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	<title>www.lagabbianella.org &#187; legami affettivi</title>
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		<title>Otto anni d&#8217;affido: non è troppo? Testimonianze</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 08:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DAL MIO PUNTO DI VISTA di padre affidatario I papà sono sempre un po&#8217; defilati, lasciano alle mamme i pochi onori e i molti oneri della gestione familiare. Lo sono ancor di più se la loro famiglia vive situazioni un po&#8217; fuori dal normale, così come succede ed è successo a noi, famiglia affidataria. Chi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DAL MIO PUNTO DI VISTA di padre affidatario</p>
<p>I papà sono sempre un po&#8217; defilati, lasciano alle mamme i pochi onori e i molti oneri della gestione familiare. Lo sono ancor di più se la loro famiglia vive situazioni un po&#8217; fuori dal normale, così come succede ed è successo a noi, famiglia affidataria. Chi, se non la mamma/moglie, si fa carico della concretezza della quotidianità, ci dà forza quando le cose non girano, chi si sbatte a destra e a manca per trovare soluzioni a questioni complicate che  lasciano basiti i mariti?</p>
<p>Eppure noi ci siamo, io ci sono. Penso a B la mia bambina, che mia non era. Alla prima volta che l’ho vista, quando aveva solo 18 giorni e all’ultima volta, quando eravamo tutti preoccupatissimi per il suo futuro; penso al suo primo giorno di scuola e al cuore disegnato per mia moglie e per me, con dentro la scritta “sarete sempre nel mio cuore”…<span id="more-5707"></span></p>
<p>Penso agli anni passati a soppesare le parole, a mordere il freno per non urtare la “suscettibilità” di chi si arroga il diritto di essere più “titolato” di me a fare il padre di B solo perché ne ha sposato la madre.</p>
<p>Ma ora non ce la faccio più. Penso alla bambina e mi viene da dire “Vi prego, abbiate pietà di lei”:  lo dico al Giudice, che deve applicare la legge dei libri e non dare peso agli affetti costituitisi negli anni, lo dico ai Servizi Sociali che troppo spesso non hanno il coraggio di assumersi la responsabilità di scelte difficili, lo dico alla nuova famiglia di B, perché si renda conto che la sofferenza della bambina non ha prezzo. Temo che il grande dispendio di energie fisiche, mentali ed economiche che il marito della madre naturale di B ha messo in campo abbia soprattutto il significato di una forma di rivalsa sociale. E’ stato dall’arrivo di quest’ uomo nella vita della madre, che la stessa ha cambiato atteggiamento verso di noi e, invece di continuare a considerarci degli amici, ha cominciato a vederci come persone che volevano privarla dell’affetto della bambina.  Lei purtroppo ha fatto proprio il sentimento di lui, forse per conquistarsene l’affetto.</p>
<p>Questo signore sembra trovarsi bene nel ruolo del “salvatore”, l&#8217;eroe che ha strappato B dalle mani di una famiglia che voleva rubare una figlia a sua madre.  Rimasto orfano in tenera età, ha forse creduto di riunire una “povera bambina” alla madre, come se i sentimenti della bambina e le relazioni dei servizi sociali, che indicavano nella riunione con la madre più un pericolo che una vittoria, non contassero per nulla.</p>
<p>I bimbi non hanno bisogno di padroni che li considerino alla stregua di oggetti da possedere o manovrare: hanno bisogno di un papà e di una mamma che li accolgano e li amino, che sappiano a volte sacrificarsi per il loro bene. Le forme dell’amore cambiano, ma la sostanza è sempre la stessa: volere il bene di un’altra persona significa anche rispettarne i sentimenti e la volontà. B preferiva me a lui e lui non può dire né di esserne il padre biologico né di esserle stato accanto tutta la vita, come invece posso dire io. I genitori sono coloro che mettono al mondo i figli (io ne ho due di biologici) e li crescono. Se chi dà loro la vita e chi li cresce sono persone diverse per lungo tempo, quando il genitore biologico diventa anche capace di educare, perché il suo primo atto dev’essere fare piazza pulita di ciò che c’è stato in sua “assenza”?   C’è una logica comprensibile, anche se non sempre condivisibile nell’essere forzati a tornare dalla madre naturale, ma sembra che il padre non conti niente. Io c’ero per B e un uomo che ha svolto il ruolo paterno per otto anni, con un intenso scambio d’affetti, non è così intercambiabile come il Tribunale sembra pensare.</p>
<p>Per legge (visto che il Tribunale non ha tolto la potestà genitoriale alla madre nemmeno quando aveva di fatto abbandonato la figlia da neonata e visto che la madre in questi otto anni ha stabilizzato la sua vita, sposandosi di nuovo) B appartiene alla madre.  Ma non appartiene a suo marito, il regista occulto di tutta questa vicenda, a colui che vorrebbe “buttare via” otto anni di relazione tra me e la bambina.</p>
<p>In qualsiasi modo vadano le cose, io e mia moglie abbiamo diritto, dal punto di vista umano, di frequentare la bambina che abbiamo cresciuto e lei ha il diritto di scegliere con chi vuole stare. B non si merita tutta la sofferenza che il dover cambiare famiglia le ha provocato. Si merita un futuro che non le faccia perdere le sue certezze, un futuro dove siano presenti anche la mamma e il papà, che le erano accanto quando piangeva da piccola, i nonni e zii, che la prediligevano, i fratelli e gli amici di sempre, il suo cane e i suoi giochi.</p>
<p>Non mi dica che tanto B si abituerà alla nostra mancanza e a vivere con dei genitori  che non voleva accettare: le ripercussioni che ci saranno sulla sua anima saranno fonte di inimmaginabile dolore. Come reagirà a quel dolore? Forse “dimenticando” l’infanzia con noi e adattandosi a ciò che la mamma e il “nuovo papà” hanno deciso per lei. Forse  arrabbiandosi con noi che non l’abbiamo saputa tenere vicino. Spero che almeno sia aiutata, che qualcuno le spieghi la verità, e la ascolti. Spero che le autorità, che hanno sbagliato nel trascinare la sua vicenda così a lungo, abbiano la capacità di rimediare ai loro errori e vogliano fare davvero il suo “superiore interesse”, permettendole di vivere dove sta meglio e di riunificare tutti i sui affetti senza forzature.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #888888;">(La &#8220;zia&#8221;) </span>Mi rivolgo ad un ipotetico giudice.</p>
<p>Gentile Giudice,</p>
<p>Le chiedo tempo e cortesia nel leggere queste parole che parlano di sentimenti e raccontano una storia d&#8217;amore.</p>
<p>Questa è la storia di B una bimba nata molto piccola, sottopeso, con qualche problema di salute, che dalla sua culla in ospedale mi ha guardato con due splendidi occhi scuri e mi ha legato a sé. E&#8217; la storia  mia e della difficoltà che ho incontrato nel tentativo di non affezionarmi ad una bimba con cui avrei dovuto trascorrere poco tempo. Ma le ipotizzate due settimane sono diventate due mesi, due anni e poi non ha più avuto senso contare il tempo che passava fino a quando, quest&#8217;anno, ho dovuto farlo per forza pochi giorni prima che B compisse otto anni.</p>
<p>Ho cercato di essere distaccata, di non farmi coinvolgere troppo ma B, con il suo incondizionato affetto, ha vinto le mie difese e non mi ha lasciato altra scelta che amarla. Tra noi si è creato un rapporto speciale, fatto di complicità tra &#8220;ragazze&#8221;, di pomeriggi passati a colorare ad inventare storie e giochi. Abbiamo preso il te come fanno le signore gustando i biscotti da noi stesse sfornati. B ha chiesto a me di preparare la torta della sua prima festicciola di compleanno organizzata con gli amici della scuola materna perché &#8221; &#8230;Sono una brava pasticciona&#8221;, mi ha coinvolto nella programmazione delle sue vacanze estive perché &#8221; &#8230;Così ci divertiamo tanto&#8221;. B non ha ancora deciso cosa farà da grande, ci sta pensando, ma &#8220;&#8230;Sicuramente verrò alla tua scuola perché tu sai cosa devo imparare&#8221; sono le sue parole.</p>
