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“Adozioni, petizione per salvare il diritto dei bambini all’amore”, articolo di Alessandra Graziottin

martedì 2 marzo 2010

Gazzettino-1-marzo

Riportiamo l’articolo Adozioni, petizione per salvare il diritto dei bambini all’amore, di Alessandra Graziottin, pubblicato su “Il Gazzettino” di ieri, lunedì 1 marzo:

Immaginate di essere un bambino che ha avuto la sfortuna di nascere in una famiglia che non lo cura. O, peggio, lo abusa. Mesi e anni di carenza d’amore. Mesi di tristezza abbandonica. Tanta trascuratezza e dolore che, alla fine, i servizi sociali, su parere del Tribunale per i Minori, vi tolgono – temporaneamente – da lì per mettervi in comunità. Dove il cibo è buono e il vestiario curato. Ma dove vi sentite solo. Passano i mesi, a volte anni. La solitudine diventa una corazza di sfiducia. “Se la mamma non mi ha voluto bene, se mi ha abbandonato, di chi altri mi potrò fidare?”.

Immaginate che una coppia gentile si prenda cura di voi. Una coppia “affidataria”: così vi hanno detto. Conserverete il vostro cognome. Loro vi vorranno bene “a tempo”, per legge. Perché prima o poi tornerete a casa dai vostri veri genitori. Voi li sfidate, li mettete alla prova, fate i capricci. Non ci si può fidare, dopo essere stati soli così tanto. Ma lei, quella che farebbe la mamma, ma solo per un po’, vi piace. E’ simpatica, fa delle torte buonissime. E poi le storie che vi racconta alla sera, prima di dormire, non ve le ha mai raccontate nessuno. Non glielo dite, ma siete orgogliosi di camminare per la strada tenendole la mano. E lui, quello che farebbe il papà e non parla tanto, ma è buono (lo sentite a pelle) e ride con gli occhi, proprio lui a Natale vi ha fatto il regalo più bello del mondo: siete andati insieme al canile, per scegliere un cagnolino solo che cercasse anche lui una famiglia. E voi lo sapete bene, cosa vuol dire sentirsi abbandonati. Quel bastardino piccolino vi ha preso il cuore.”Questo”, avete detto. E Tobia è diventato il vostro compagno di giochi preferito.

Sono passati tre anni. Quella è la mamma che volete, quello il papà di cui, adesso, vi fidate, perché vi capisce, senza tanto parlare, ancor più della mamma. E Tobia capisce più di tutti. A scuola, adesso, andate bene, le maestre sono contente. Ma un brutto giorno, la quasi-mamma piange. E il quasi-papà ha gli occhi rossi e non ha coraggio di guardarvi. Purtroppo, vi dicono, non possiamo più stare con te. L’affido è finito, sei stato dichiarato “adottabile”. Un’altra famiglia ti vorrà bene. “Ma io voglio stare qua, con voi!”. Niente da fare. Tornano quelli dei servizi sociali e ti portano nella nuova famiglia. Nessuno ti ha chiesto: “Tu, dove vuoi stare? Dove ti senti a casa? Dove hai trovato due genitori buoni?”. E Tobia, nemmeno Tobia è potuto venire con te. Urlate, piangete. “Si calmerà” sentite dire. Il mondo è nero adesso, nero. Come vi sentite? Abbandonato, orfano per legge. Perché la quasi-mamma e il quasi-papà non vi hanno difeso? Perché non vi hanno tenuto? E allora li odiate… In realtà, quei due genitori affidatari sono disperati quanto voi. Hanno fatto di tutto, ma non c’è stato verso. Per legge, i genitori affidatari non possono adottare in via definitiva il bambino che sia stato dichiarato adottabile. Lo sapevano prima che era un amore a termine. Per legge. Ma tu, bambino, non sai che esiste questa legge. Per te c’è un’unica disperazione: anche loro ti hanno abbandonato.

