ha svolto il ruolo paterno per otto anni, con un intenso scambio d’affetti, non è così intercambiabile come il Tribunale sembra pensare.
Per legge (visto che il Tribunale non ha tolto la potestà genitoriale alla madre nemmeno quando aveva di fatto abbandonato la figlia da neonata e visto che la madre in questi otto anni ha stabilizzato la sua vita, sposandosi di nuovo) B appartiene alla madre. Ma non appartiene a suo marito, il regista occulto di tutta questa vicenda, a colui che vorrebbe “buttare via” otto anni di relazione tra me e la bambina.
In qualsiasi modo vadano le cose, io e mia moglie abbiamo diritto, dal punto di vista umano, di frequentare la bambina che abbiamo cresciuto e lei ha il diritto di scegliere con chi vuole stare. B non si merita tutta la sofferenza che il dover cambiare famiglia le ha provocato. Si merita un futuro che non le faccia perdere le sue certezze, un futuro dove siano presenti anche la mamma e il papà, che le erano accanto quando piangeva da piccola, i nonni e zii, che la prediligevano, i fratelli e gli amici di sempre, il suo cane e i suoi giochi.
Non mi dica che tanto B si abituerà alla nostra mancanza e a vivere con dei genitori che non voleva accettare: le ripercussioni che ci saranno sulla sua anima saranno fonte di inimmaginabile dolore. Come reagirà a quel dolore? Forse “dimenticando” l’infanzia con noi e adattandosi a ciò che la mamma e il “nuovo papà” hanno deciso per lei. Forse arrabbiandosi con noi che non l’abbiamo saputa tenere vicino. Spero che almeno sia aiutata, che qualcuno le spieghi la verità, e la ascolti. Spero che le autorità, che hanno sbagliato nel trascinare la sua vicenda così a lungo, abbiano la capacità di rimediare ai loro errori e vogliano fare davvero il suo “superiore interesse”, permettendole di vivere dove sta meglio e di riunificare tutti i sui affetti senza forzature.
(La “zia”) Mi rivolgo ad un ipotetico giudice.
Gentile Giudice,
Le chiedo tempo e cortesia nel leggere queste parole che parlano di sentimenti e raccontano una storia d’amore.
Questa è la storia di B una bimba nata molto piccola, sottopeso, con qualche problema di salute, che dalla sua culla in ospedale mi ha guardato con due splendidi occhi scuri e mi ha legato a sé. E’ la storia mia e della difficoltà che ho incontrato nel tentativo di non affezionarmi ad una bimba con cui avrei dovuto trascorrere poco tempo. Ma le ipotizzate due settimane sono diventate due mesi, due anni e poi non ha più avuto senso contare il tempo che passava fino a quando, quest’anno, ho dovuto farlo per forza pochi giorni prima che B compisse otto anni.
Ho cercato di essere distaccata, di non farmi coinvolgere troppo ma B, con il suo incondizionato affetto, ha vinto le mie difese e non mi ha lasciato altra scelta che amarla. Tra noi si è creato un rapporto speciale, fatto di complicità tra “ragazze”, di pomeriggi passati a colorare ad inventare storie e giochi. Abbiamo preso il te come fanno le signore gustando i biscotti da noi stesse sfornati. B ha chiesto a me di preparare la torta della sua prima festicciola di compleanno organizzata con gli amici della scuola materna perché ” …Sono una brava pasticciona”, mi ha coinvolto nella programmazione delle sue vacanze estive perché ” …Così ci divertiamo tanto”. B non ha ancora deciso cosa farà da grande, ci sta pensando, ma “…Sicuramente verrò alla tua scuola perché tu sai cosa devo imparare” sono le sue parole.
L’ho chiamata “piccola”, “bambolina” ma poi mi sono arresa e ho imparato ha chiamarla la “mia adorata nipotina” perché B è questo per me. Nella vita, a volte, ci si sceglie e così io ho avuto la fortuna di essere chiamata a diventare la zia Maria, una zia giocherellona e un po’ pazzerella che sa ascoltare e diventare una confidente per le gioie e i dolori , una presenza importante nella vita della mia nipotina. Il giorno prima di partire B mi ha chiesto di passare del tempo insieme e ha voluto ripetere, come in un rituale, tutti quei gesti che ci hanno unito: i racconti, i giochi, le coccole soprattutto tante coccole. E’ stato il suo modo di salutarmi e rendere mentre dolorosa la nostra separazione. Come posso non sentire la mancanza della mia nipotina e pensare che anch’io possa mancarle molto? Difficile per me, adulta, comprendere le ragioni del diritto naturale e credo sia impossibile per B, bambina, non seguire le certezze del suo amore.