<p>L&#8217;ho chiamata &#8220;piccola&#8221;, &#8220;bambolina&#8221; ma poi mi sono arresa e ho imparato ha chiamarla la &#8220;mia adorata nipotina&#8221; perché B è questo per me. Nella vita, a volte, ci si sceglie e così io ho avuto la fortuna di essere chiamata a diventare la zia Maria, una zia giocherellona e un po’ pazzerella che sa ascoltare e diventare una confidente per le gioie e i dolori , una presenza importante nella vita della mia nipotina. Il giorno prima di partire B mi ha chiesto di passare del tempo insieme e ha voluto ripetere, come in un rituale, tutti quei gesti che ci hanno unito: i racconti, i giochi, le coccole soprattutto tante coccole. E’ stato il suo modo di salutarmi e rendere mentre dolorosa la nostra separazione. Come posso non sentire la mancanza della mia nipotina e pensare che anch&#8217;io possa mancarle molto? Difficile per me, adulta,  comprendere le ragioni del diritto naturale e credo  sia impossibile per B, bambina, non seguire le certezze del suo amore.</p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="color: #888888;">(Il fratello) </span>A Natale vi sareste aspettati due righe su babbo Natale, sulle renne o sull&#8217;asinello. E invece no. Permettetemi di  dire la mia su una storia che tutti conoscono e che è quella della mia sorellina B.</p>
<p>Nessuno ha mai chiesto la mia opinione. Nessuno mi ha chiesto cosa provavo. Non è mai bello vedere un bambino sradicato da quella che considera la propria famiglia. Se poi è tua sorella figuriamoci&#8230;  Be’ si, è mia sorella, non sarà sangue del mio sangue, ma cosa importa; sono io che non dormivo la notte perché piangeva, sono io che non potevo mai guardare la tele per non suscitare le sue ire, sono io che dovevo tenerla d&#8217;occhio, sono io che venivo ricompensato con un bacio dopo averla aiutata, sono io suo fratello.</p>
<p>Tra T, l&#8217;altro mio fratello, e B c&#8217;era più rivalità tant&#8217;è che lui”puzzava”, “era ciccione”, faceva “schifo”. Ed è per questo che se dovessi descrivere quello che negli ultimi tempi provava B, riporterei quello che mia sorella mi ha detto qualche giorno prima che venisse portata via;” Se mi fanno stare qui, prometto che non dirò più che T mi fa schifo”.</p>
<p>Otto anni di pensieri, di  genitori preoccupati, di rabbia tenuta nascosta. Ma anche di allegria, di sorella “smorfiosa”, di feste per “femmine” che mi costringevano chiuso in camera, di capricci e di litigate.</p>
<p>Io non so se mia sorellina sia felice, mi pare impossibile che sia contenta senza di noi. A me manca e io mancherò a lei.</p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="color: #888888;">(La maestra)</span></p>
<p>Sono stata la maestra di B per più di due anni.</p>
<p>Quando un bambino inizia la scuola primaria, obiettivo imprescindibile perché raggiunga tutti gli altri traguardi che ci si prefigge, è che stia bene a scuola ovvero viva con serenità la nuova esperienza.</p>
<p>In prima e per buona parte della classe seconda B non stava bene a scuola. Quasi ogni mattina la bambina arrivava in lacrime, cingendo con forza la madre affidatari, l&#8217;insegnante presente doveva staccarla fisicamente dalla signora, cercare di calmarla attraverso piccole distrazioni e accompagnarla in aula. La piccola iniziava lentamente a lavorare ma spesso ricominciava un pianto silenzioso accompagnato dalla solita richiesta: &#8220;Quando si va a casa?&#8221;, &#8220;Ho mal di pancia, puoi chiamare mamma E?&#8221;.</p>
<p>In accordo anche con la psicologa che la seguiva, si è cercato di conquistare la sua fiducia e di rispondere al suo estremo bisogno di affetto e di sicurezze. Tutto questo è stato faticosamente conquistato solo al termine della classe seconda attraverso un metodo forse poco professionale ma spontaneo e di sicuro risultato: baci, coccole, scherzi e risate.</p>
<p>In terza B arrivava a scuola sempre sorridente, entrava da sola, veniva ad abbracciarmi e poi si univa ai compagni. In classe era tranquilla, partecipe, sorridente, finalmente serena.</p>
<p>Poi, verso la metà di novembre, il giudice del tribunale dei minori ha sentenziato che la bambina dovesse abbandonare la scuola e i suoi amici, vivere con la madre naturale, in un altro paese, senza avere più contatti con la famiglia affidatario per quattro mesi.</p>
<p>Come spiegare tutto questo ad una bambina, come prepararla in così poco tempo, visto che i diversi psicologi che con lei hanno operato dicevano che non era ancora pronta ad tale cambiamento? lo, le colleghe ed i suoi compagni avremmo voluto dirle tante cose ma B ha scelto il silenzio, non ha mai accennato al suo trasferimento e per non turbarla, noi tutti abbiamo rispettato la sua scelta. B non ha salutato nessuno e l&#8217;ultimo giorno di scuola è uscita quasi come se niente fosse reagendo con stupore alle diverse manifestazioni d&#8217;affetto dei suoi compagni.</p>
<p>Ora, tutto il silenzio degli ultimi giorni ha lasciato uno strascico di domande e dubbi.</p>
<p>Un cambiamento così grande nella propria vita è normale che venga taciuto? Tutto il faticoso percorso compiuto insieme e poi cosi bruscamente interrotto a cosa è servito? Un taglio cosi netto dal proprio mondo cosa comporterà a breve e a lungo termine? Per non farla soffrire, per non creare in lei sentimenti di nostalgia è meglio non avere contatti o è meglio il contrario? Dicono che l&#8217;unico modo per togliere un cerotto senza soffrire troppo sta staccarlo velocemente. Ma se la ferita sottostante non fosse ancora guarita?</p>
<p>Credo che una storia d&#8217;affido sia sostanzialmente una storia d&#8217;amore, l&#8217;amore delle tante persone coinvolte. Spero che B senta tutto questo amore e che lo stesso guidi le scelte future di tutti quelli che si occuperanno di lei.</p>
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		<title>Commento alla testimonianza di Eleonora e Ferdinando</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 19:19:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può leggere la testimonianza pubblicata qui sotto e rimanere indifferenti, anche se di casi così, purtroppo, se ne sono già visti molti.</p>
<p>Non si può nemmeno entrare nei dettagli, perché i processi si fanno nelle sedi giuste. Eppure rimane un fatto in tutto ciò che la coppia scrive: una bambina è stata per i primi otto anni della sua vita in affidamento. L’affidamento per legge dura due anni, rinnovabili (ma non per tutta la vita) nel superiore interesse del minore. Dove sia l’interesse di una minore, cioè di una persona, nel cambiare famiglia non è per niente chiaro. Nessuno direbbe ad un adulto che si sono trovati moglie/marito migliori per lui/lei a prescindere dalla sua volontà, ma con i bambini ci si permette di far loro cambiare famiglia a prescindere dal fatto si trovino già benissimo nella famiglia in cui sono.</p>
<p><span id="more-5639"></span></p>
<p>Se per anni, come dice il padre affidatario, i Servizi Sociali non hanno ritenuto che fosse opportuno per la bambina andare a vivere con la madre naturale, un motivo ci doveva essere. A quel motivo, forse risolto, almeno parzialmente, si aggiunge ora, la dolorosità di dover rompere con un vissuto di affetti protrattosi per otto anni.</p>