Gentili lettrici e lettori, questa è una storia paradigmatica, come centinaia di altre, purtroppo. I genitori affidatari non possono adottare, se non in casi particolarissimi. Se ritenete, come me, che il diritto di un bambino, dichiarato adottabile, debba salvaguardare in prima linea l’affetto, l’amore, la tenerezza, che nel frattempo si sono creati con la coppia affidataria, considerate la petizione al Parlamento che propone di aggiungere un piccolo inciso in calce all’articolo 4, comma 5, della Legge 149 del 2001, sull’affido:”Qualora l’affidamento di un minore si risolva in un’adozione a causa del mancato recupero della famiglia d’origine, vanno protetti, salvo particolari e motivate eccezioni, i rapporti che nel frattempo si siano costituiti”. Per farlo, su Internet andate sul sito: www.lagabbianella.org (ricordatevi org, perché c’è un sito omonimo che non c’entra nulla). Io ho firmato. L’opposto dell’amore non è l’odio. E’ l’indifferenza. Immaginate di essere quel bambino.
www.alessandragraziottin.it

GIORNALISTI, GIUDICI E LA NOSTRA PETIZIONE: ansie preventive

domenica 21 febbraio 2010

Il cocktail composto da giornalisti, giudici e la nostra petizione è una miscela esplosiva: i giornalisti, per necessità di mestiere, devono raccontare alla gente cose che fanno notizia o particolari di notizie che ancora non sono noti. I giudici sono tenuti, per deontologia professionale, a rispettare il segreto istruttorio dei casi di cui si devono occupare e comunque la privacy della gente, e per fortuna, checché se ne dica, nella stragrande maggioranza dei casi, lo fanno. Noi, piccola associazione di volontariato, denunciamo un’interpretazione della legge sull’affido/adozione che danneggia in profondità i bambini. Lo facciamo perché sappiamo di molte vicende che hanno lacerato piccoli e grandi senza reale necessità; sappiamo di grandi dolori evitabili con l’accoglienza della nostra petizione e l’aggiunta di un paio di frasi ad un articolo della  legge attuale. Ma vogliamo denunciare il problema, non parlare dei casi particolari, magari già conclusisi, che ci hanno spinto a scendere in campo.

Proponiamo di inserire nella legge, subito, due frasi su cui sono d’accordo in tantissimi, se non proprio tutti, mentre su di una grande riforma si scatenerebbero due visioni della famiglia, nascerebbero polemiche a non finire, integralismi, ideologie…  La legge che abbiamo è vecchiotta ma buona, se solo venisse applicata bene. La si può riformare, ma ci vuole tempo, non lo si può fare in fretta o sotto elezioni. Sulle modalità della sua attuazione si sta lavorando, ci sono dibattiti in merito che attraversano l’intero paese, forse le cose miglioreranno. 

Ma torniamo al cocktail: se noi denunciamo il problema della gestione della fine dell’affidamento è perché veniamo sempre pungolati dalla realtà a seguire vicende in cui dei bambini sono costretti a cambiare famiglia, mentre stavano bene dov’erano. Non la cambiano per tornare nella loro, ma per andare in una terza famiglia, quella adottiva. La causa di questa incongruenza non è la cattiveria dei giudici, ma l’ambiguità della legge stessa che vorremmo fosse precisata. Senza far torto a nessuno, nello stato attuale delle cose, facendo magari prendere a molte coppie sia l’idoneità all’affidamento che all’adozione, o in altri modi “onesti” quando questa via non è praticabile, sarebbe possibile evitare ai bambini dolorosi passaggi di famiglia. Con poco si potrebbe stabilire che i loro affetti vanno rispettati.

I giornalisti, sempre pressati dal poco tempo a loro disposizione (più sono  bravi e famosi più sono di fretta) vogliono subito occuparsi dei “casi” al posto del problema. Da essi, infatti, il problema si capisce più facilmente. Ma anche i casi non sono una realtà lineare. Si legga il mio libro “Io non posso proteggerti”, dove mi sono sforzata di raccontare sotto assoluto anonimato delle storie complicatissime, per capirlo… ogni singola vicenda  riflette, più o meno, la complessità generale.

Al giornalista che ha poco tempo non si può spiegare molto, ma lui chiede informazioni su qualcosa che ha letto, che magari è già stato denunciato con qualche reticenza. Qualcosa di ciò che non si dovrebbe dire, nell’enfasi del discorso, sfugge, lui/lei scrive, qualche giudice che ha seguito in coscienza (anche con crisi di coscienza) riconosce le cose su cui ha lavorato e si offende. Tutti i giudici, che già vengono attaccati sempre e comunque sui giornali e in TV quotidianamente, si ritirano dal dialogo che l’associazione e le associazioni cercano di tenere aperto, feriti. La loro chiusura ci priva di un contributo essenziale. Ma la paura di offenderli ci impedisce di presentare al pubblico certe realtà, e i politici, non più stimolati dai mass-media,  ripongono il problema nel dimenticatoio.