(Il fratello) A Natale vi sareste aspettati due righe su babbo Natale, sulle renne o sull’asinello. E invece no. Permettetemi di dire la mia su una storia che tutti conoscono e che è quella della mia sorellina B.
Nessuno ha mai chiesto la mia opinione. Nessuno mi ha chiesto cosa provavo. Non è mai bello vedere un bambino sradicato da quella che considera la propria famiglia. Se poi è tua sorella figuriamoci… Be’ si, è mia sorella, non sarà sangue del mio sangue, ma cosa importa; sono io che non dormivo la notte perché piangeva, sono io che non potevo mai guardare la tele per non suscitare le sue ire, sono io che dovevo tenerla d’occhio, sono io che venivo ricompensato con un bacio dopo averla aiutata, sono io suo fratello.
Tra T, l’altro mio fratello, e B c’era più rivalità tant’è che lui”puzzava”, “era ciccione”, faceva “schifo”. Ed è per questo che se dovessi descrivere quello che negli ultimi tempi provava B, riporterei quello che mia sorella mi ha detto qualche giorno prima che venisse portata via;” Se mi fanno stare qui, prometto che non dirò più che T mi fa schifo”.
Otto anni di pensieri, di genitori preoccupati, di rabbia tenuta nascosta. Ma anche di allegria, di sorella “smorfiosa”, di feste per “femmine” che mi costringevano chiuso in camera, di capricci e di litigate.
Io non so se mia sorellina sia felice, mi pare impossibile che sia contenta senza di noi. A me manca e io mancherò a lei.
(La maestra)
Sono stata la maestra di B per più di due anni.
Quando un bambino inizia la scuola primaria, obiettivo imprescindibile perché raggiunga tutti gli altri traguardi che ci si prefigge, è che stia bene a scuola ovvero viva con serenità la nuova esperienza.
In prima e per buona parte della classe seconda B non stava bene a scuola. Quasi ogni mattina la bambina arrivava in lacrime, cingendo con forza la madre affidatari, l’insegnante presente doveva staccarla fisicamente dalla signora, cercare di calmarla attraverso piccole distrazioni e accompagnarla in aula. La piccola iniziava lentamente a lavorare ma spesso ricominciava un pianto silenzioso accompagnato dalla solita richiesta: “Quando si va a casa?”, “Ho mal di pancia, puoi chiamare mamma E?”.
In accordo anche con la psicologa che la seguiva, si è cercato di conquistare la sua fiducia e di rispondere al suo estremo bisogno di affetto e di sicurezze. Tutto questo è stato faticosamente conquistato solo al termine della classe seconda attraverso un metodo forse poco professionale ma spontaneo e di sicuro risultato: baci, coccole, scherzi e risate.
In terza B arrivava a scuola sempre sorridente, entrava da sola, veniva ad abbracciarmi e poi si univa ai compagni. In classe era tranquilla, partecipe, sorridente, finalmente serena.
Poi, verso la metà di novembre, il giudice del tribunale dei minori ha sentenziato che la bambina dovesse abbandonare la scuola e i suoi amici, vivere con la madre naturale, in un altro paese, senza avere più contatti con la famiglia affidatario per quattro mesi.
Come spiegare tutto questo ad una bambina, come prepararla in così poco tempo, visto che i diversi psicologi che con lei hanno operato dicevano che non era ancora pronta ad tale cambiamento? lo, le colleghe ed i suoi compagni avremmo voluto dirle tante cose ma B ha scelto il silenzio, non ha mai accennato al suo trasferimento e per non turbarla, noi tutti abbiamo rispettato la sua scelta. B non ha salutato nessuno e l’ultimo giorno di scuola è uscita quasi come se niente fosse reagendo con stupore alle diverse manifestazioni d’affetto dei suoi compagni.
Ora, tutto il silenzio degli ultimi giorni ha lasciato uno strascico di domande e dubbi.
Un cambiamento così grande nella propria vita è normale che venga taciuto? Tutto il faticoso percorso compiuto insieme e poi cosi bruscamente interrotto a cosa è servito? Un taglio cosi netto dal proprio mondo cosa comporterà a breve e a lungo termine? Per non farla soffrire, per non creare in lei sentimenti di nostalgia è meglio non avere contatti o è meglio il contrario? Dicono che l’unico modo per togliere un cerotto senza soffrire troppo sta staccarlo velocemente. Ma se la ferita sottostante non fosse ancora guarita?
Credo che una storia d’affido sia sostanzialmente una storia d’amore, l’amore delle tante persone coinvolte. Spero che B senta tutto questo amore e che lo stesso guidi le scelte future di tutti quelli che si occuperanno di lei.
Parole chiave: affido, autorità giudiziaria, diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, legami affettivi, normativa, Petizione al Parlamento Italiano