<p>Guai se i signori che hanno accolto la bambina in casa, pur dicendole che non era loro figlia e cercando di avvicinarla alla madre naturale, non le avessero dato anche affetto! L’affidamento  non avrebbe ottenuto lo scopo di essere una soluzione diversa e migliore di un istituto. Affetto e senso di appropriazione non sono la stessa cosa.</p>
<p>Molto probabilmente, dopo tanti anni, i signori e la bambina stessa volevano una soluzione definitiva, di certo offrendosi per un’adozione mirata o secondo i cosiddetti “casi particolari”, ma a quel punto il Tribunale ha deciso negativamente e ha ritenuto di rispettare la legge mandando la bambina dalla madre naturale. “Andare dalla madre” è sempre rispettoso della legge.</p>
<p>Eppure la legge 149/01 ha un riferimento supremo: il superiore interesse del minore.  Non è affatto certo che sia più “madre” chi genera, rispetto a chi cresce e cura ed entra in profonda empatia con un bambino.  Non è affatto certo che scambiare un padre che ha svolto il suo ruolo paterno per otto anni con un uomo prescelto dalla madre naturale sia nel superiore interesse della minore.  Sembra impossibile che un fratellino “di sangue” valga di più dei fratellini con cui si è giocato e forse litigato per tutta la vita. E poi ci sono tutti gli altri parenti, le abitudini, che danno ai bambini sicurezza, la scuola, le maestre, gli amici.</p>
<p>E’ nel superiore interesse di qualcuno perdere tutto ciò per avere in cambio la certezza di vivere accanto a chi ti ha generato? Forse lo sarebbe se quel rapporto con la madre fosse stato desiderato a lungo, se fosse bellissimo, se fosse stato osteggiato. Non pare che le cose stiano così.  Allora davvero la domanda che fanno proprio i bambini “perché?” deve trovare una risposta.</p>
<p>Il mio dubbio è che la risposta sia sempre nella mancanza di una legge chiara che regoli il passaggio tra affidamento e adozione. Le leggi che andavano in questa direzione giacciono in Commissione Giustizia e non c’è mai il tempo per discuterle.</p>
<p>Questa spiegazione poco servirà alla bambina che ora deve vivere in un ambiente che le è estraneo, forse colpevolizzata per non amare abbastanza madre e padre a lei imposti, senza nessuno con cui urlare il proprio dolore. Infatti dovrà stare nei prossimi quattro mesi senza nemmeno sentire al telefono coloro che per lei sono stati mamma e papà. Ma tutto ciò è nel suo superiore interesse.</p>
<p>Per quanto tempo tratteremo ancora i bambini senza alcun rispetto per i loro sentimenti e i loro bisogni?</p>
<p>Carla Forcolin</p>
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		<title>Otto anni di affido: non è troppo? di Eleonora e Ferdinando</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 15:27:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra qualche giorno sarà il compleanno di B. : ma lei non lo potrà festeggiare come avrebbe voluto. Con decreto esecutivo pressoché immediato, il Tribunale dei minori ha deciso “che per il bene della bambina l&#8217;affido doveva terminare”. Non c&#8217;erano più le ragioni perché potesse proseguire, stante il fatto che la madre si era regolarizzata, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra qualche giorno sarà il compleanno di B. : ma lei non lo potrà festeggiare come avrebbe voluto.</p>
<p>Con decreto esecutivo pressoché immediato, il Tribunale dei minori ha deciso “che per il bene della bambina l&#8217;affido doveva terminare”. Non c&#8217;erano più le ragioni perché potesse proseguire, stante il fatto che la madre si era regolarizzata, sposandosi ed accudendo regolarmente all&#8217;altro figlio. Otto anni, esattamente l&#8217;età di B. (che abbiamo accolto dopo soli 18 giorni di vita), stracciati in quattro fredde e agghiaccianti righe che il giudice ha steso dopo un&#8217;udienza di un&#8217;ora con tutte le parti in causa. A nulla sono valse le relazioni dei servizi che avevano in carico il caso e che sottolineavano l&#8217;impossibilità di interrompere un affido così anomalo. Inutile l&#8217;intervento del curatore che, pur non condividendo il fatto che noi amassimo B. e che quindi la legassimo troppo a noi (!?), sosteneva la necessità di proseguire l&#8217;affido per non provocare lacerazioni dagli effetti imprevedibili sulla bambina. <span id="more-5615"></span></p>
<p>Un&#8217;ora per otto anni&#8230; ecco qual è l&#8217;interesse per i minori in Italia: l&#8217;applicazione fredda e sconvolgente della legge, senza alcuna considerazione per gli effetti devastanti che questa situazione determinerà su B. Ma tant&#8217;è: noi siamo la famiglia che ha “perso i connotati di famiglia affidataria”, siamo coloro che vogliono portar via la bambina e che non l&#8217;hanno aiutata ad avvicinarsi alla madre, siamo quelli che non si rendono conto che la madre naturale ha “tutto il diritto di riavere sua figlia”. Dei sentimenti, della vita, di TUTTA la vita di B. trascorsa con noi e con il suo mondo (amici, scuola, affetti) nulla; del fatto che B. non voglia sentir ragione di andare a vivere con una famiglia che non riconosce, nonostante tutti gli sforzi di questi anni, come  parte della sua vita, zero.</p>
<p>Di questo giudice che in un&#8217;ora ha stravolto le vite di molte persone, nessuno potrà mai dire che ha sbagliato, perché si è attenuto alla legge, perché è pure psicologa e “quindi sa di cosa sta parlando”, perchè nessuno avrà mai il coraggio di dirlo. Ma intanto B. sta pagando sulla sua pelle la superficialità (per usare un eufemismo) di chi  invece dovrebbe tutelare la serenità e la crescita di un bambino.</p>
<p>Ed ora ci sentiamo smarriti, combattuti se iniziare una “battaglia” o se stare “buoni buoni” per non pregiudicare le residue possibilità di rivedere B. (tra quattro mesi i primi incontri: due ore alla presenza dei servizi, neanche fossimo soggetti pericolosi…). Ci rimane l&#8217;amore che B. ci ha saputo trasmettere in questi lunghi e intensi otto anni, la forza che in questi drammatici giorni, lei a noi, ci ha donato, la certezza che la rivedremo.</p>
<p>Per B. e per i tanti bambini che come lei soffrono per gli errori di noi adulti, noi non ci arrendiamo.</p>
<p>Eleonora e Ferdinando</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il governo e “Il diritto ai sentimenti per i bambini in affidamento”</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 22:43:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Premessa Il governo è caduto ma la legislatura non è finita: le proposte di legge a favore dei minori, che giacciono in Commissione Giustizia da più di un anno, potrebbero ancora essere discusse.  Voglio raccontare la storia di queste proposte, anche per far riflettere chi ci governa circa il rapporto cittadini-istituzioni in democrazia. Il problema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Premessa</strong><br />
Il governo è caduto ma la legislatura non è finita: le proposte di legge a favore dei minori, che giacciono in Commissione Giustizia da più di un anno, potrebbero ancora essere discusse.  Voglio raccontare la storia di queste proposte, anche per far riflettere chi ci governa circa il rapporto cittadini-istituzioni in democrazia.</p>
<p><strong>Il problema sollevato</strong><br />