Se non cambia qualcosa in merito torneranno a questa associazione casi disperati tra pochissimo.

Propongo che chi scrive di questi argomenti si documenti prima seriamente sulla complessità del problema (c’è chi lo fa), propongo che non si parli di casi ma delle circostanze che li determinano. Le storie, pur narrate, devono restare sotto anonimato assoluto. Di queste cose si deve discutere, ma lo si deve fare con grande umiltà.

Mi è capitato di criticare assistenti sociali che non avevano dato l’idoneità a delle coppie, ho visto le stesse ricorrere in appello, ottenerla e poi fare danni: avevano ragione le assistenti sociali che non potevano dire come mai avevano agito in un modo apparentemente sbagliato, avevo torto io. Sono diventata cauta, non amo i discorsi di chi sa tutto, non amo chi sbandiera la critica verso intere categorie, cerco di capire perché le cose non funzionano. Per capire ci vuole tempo e un briciolo di umiltà . Concediamocelo: i temi della nostra petizione sono delicatissimi.

Grazie a chi mi vorrà ascoltare.

Carla Forcolin

Venezia, 21 febbraio 2009

PETIZIONE: COMUNICATO STAMPA DELL’ANFAA

mercoledì 17 febbraio 2010

L’Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie – ANFAA- condivide la petizione e ha inviato alla Gabbianella e ad altre associazioni il seguente comunicato stampa con precisazioni della Presidente, Donata Nova Micucci:

 

COMUNICATO STAMPA:

 TUTELARE LA CONTINUITA’ AFFETTIVA DEI MINORI AFFIDATI

DICHIARATI ADOTTABILI

Apprezziamo e condividiamo la petizione presentata dall’Associazione LA GABBIANELLA E GLI ALTRI ANIMALI. A nostro parere, onde evitare un aggiramento della normativa in vigore, sarebbe utile specificare che questa petizione riguarda gli affidamenti familiari disposti dai servizi sociali e/o dal Tribunale per i Minorenni e che il minore affidato, se dichiarato in stato di adottabilità, ha diritto ad essere adottato con adozione legittimante e non ricorrendo impropriamente all’art. 44 comma d).

Da anni l’ANFAA sostiene quanto esposto nella petizione: la stessa Circolare sugli affidamenti “a rischio giuridico di adozione”, proposta dall’Anfaa e  recepita dal Tribunale per i minorenni del Piemonte e Valle d’Aosta nel 1983, rispondeva a questa esigenza.

Inoltre vorremmo ricordare quanto riportato in proposito anche nel 2° Rapporto supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia: “È inoltre importante, nell’interesse superiore del minore, che a conclusione dell’affidamento vengano individuate, caso per caso, modalità di passaggio e di mantenimento dei rapporti fra il minore e la famiglia che lo ha accolto, sia quando rientra nella sua famiglia d’origine, sia quando viene inserito in un’altra famiglia affidataria o adottiva o in una comunità. Si ritiene infatti, anche in base a recenti esperienze negative, che vada salvaguardata la continuità dei rapporti affettivi del minore e che debbano essere evitate interruzioni traumatiche. È di fondamentale importanza che sia sempre rigorosamente rispettato l’articolo 5 comma 1 ultima parte della legge citata, il quale dispone che «l’affidatario deve essere sentito nei procedimenti civili in materia di potestà, di affidamento e di adottabilità relativi al minore affidato». Tale norma nella pratica viene spesso disattesa o trascurata, in quanto la sua mancata applicazione non comporta purtroppo alcuna nullità sul piano processuale. Infatti la giurisprudenza ha più volte affermato che gli affidatari non sono parti processuali del procedimento. Tuttavia la loro audizione riveste un’importanza fondamentale per la valutazione dell’interesse del minore, e non dovrebbe mai essere omessa. Qualora il minore affidato sia successivamente dichiarato adottabile il Tribunale per i minorenni deve attentamente valutare il suo superiore interesse, e come prescritto dalla legge1 il giudice minorile «in base alle indagini effettuate, sceglie tra le coppie che hanno presentato domanda quella maggiormente in grado di corrispondere alle esigenze del minore». Pertanto deve prendere in considerazione anche l’eventuale adozione da parte degli affidatari, se idonei e disponibili2 (v. pg. 72 del Rapporto, reperibile sul sito: www. gruppocrc.net).

Nella relazione PRINCIPI FONDAMENTALI IN MATERIA DI ADOZIONE E DI AFFIDAMENTO FAMILIARE DI MINORI, che alleghiamo, tenuta da Pier Giorgio Gosso, giurista, Presidente Onorario Aggiunto della Corte di Cassazione e consigliere ANFAA, al Convegno di  Torino del 9 novembre scorso è stata proposta la seguente modifica legislativa dell’art. 4, comma 5 dell’attuale legge n. 184/1983:

Art. 4, comma 5  (nuovo testo) “L’affidamento familiare cessa, con provvedimento della stessa autorità che lo ha disposto, valutato l’interesse del minore, quando sia venuta meno la situazione di difficoltà della famiglia d’origine che lo ha determinato, ovvero nel caso in cui la prosecuzione di esso rechi pregiudizio al minore. Cessa altresì  quando l’affidato viene dichiarato in stato di adottabilità. In quest’ ultimo caso il tribunale per i minorenni deve prioritariamente prendere in considerazione la disponibilità degli affidatari all’adozione e, in caso di loro impossibilità, deve comunque assicurare il passaggio graduale del minore alla nuova famiglia e l’eventuale mantenimento dei suoi rapporti con gli stessi”.

CONFERMIAMO LA DISPONIBILITÀ DELLANFAA A SOSTENERE QUANTO ESPOSTO  NELLA VOSTRA PETIZIONE,  ANCHE IN SEDE PARLAMENTARE, PER  TUTELARE  LA CONTINUITA’  AFFETTIVA DEI MINORI AFFIDATI DICHIARATI ADOTTABILI.

La presidente Anfaa

Donata Nova Micucci                                                                                                                                          Torino, 16 febbraio 2010

 


1 Legge 184/1983, articolo 22, comma 5.

2 Si veda in merito il saggio di A. La Spina, dal titolo “Il collocamento temporaneo del minore presso una famiglia”, in Famiglia e Diritto, 2009, n. 7, pagina 719, in cui si evidenzia che: «Il fatto che il minore, temporaneamente collocato presso una famiglia, di regola seguiti a mantenere rapporti con la famiglia d’origine, potrebbe suscitare qualche perplessità circa la convertibilità di questa forma di affidamento in quello preadottivo; inevitabilmente infatti, la famiglia d’origine sarà sempre a conoscenza del luogo ove il minore si trovi. Invero, nonostante i dubbi manifestati da isolata giurisprudenza, pare potersi ritenere che, in ossequio ai principi ispiratori dell’intera disciplina, salvo che tale circostanza non si dimostri, nel caso specifico, di grave pregiudizio per il minore, debba senz’altro prevalere il superiore interesse dello stesso a vedere assicurata la sua normale crescita in una famiglia affettuosa e accogliente. Pertanto, anche in linea con la tendenza degli altri paesi a guardare con favore alle adozioni c.d. aperte (che mantengono rapporti di fatto tra i minori e le famiglie d’origine post adozione), pare potersi concludere che, qualora si accerti che l’adozione risponde al superiore interesse del minore, non osta alla dichiarazione di adozione a favore della famiglia destinataria dell’affidamento c.d. a rischio giuridico il fatto che questa sia nota alla famiglia d’origine».