In Italia, la legge che regola l’affidamento dei minori si presta ad interpretazioni molto diverse, ma di solito i giudici minorili quando un bambino in affidamento diventa adottabile lo costringono a lasciare la famiglia in cui è cresciuto in affidamento (anche per anni) per porlo in adozione presso un’altra famiglia. Il piccolo, che ha già perso la madre naturale, si trova così a dover cambiare casa e affetti per la terza volta anche se la famiglia affidataria si è nel frattempo talmente affezionata a lui da volerlo adottare. Noi chiediamo da molti anni che la prima famiglia ad essere valutata ai fini adottivi dal giudice, dopo la dichiarazione di adottabilità, sia quella che già ospita al proprio interno il bambino e che l’adozione sia legittimante se la famiglia ha i requisiti per poter adottare, “nei casi particolari” in caso contrario. Tutto ciò sembra ovvio a chiunque abbia un po’ di buon senso, anche se ci sono molti pericoli, di cui noi siamo perfettamente consapevoli, anche in questa proposta. Ma l’interesse predominante dei bambini richiede a gran voce che dei bimbi, già traumatizzati in passato e ben recuperati dall’affetto disinteressato di sostituti genitoriali, di cui si fidano, non siano abbandonati di nuovo per legge.</p>
<p><strong>Petizioni popolari</strong><br />
Per questo lanciammo una petizione durante il governo Prodi, che divenne proposta di legge presentata dall’on. Luana Zanella. Cadde con quel governo. Con il successivo governo Berlusconi, dopo la pubblicazione del libro di denuncia dal titolo “Io non posso proteggerti” ed. F. Angeli, rilanciammo una petizione on-line, dal titolo “Diritto ai sentimenti per i bambini in affidamento”. Nonostante il tema di nicchia e nonostante la nostra totale inesperienza in simili questioni, riuscimmo a raccogliere in pochi mesi nella primavera del 2010 più di seimila firme on line e riuscimmo a sensibilizzare giornalisti, deputati, giudici, professori, semplici cittadini. Su questi temi si tennero trasmissioni radiofoniche, articoli ed infine un convegno in Senato, dove intervennero deputati e senatori, tra cui Anna Serafini, la vice presidente della Commissione Infanzia, che nel passato era stata relatrice della legge attuale e che ci promise una circolare applicativa della legge. Le firme furono da noi presentate alla Presidenza della Camera, da cui ci giunse una lettera di apprezzamento firmata dallo stesso presidente, G. Fini.</p>
<p><strong>La petizione diventa proposte di legge</strong><br />
Si fecero carico di due proposte di legge simili tra loro e in grado di cogliere le istanze della petizione due deputati, rispettivamente PdL (Elvira Savino) e Pd (Salvatore Vassallo), che avevano capito la serietà del problema per la loro sensibilità personale e per aver letto le nostre storie. Fu così che le proposte di legge nuove vennero calendarizzate in Commissione Giustizia. Non appena ciò si seppe, il meccanismo, messo così faticosamente in moto dalla denuncia di enormi quanto inutili sofferenze di bambini e di famiglie affidatarie, attrasse interessi di altro genere e altre proposte di riforma della legge 149/01 o addirittura di riforma dei Servizi Sociali  piovvero da ogni parte e con obiettivi molto diversi da quelli originari. Sembrava che la petizione fosse stata dimenticata. Per questo l’associazione, ad un anno di distanza dal convegno e dalla presentazione della petizione, il 13 maggio 2011, organizzò una tavola rotonda a Venezia in cui associazioni del settore, magistrati minorili e deputati ragionarono ancora sulle proposte esistenti e giunsero a preparare un testo, un’ipotetica legge, condivisa da tutti e che la sottoscritta avrebbe dovuto portare, come ulteriore elemento di collaborazione al mondo politico, nelle audizioni parlamentari che le erano state preannunciate e che non ci furono mai.</p>
<p><strong>La legge non è stata discussa e votata dal governo precedente</strong><br />
Ci chiediamo:  perché una proposta di legge quasi bypartisan, a costo zero, che avrebbe rilanciato l’istituto dell’affidamento nel nostro paese, facendo il bene dei bambini e facendo inoltre risparmiare agli enti locali migliaia e migliaia di euro, non ha interessato nessuno e non ha spinto alcun partito ad accelerare i lavori della Commissione? Per i grandi interessi degli istituti, che appartengono a gruppi molto potenti, rispondono molti. Certo, ma non solo. Il problema è stato forse il grande lavoro della Commissione Giustizia su tematiche che con gli interessi dei cittadini avevano poco a che vedere? Certo, ma non solo. La difficoltà di capire tutti i problemi connessi a quello della tutela dei legami affettivi non è da poco, la questione è difficile, nonostante le apparenze. (Proprio perché si cercano rimedi ad un male che non è mai del tutto sanabile, come quello dell’incapacità genitoriale di alcuni poveretti, che si vorrebbe recuperare assieme ai figli e che invece spesso affondano nei loro guai, trascinando i figli con sé). E qui mi chiedo: quanti politici importanti, senza i quali le proposte di  legge non vengono nemmeno guardate, sono disposti ad affrontare la comprensione e la decisione conseguente su questi temi, con il relativo dispendio di tempo e di fatica, con il rischio di inimicarsi gruppi potenti?</p>
<p><strong>I pericoli della riforma</strong><br />
C’è chi è contrario alla proposta, perché capisce che essa finirebbe per dare dei bambini a famiglie che non hanno fatto i percorsi di formazione previsti per poter adottare e “toglierebbe” altri bambini adottabili a chi li sta attendendo con lunga e terribile attesa. Come se anni di vicinanza al bambino non contassero come un corso di formazione e come se gli affidatari non avessero a loro volta sofferto e fatto dei corsi di preparazione. Come se ulteriori formazioni non potessero essere ancora fatte, se opportuno.</p>
<p>L’affetto che si instaura tra bambini e adulti che li curano, è sacrosanto se viene da genitori adottivi, ma è definito “attaccamento” se viene dagli affidatari. L’affetto è ciò che chiedono i bambini, a tutti, e i bambini non sanno la differenza tra affidamento e adozione. Sono loro che non devono subire traumi evitabili, non i grandi a dover avere figli adottabili a disposizione.</p>
<p>C’è chi teme anche che i bambini dati in affido, con simile riforma, possano non venire più  orientati al ritorno dai genitori da parte delle famiglie affidatarie. I pericoli esistono e la legge studiata nella tavola rotonda del 13 maggio 2011 cerca di contenerli. Ora abbiamo solo la certezza dello strazio dei bambini e degli adulti che li hanno cresciuti al momento di un distacco non protetto in alcun modo. Perfino il ritorno alla famiglia naturale oggi è scandalosamente crudele con i bambini, che spesso non possono più nemmeno sentire al telefono chi ha fatto loro da madre e da padre, per anni, nemmeno ai compleanni o a Natale.</p>
<p><strong>Rilanciare l’affidamento</strong><br />
È la logica disumana che nega ipocritamente l’importanza dei rapporti tra affidatari e affidati che rende debole l’affidamento.  Se tale rapporto venisse considerato per quello che è (gli affidatari svolgono un ruolo genitoriale anche se lo stesso ruolo è  a tempo determinato), i distacchi sarebbero regolati per legge e i rapporti non interrotti d’autorità anche nel caso di un ritorno felice del bambino nel seno della famiglia d’origine. Così l’affidamento verrebbe rivalutato. Nel rispetto appunto dei sentimenti dei bambini, che non sono “cose” di proprietà.</p>
<p><strong>Risparmiare denaro pubblico e fare le persone felici</strong><br />
Se l’affidamento venisse rivalutato, molte famiglie in più lo accetterebbero. Le persone disposte a passare dal ruolo di genitori a quello di zii sono molte, ma quelle disposte ad amare un bambino e poi a non saperne più nulla sono poche.</p>
<p>I bambini in struttura sono circa 30.000 e, oltre a crescere con carenze affettive, costano agli enti locali  (cioè a tutti noi) dal doppio al quintuplo di quello che costano se inseriti in famiglia. Perché in struttura bisogna pagare gli operatori che ci lavorano. Le strutture non sono inutili: i ragazzini più grandi spesso non vogliono andare in affidamento, si sentono parte di una famiglia che ricordano e si sentono in colpa cambiandola. Inoltre ben pochi li vogliono, ma i bambini e anche alcuni adolescenti che ora stanno in casa-famiglia,  potrebbero rinascere se accolti in affidamento.</p>
<p><strong>I politici e la questione</strong><br />
Se la legislatura non si dovesse chiudere ci sarebbe forse ancora un filo di speranza. Il programma del nuovo governo insiste sulla protezione delle fasce deboli della popolazione ed è indubbio che tra le realtà più deboli del paese ci sono i bambini senza genitori in grado di occuparsene. Noi chiediamo ai politici di occuparsene: perché è giusto, perché si eliminerebbe tanto dolore inutile alal gente, perché si risparmierebbe dando benessere invece di dare lacrime e sangue.  Anche questo sarebbe  un bel segnale di cambiamento al paese.</p>
<p>Carla Forcolin</p>
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		<title>Genitorialità in carcere e diritti dei figli dei detenuti, l&#8217;intervento di Lillo di Mauro al convegno</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 12:36:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Convegni]]></category>
		<category><![CDATA[Documenti]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[diritti dell'infanzia e dell'adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[legami affettivi]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo l&#8217;intervento di Lillo di Mauro, responsabile dell&#8217;area Giustizia della cooperativa Cecilia e Presidente della Consulta Penitenziaria di Roma, al convegno nazionale Genitorialità in carcere e diritti dei figli dei detenuti. Il convegno, tenutosi a Roma il 20 ottobre, è stato organizzato dalla cooperativa stessa in collaborazione con l&#8217;associazione di volontariato A Roma Insieme, che si occupa dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Pubblichiamo l&#8217;intervento di Lillo di Mauro, responsabile dell&#8217;area Giustizia della cooperativa </span><a href="http://www.ceciliacoop.it/"><span style="color: #000000;">Cecilia</span></a><span style="color: #000000;"> e Presidente della Consulta Penitenziaria di Roma, al convegno nazionale Genitorialità in carcere e diritti dei figli dei detenuti. Il convegno, tenutosi a Roma il 20 ottobre, è stato organizzato dalla cooperativa stessa in collaborazione con l&#8217;associazione di volontariato A Roma Insieme, che si occupa dei bambini del nido del carcere di Rebibbia.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Oggi parleremo di un tema importantissimo e molto delicato che riguarda la genitorialità in carcere e i diritti dei figli dei detenuti, bambini e bambine “invisibili”.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Parleremo di affettività includendo in questo termine tutte quelle relazioni che hanno per il detenuto un notevole rilievo e che se aiutate e sostenute possono contribuire enormemente nel suo percorso di riabilitazione sociale.<span id="more-5577"></span></span></p>
<p><span style="color: #666666;">I dati forniti dal DAP aggiornati al 30 settembre ci parlano di 20.089 detenuti coniugati, 645 vedovi, 1621 divorziati, 2737 separati, 5.966 conviventi (queste ultime 4 categorie sono ancora più problematiche delle altre perché oltre ai problemi legati alla condizione di detenzione hanno problemi di rapporti interpersonali il più delle volte deteriorati e difficilmente recuperabili, o come per i conviventi, problemi che riguardano il riconoscimento da parte delle istituzioni dello stato giuridico)</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Il totale dei figli che i detenuti hanno dichiarato di avere è di  24.355. Sono 7.654 coloro che hanno un solo figlio, 8.380 quelli che ne hanno due, 4.922 ne hanno tre, 2.049: quattro, 750: cinque, 299: sei, 301: oltre i sei figli.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Questi numeri ci parlano di un fenomeno importante che riguarda decine di migliaia di individui adulti e minori che quotidianamente si trovano dentro e fuori del carcere ad affrontare problemi di carattere sociale, giuridico, culturale, economico.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Con l’incontro di oggi proponiamo una riflessione su quelli che sono i diritti di queste persone, e sui problemi che sono costretti a vivere quotidianamente affinché  le istituzioni nazionali e locali vi pongano la giusta attenzione. Una riflessione che promuova un cambiamento radicale anche a livello normativo perchè tali diritti siano effettivi ed esigibili nel quotidiano.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">E’ consuetudine esaltare la tutela del bambino e della famiglia ma nella realtà ci si dimentica di quelli maggiormente colpiti dal disagio e soprattutto di quelli che sono colpiti dalla marchiatura del carcere.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Il figlio di genitori detenuti vive una situazione “deviata”  causata dalla totale assenza di un genitore perché recluso e dalla parziale assenza dell’altro perché chiamato a svolgere in un ruolo di supplenza anche i compiti del coniuge detenuto. Una situazione che ha il suo inizio sin dal momento dell’arresto. Immaginiamo cosa può accadere nella mente di un bambino quando in piena notte (ma anche di giorno) viene svegliato dall’arrivo delle  forze dell’ordine che devono eseguire l’arresto di uno dei suoi genitori. Immaginiamo anche quale sentimento di vergogna e prostrazione vive il genitore arrestato, ammanettato in presenza del figlio. Una situazione che ha ricadute negative su tutti i protagonisti sia sui figli che sui<span style="text-decoration: underline;"> </span>genitori ma anche e non da ultimo, su tutti gli altri famigliari.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Per il bambino in particolare ciò rappresenta un blocco nello sviluppo perché egli, non essendo autonomo, ha bisogno del supporto e dell’aiuto dell’adulto soprattutto nella gestione pratica delle cose del quotidiano. L’arresto di un genitore e la conseguente detenzione rappresentano una frattura nel contesto familiare un elemento di disadattamento per i bambini. Essi, vivendo l’assenza del genitore come abbandono, instaurano da subito un rapporto altamente conflittuale e il più delle volte manifestano la loro reazione con il rifiuto di incontrarlo. La separazione forzata tra genitore e figlio influisce in modo determinante nel tempo e nella biografia di ciascuno.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Oggi &#8211; pur se la convenzione internazionale sui diritti del fanciullo stabilisce che l’interesse dello stesso debba essere preminente su ogni decisione sia essa  istituzionale che privata &#8211; dobbiamo chiederci quanto la nostra legislazione, i regolamenti e soprattutto la prassi penitenziaria rispettano questi diritti. Perché c’è una evidente contraddizione tra il rispetto dei diritti del fanciullo e la sua separazione forzata da un genitore perché detenuto; c’è un’evidente contraddizione quando si costringe il bambino ad entrare in carcere per far visita al genitore detenuto e sottostare a tutte le regole, volte esclusivamente alla sicurezza stabilite dall’art. 37 del DPR 230/2000.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Per un bambino o una bambina far visita al genitore detenuto significa attese interminabili, trattamenti umilianti e imbarazzanti; significa traumatizzanti perquisizioni, paure, incontri in ambienti disumani e sotto continuo controllo.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Ma anche la genitorialità in una situazione come quella del carcere non ha possibilità di affermazione, vive problemi insormontabili. Il carcere spersonalizza, crea insicurezza e fragilità, fa smarrire l’identità. Il ruolo genitoriale viene sopraffatto da meccanismi e regole del carcere che spogliano il detenuto di responsabilità, lo rendono passivo riconducendolo di fatto ad una condizione infantile. Ma, e questo è ciò che ritengo più grave, questo ruolo è sopraffatto dal pregiudizio sociale per cui si pensa che un detenuto non sia in grado di occuparsi dei propri figli, di conseguenza non si pensa alla genitorialità come ad un diritto del detenuto. Ma sappiamo che questo pregiudizio non risponde a verità, o almeno non per tutti,  il detenuto anche se in grado di fare il genitore non può farlo pienamente perché gli viene negato quel processo dinamico attraverso il quale può imparare ad esserlo e a saper rispondere adeguatamente ai bisogni dei figli. Un processo evolutivo che fa parte dello sviluppo della persona che se negato può causare gravi problemi individuali con ricadute pesanti a livello psicologico e relazionale.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Ci sono detenuti che per paura di essere un cattivo esempio preferiscono che i figli non li incontrino, che non sappiano dove veramente sono. Genitori umiliati, frustrati  incapaci di sentirsi figure di riferimento per i propri figli, tutti sentimenti che alimentano un’ inversione dei ruoli  dove si chiede al bambino di comprendere,  responsabilizzandolo precocemente, investendolo di un ruolo adulto che non può sostenere. Molti genitori detenuti si sentono inadeguati, non credibili, senza autorevolezza bloccando di fatto lo sviluppo sereno del legame che devono avere con i figli. Il rifiuto e la paura sono due elementi devastanti nel rapporto tra genitore detenuto e i propri figli.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Purtroppo sappiamo che, pur se a livello normativo ci sono disposizioni che tutelano il diritto alla genitorialità favorendo i rapporti affettivi tra detenuto e famigliari quali elementi imprescindibili per il recupero e il reinserimento sociale (nello specifico l’art. 15 della legge 354 del 1975, disposizioni ribadite con la circolare DAP del 10  dicembre 2009 “trattamento penitenziario e genitorialità”) esiste un’incompatibilità tra l’essere detenuto in un contesto chiuso e totalizzante come quello carcerario ed esercitare il ruolo genitoriale. Incompatibilità che deriva da limiti organizzativi, e normativi, lo stesso colloquio, che è l’unico momento di contatto con il proprio mondo relazionale, il più delle volte si trasforma in turbamento emotivo per le modalità e gli spazi in cui avviene, per i vincoli giuridici e di sicurezza che ne regolamentano lo svolgimento. Ma influiscono anche le inumane condizioni di vita causate dal sovraffollamento, dalla inadeguatezza delle strutture, dai tagli ai fondi destinati al trattamento intramurario, oltre che da implicazioni psicologiche emotive e relazionali.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Come è possibile promuovere il diritto alla genitorialità in carcere consentendo ai detenuti ed ai loro familiari di incontrarsi per soli sei colloqui al mese di un’ora? ( solo se non residenti il tempo concesso può essere anche di due ore). Incontri che per gli internati e i sottoposti al 41 bis sono addirittura ridotti a quattro.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Come si può promuovere la genitorialità se non si applica il principio di territorializzazione della pena che oltre a non sradicare il detenuto dal proprio contesto sociale, culturale e familiare consentirebbe di non sottoporre i bambini a viaggi estenuanti e darebbe la possibilità <span style="text-decoration: underline;">anche</span> ai suoi parenti indigenti di fargli visita ? E come possiamo parlare di genitorialità per i detenuti stranieri ecc…?</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Ecco signori perché è un eufemismo parlare di genitorialità in carcere.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Lo stesso Goffman- afferma che <em>“le istituzioni totali sono incompatibili con un elemento fondamentale della nostra società quale la famiglia”.</em></span></p>
<p><span style="color: #666666;">Attraverso l’analisi e la valorizzazione dell’esistente,<span style="text-decoration: underline;"> </span>l’obiettivo del nostro incontro oggi, quindi, è quello di individuare le azioni &#8211; anche in sede legislativa &#8211;  necessarie a garantire i diritti dei bambini e il diritto alla genitorialità. Diritti che consentano  al genitore detenuto di poter esprimere il rapporto con i figli e di stabilire corretti rapporti con la famiglia. Noi oggi dobbiamo avviare un percorso che  contribuisca a tutelare la relazione genitore figlio all’interno e all’esterno del carcere individuando quali rapporti debbano intercorrere tra istituzioni locali e nazionali. Dobbiamo analizzare l’attuale normativa per mettere in luce eventuali carenze e proporre interventi  che sanciscano il diritto al genitore detenuto di esercitare le proprie funzioni ed al bambino di essere protetto e sostenuto in un momento difficile della sua esistenza.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Per fare questo abbiamo chiamato ad intervenire le realtà più significative del volontariato e del terzo settore che in Italia operano in tale ambito che con il loro intervento contribuiscono quotidianamente a favorire percorsi di valorizzazione del ruolo genitoriale e che garantiscono i diritti del bambino quando questi è costretto ad entrare in carcere a visitare il proprio genitore detenuto perché confrontino le proprie esperienze, e facciano emergere le difficoltà che incontrano nello svolgimento quotidiano delle loro attività.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Ma sono con noi anche autorevoli esperti che con il loro contributo ci aiuteranno a comprendere quali percorsi metodologici e strategie adottare.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Gli argomenti che tratteremo, valorizzando le esperienze e  le buone prassi, possono offrire a tutti  noi, soprattutto ai rappresentanti istituzionali presenti, spunti di riflessione per sviluppare una rete di sostegno tra istituzione penitenziaria, enti locali, e terzo settore.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Sempre più convinti che se si vogliono raggiungere obiettivi concreti, è necessario che ogni istituzione programmi e attui  interventi di sostegno attraverso la concertazione e il confronto, cosi come previsto dalla 328 . E’ necessaria in tal senso un’assunzione di responsabilità da parte degli Enti Locali che devono favorire, valorizzare e sostenere quelle “buone prassi”, quegli interventi che il terzo settore pone in essere e che sono gli unici a consentire un legame tra il dentro e il fuori soprattutto  quando si verificano casi in cui,  ai sensi dell’art 94 dell’ordinamento penitenziario, la Direzione è costretta a segnalare ai servizi sociali territoriali i mancati rapporti tra detenuto e famigliari. Gli Enti Locali entrano a pieno titolo nella gestione di tale problematica, anche perchè nella maggior parte dei casi le famiglie dei detenuti vivono in condizioni di grave disagio sociale, economico, culturale, ambientale e solo attraverso al presa in carico del bambino e del genitore detenuto è possibile sostenere la relazione affettiva tra i due e contribuire alla crescita armoniosa ed equilibrata del bambino. Servizi di mediazione familiare, accompagnamento dei bambini in carcere, sostegno economico e sociale alla famiglia sono alcune delle misure che devono essere previste per rendere effettivo il diritto alla genitorialità.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Usciamo da qui stringendo un patto tra di noi che ci impegni tutti a mettere da parte narcisismi e personalismi per mettere al centro gli interessi del bambino e del genitore detenuto.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Diritti dei bambini, diritti dei genitori e sicurezza non sono interessi in contrapposizione anzi, al contrario, il sostegno ai figli dei detenuti e alla genitorialità contribuisce ad evitare il rischio di devianza e di recidiva.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Usciamo da qui dando risposta alla domanda su come pensiamo che i detenuti possano continuare a svolgere le loro funzioni genitoriali in carcere, quali sistemi e misure sono necessari per migliorare il rapporto e la comunicazione con i figli. Incentiviamo nuovi modelli operativi, individuiamo modalità di organizzazione e gestione degli spazi di incontro e diffondiamoli in tutti gli istituti penitenziari.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">Sviluppiamo su tutto il territorio nazionale iniziative come questa che tengano viva l’attenzione sul problema e coinvolgiamo gli Enti Locali ad assumersi le loro responsabilità per quanto di competenza.</span></p>
<p><span style="color: #666666;">La genitorialità non è solo un fatto biologico ma anche sociale, culturale, psicologico e legislativo</span></p>
<p><span style="color: #666666;">promuoviamo allora una sinergia tra scienze pedagogiche, sociologiche, giuridiche che si declini in buone prassi.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Dopo l&#8217;incontro del 13 maggio. Riflessioni sulle proposte di modifica alla L. 184/1983, di Marilena Zanon</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 14:51:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Commenti e testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[adozione]]></category>
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		<description><![CDATA[Mi chiamo Marilena e sono mamma adottiva e affidataria di due bambini uno dei quali avuto in adozione con l’art. 44 della L. 184/1983. Mio marito ed io c’eravamo proposti come famiglia affidataria, desiderosi di poter dare un po’ del nostro amore in un ambito dove c’erano poche famiglie disponibili, nella speranza di poter essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi chiamo Marilena e sono mamma adottiva e affidataria di due bambini uno dei quali avuto in adozione con l’art. 44 della L. 184/1983.</p>
<p>Mio marito ed io c’eravamo proposti come famiglia affidataria, desiderosi di poter dare un po’ del nostro amore in un ambito dove c’erano poche famiglie disponibili, nella speranza di poter essere d’aiuto a qualcuno; così è avvenuto e nel 2004  ci è stato proposto un affido di un bambino di 6 anni abbandonato dalla madre con  un padre che dopo due anni dall’inizio del progetto di affido (all’età di circa 8 anni del bambino) si rivelerà incapace di accudire il proprio figlio. Da qui la necessità, da un lato di dare una famiglia stabile al bambino, che ormai non era più in grado di sopportare la spada di Damocle della fine dell’affido, e dall’altro lato la necessità comunque di mantenere i rapporti con alcuni membri della famiglia di origine non in grado però di accudire il bambino (nonni ultraottantenni e sorella  sedicenne). Ecco perché fu nel nostro caso decisa l’adozione ex art. 44 della L. 184/1983.</p>
<p>Avrei piacere di intervenire nel dibattito instauratosi dopo l’incontro del 13 maggio u.s. per riflettere sulle proposte legislative di modifica alla legge sull’adozione e sull’affido più precisamente denominata “Diritto del minore ad una famiglia” (L. 4 maggio 1983 n. 184), denominazione che cito non a caso perché le parole hanno un peso ed hanno un significato.</p>
<p>Mi pare che tutte le associazioni intervenute e comunque i soggetti presenti all’incontro, siano concordi nel ritenere indispensabile la riforma dell’art. 4 della legge citata, laddove si vuole precisare che la famiglia affidataria può adottare il minore che è in affido, qualora lo stesso sia dichiarato adottabile.</p>
<p>Mi pare che le opinioni si dividano invece circa l’opportunità dell’introduzione della lettera a-bis all’art. 44 della L. 184/1983 (adozione in casi particolari), contenuta sia nella proposta legislativa Vassallo, sia nella proposta legislativa Savino, che consentirebbe l’adozione, sempre da parte delle famiglie affidatarie, del minore che non sia dichiarato adottabile.</p>
<p>Io credo che questa modifica sia sacrosanta al pari della modifica dell’art. 4 citato. Mi piacerebbe non dimenticassimo che ci sono casi nei quali non è possibile né tutelante per il minore, rompere definitivamente con la famiglia di origine, a volte perché all’interno della famiglia ci sono dei membri che hanno rapporti significativi con il minore, ancorché non siano in grado di prendersi cura del minore stesso (come ad es. nonni e fratelli),  a volte perché l’età del bambino può essere tale da richiedere un distacco graduale dalla famiglia di origine.</p>
<p>Soprattutto nel primo caso la necessità di mantenere il rapporto con la famiglia di origine rappresenta anche un bisogno di identità del minore, bisogno con il quale ogni bambino adottato si trova prima o poi a fare i conti.</p>
<p>Il timore che l’introduzione della lettera a-bis possa aprire le porte ad abusi soprattutto in alcune zone d’Italia, non mi pare una motivazione forte qualora anche un solo bambino dovesse soffrire per l’ipotesi in cui non gli sia stata data la possibilità di avere una famiglia <strong><span style="text-decoration: underline;">stabile</span></strong> .</p>
<p>Ho voluto sottolineare la parola stabile perché non mi pare che questa stabilità possa essere offerta da un affidamento sine die, come qualcuno ha replicato. L’affidamento è un istituto giuridico temporaneo pensato per trovare una famiglia dove collocare il minore per il tempo necessario affinché la sua famiglia di origine possa recuperarsi. Ma se ciò non è possibile e la dichiarazione di adottabilità non è consentita nell’interesse del minore, deve essere a lui garantita la presenza di una famiglia stabile che nessuno gli possa mai togliere, né giudice, né servizi sociali (che &#8212; non dimentichiamo &#8212; cambiano nel corso del tempo e potrebbero avere opinioni diverse). Non solo ma l’affidamento sine die non è in grado alcune volte di  rispondere al bisogno di appartenenza del minore alla sua nuova famiglia: l’adozione in casi particolari infatti consente di aggiungere al cognome della famiglia di origine quella della nuova famiglia. Non è una circostanza irrilevante anzi tutt’altro, essa rappresenta anche il riconoscimento sociale di questa duplice appartenenza, un riconoscimento cioè che vale anche nei confronti delle istituzioni e della società (dalla scuola alle asl, dal mondo dello sport al mondo dell’associazionismo  religioso e non), che non può e non deve essere negato al minore.</p>
<p>E se ci sono delle persone che si avvicinano all’affido pensando di trovare una scorciatoia per avere un figlio tutto loro queste credo non siano degne non solo di essere genitori affidatari ma nemmeno adottivi: un figlio non è per se stessi e per soddisfare i propri bisogni, questo è egoismo.</p>
<p>Io spero e mi auguro che né pregiudizi, né preconcetti, né timori, né paure impediscano anche ad un solo bambino di poter veder concretizzato il suo diritto ad avere stabilmente una famiglia o anche più di una se questo rappresenta il bene del minore.</p>
<p>Buon lavoro a tutti.</p>
<p>Marilena Zanon</p>
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		<title>Comunicato stampa sulla giornata del 13 maggio 2011</title>
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		<pubDate>Sat, 14 May 2011 06:42:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Staff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si comunica che ieri, 13 maggio 2011, presso il Centro culturale Valdese di Palazzo Cavagnis, sede legale dell’associazione “La gabbianella e altri animali”, ha avuto luogo un importante incontro tra i deputati on. Elvira Savino (PdL), on. Salvatore Vassallo (PD) e alcune associazioni di volontariato che si occupano di affidamento e di adozione, nonché rappresentanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si comunica che ieri, 13 maggio 2011, presso il Centro culturale Valdese di Palazzo Cavagnis, sede legale dell’associazione “La gabbianella e altri animali”, ha avuto luogo un importante incontro tra i deputati on. Elvira Savino (PdL), on. Salvatore Vassallo (PD) e alcune associazioni di volontariato che si occupano di affidamento e di adozione, nonché rappresentanti delle istituzioni locali ed esperti di diritto minorile.  L’incontro si è tenuto ieri, ad un anno esatto dal giorno in cui la petizione “Diritto ai sentimenti per i bambini in affidamento”, promossa dall’ass. “La gabbianella e altri animali”, è stata presentata alla Presidenza della Camera.</p>
<p>Nel corso di questi dodici mesi sono state elaborate due proposte di legge, da parte degli on. Salvatore Vassallo ed Elvira Savino. Entrambe hanno lo scopo di tutelare la continuità degli affetti per i bambini prima posti in affidamento e poi dichiarati adottabili. Gli stessi bambini, se accettati in adozione dagli affidatari, potrebbero così rimanere nella famiglia in cui già si trovano, se vi stanno bene, senza essere costretti a cambiare sostituti materno e paterno, fratelli, amici, scuola, e tutto il loro mondo. La famiglia affidataria, che accettasse di diventare adottiva, sarebbe valutata dai Tribunali Minorili per prima tra altre famiglie in lista d’attesa per divenire adottive. Non per “aggirare” la legge, ma per tutelare il diritto dei bambini alla continuità degli affetti e alla stabilità di vita.</p>
<p>Nell’ultimo mese, quando si è “calendarizzata” in Commissione Giustizia la discussione di questi argomenti, altre proposte di legge si sono aggiunte alle prime, sia in sintonia con le richieste dell’associazione, sia ampliandone l’ambito.</p>
<p>Per discutere di tutto ciò, i deputati PD e PDL hanno voluto raccogliere esperienze e pareri di chi ha vissuto i problemi da cui è nata la petizione, nonché ascoltare le riflessioni di giudici, avvocati, psicologi e assistenti sociali che si occupano quotidianamente di affidamento e tutela dei minori.</p>
<p>La giornata si è conclusa con la decisione di stendere un documento del gruppo di lavoro che si è riunito, nella speranza di contribuire così ad un testo di legge definitivo, scritto esclusivamente in favore dei bambini e ragazzi.</p>
<p>Il documento, concepito già oggi considerando le proposte di legge esistenti, sarà presto pubblicato nel nostro sito.</p>
<p>La Presidente</p>
<p>Carla Forcolin</p>
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		<title>Diritto ai sentimenti per i bambini in affidamento: disegni di legge in esame alla Camera</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 12:19:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella Commissione permanente II Giustizia della Camera sono stati presi in esame i progetti di legge seguiti alla nostra petizione (pagina online della Camera). Cliccando sui rispettivi nomi, potete leggere le proposte degli on. Savino (PdL) e Vassallo-Pes (PD) che hanno raccolto le nostre richieste. Non appena la Commissione avrà finito il suo compito, le proposte passeranno in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nella Commissione permanente II Giustizia della Camera sono stati presi in esame i progetti di legge seguiti alla nostra <a href="http://www.lagabbianella.org/petizione-al-parlamento-italiano/">petizione</a> </strong>(<a style="font-weight: bold;" href="http://www.camera.it/126?pdl=3854&amp;tab=4&amp;leg=16">pagina online della Camera</a>).</p>
<p>Cliccando sui rispettivi nomi, potete leggere le <strong>proposte degli on. </strong><a href="http://www.lagabbianella.org/wp09/wp-content/uploads/2011/04/Savino.pdf"><strong>Savino</strong></a> (PdL) e <a href="http://www.lagabbianella.org/wp09/wp-content/uploads/2011/04/Vassallo-Pes.pdf"><strong>Vassallo-Pes</strong></a> (PD) che hanno raccolto le nostre richieste. Non appena la Commissione avrà finito il suo compito, le proposte passeranno in aula.</p>
<p><strong>Se volete esprimere delle riflessioni in merito, mandatele a <a href="mailto:info@lagabbianella.org">info@lagabbianella.org</a> o scrivete un commento</strong> <strong>su questo sito</strong> (andate su &#8220;Commenti&#8221; qui sotto). Tutti i contributi di pensiero saranno molto graditi. Io desidero essere prudente e vedere le proposte Savino o Vassallo divenute legge prima di concedermi la gioia della festa.</p>
<p>Carla Forcolin</p>
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		<title>Accoglievolmente: convegno sull&#8217;affido a Treviso, 26 marzo</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Mar 2011 09:03:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Pensare e raccontare l&#8217;affido di minori: come valorizzare e sostenere la famiglia d&#8217;origine e la famiglia accogliente per il ben-essere del bambino&#8221;:  questo l&#8217;obiettivo del convegno sull&#8217;affido familiare organizzato dall&#8217;associazione &#8220;Granello di senapa&#8221;, che si terrà sabato 26 marzo dalle 9 alle 13,30 presso l&#8217;Hotel Ca&#8217; del Galletto, in via Santa Bona Vecchia a Treviso. Clicca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lagabbianella.org/wp09/wp-content/uploads/2011/03/Convegno.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4719" style="margin-right: 5px;" src="http://www.lagabbianella.org/wp09/wp-content/uploads/2011/03/accolievolmente.jpg" alt="" width="211" height="112" /></a><strong>&#8220;Pensare e raccontare l&#8217;affido di minori: come valorizzare e sostenere la famiglia d&#8217;origine e la famiglia accogliente per il ben-essere del bambino&#8221;</strong>:  questo l&#8217;obiettivo del convegno sull&#8217;affido familiare organizzato dall&#8217;associazione &#8220;Granello di senapa&#8221;, che si terrà <strong>sabato 26 marzo</strong> <strong>dalle 9 alle 13,30 presso l&#8217;Hotel Ca&#8217; del Galletto, in via Santa Bona Vecchia a Treviso.</strong></p>
<p>Clicca sull&#8217;immagine per leggere la locandina.</p>
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		<title>Scogli tra affidamento e adozione, intervento di Carla Forcolin su &#8220;Avvenire&#8221; del 12 febbraio</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 20:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato 12 febbraio il quotidiano &#8220;Avvenire&#8221; ha dato spazio a un intervento di Carla Forcolin sulla petizione &#8220;Diritto ai sentimenti per i bambini in affidamento&#8221;. Clicca sulla pagina del giornale per ottenerne una copia in PDF.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lagabbianella.org/wp09/wp-content/uploads/2011/02/1202FOR1.pdf"><img class="alignleft size-full wp-image-4643" style="margin-right: 5px;" src="http://www.lagabbianella.org/wp09/wp-content/uploads/2011/02/Avvenire.jpg" alt="" width="106" height="148" /></a>Sabato 12 febbraio il quotidiano &#8220;Avvenire&#8221; ha dato spazio a un intervento di Carla Forcolin sulla petizione &#8220;Diritto ai sentimenti per i bambini in affidamento&#8221;.</p>
<p>Clicca sulla pagina del giornale per ottenerne una copia in PDF.</p>
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