Riflessione sul suicidio di Yassine nell’Istituto penale per i minorenni di Firenze

martedì 24 novembre 2009

Il Gruppo IPM dell’associazione “L’altro diritto Onlus”, che lavora nell’Istituto penale per i minorenni di Firenze e appartiene al gruppo CRC, ha scritto la riflessione che qui pubblichiamo:

Riflessione sulla morte di Yassine El Baghdadi e sui ragazzi che restano dentro

Firenze, 20 novembre 2009

In questi giorni, dopo la terribile morte di Yassine, i riflettori dei media sono stati improvvisamente puntati sull’Istituto penale per i minorenni di Firenze, e molti sono stati i commenti di politici e rappresentanti delle istituzioni. Le volontarie e i volontari del gruppo IPM dell’Altro diritto onlus, che entrano nell’istituto da dieci anni, svolgendovi una serie di attività di informazione e sostegno per i ragazzi detenuti, hanno finora taciuto perché troppo colpiti da questo lutto. Solo oggi, dopo molte riflessioni, desideriamo esprimere la nostra profonda tristezza per la morte di Yassine, che per noi non è uno dei tanti, ma è il ragazzo conosciuto in questi mesi e al quale abbiamo sperato di poter fornire un po’ di sostegno e di leggerezza, invano. Chi è entrato costantemente nel carcere minorile in questi mesi, non può dimenticare il suo volto. Vogliamo però non limitarci a una espressione di cordoglio, perché siamo consapevoli del fatto che la storia di Yassine non rappresenta un’eccezione. E’ sì raro che un ragazzo si uccida in un Istituto penale per i minorenni, ma non è rara la sofferenza che Yassine si portava dentro.

Oggi nell’Istituto penale minorile di Firenze sono rimasti altri 21 ragazzi, che portano dentro di sé un dolore immenso per quel che è accaduto, un dolore che si è andato ad aggiungere alla già difficile esperienza di chi vive in stato di detenzione. Per alcuni di loro questo non è il primo suicidio cui assistono, per molti questo lutto si somma ad altri già vissuti nonostante la giovane età. I compagni di cella di Yassine ne hanno raccolto l’ultimo respiro, uno di loro lo ha vegliato pregando. Tutti ieri hanno voluto incontrare l’imam di Firenze, forse una delle poche figure pubbliche che sia davvero riuscita a portare loro conforto.

Oggi, prima che i riflettori si spengano di nuovo (qualcuno ci ha già detto che è tardi per questa riflessione perché la notizia non è più fresca!), vorremmo segnalare alcune cose che riteniamo importantissime:

La prima è che, contrariamente a quanto si pensa, le carceri minorili non sono giardini d’infanzia. Sono luoghi per lo più migliori delle carceri per adulti, sono luoghi – come il “Meucci” – dove gli operatori sono profondamente dediti al loro lavoro, ma sono pur sempre dei luoghi di reclusione. L’art. 37 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, di cui proprio in questi giorni si celebra il ventennale, stabilisce chiaramente che: “L’arresto, la detenzione o l’imprigionamento di un fanciullo devono essere effettuati in conformità con la legge, costituire un provvedimento di ultima risorsa e avere la durata più breve possibile”. Il Consiglio d’Europa non ha fatto altro che ribadire questo principio a più riprese, affermando che la carcerazione non è uno strumento adatto alla risocializzazione dei minori autori di reato, e che essa deve essere inflitta loro solo quando non sia possibile ricorrere a un diverso sistema di controllo o di sanzione. Nella stessa direzione va, lo sanno tutti, la normativa italiana sul processo penale minorile, considerata come una delle punte più avanzate del mondo occidentale in tema di tutela dei diritti dei minori. Non possiamo allora accettare che persino di fronte al suicidio di un ragazzo detenuto per mesi in attesa di giudizio per un tentato furto si dica che “spesso il carcere è la soluzione migliore per questi ragazzi”. Nonostante la buona volontà degli operatori, il carcere non è un luogo di presa in carico: si fa il possibile, ma il possibile è troppo poco e le buone intenzioni sono costantemente frenate dalla burocrazia e dalle esigenze di controllo tipiche di ogni situazione carceraria, quel che è accaduto a Yassine ne è la tragica dimostrazione. Gli operatori della giustizia e i servizi sociali non possono arrendersi a una simile constatazione, che fa ancora più scalpore se pronunciata non caso per caso, ma come massima generale. Noi vorremmo ricordare che, sebbene autori di reato – la maggioranza dei ragazzi ne ha commessi soltanto di lievi –, questi minori hanno diritto a poter costruire il proprio futuro e a vivere un presente conforme alle esigenze proprie di tutti gli adolescenti.

La seconda cosa, urgente, che vorremmo segnalare è che oggi nell’IPM di Firenze, come negli altri sparsi per l’Italia, restano molti ragazzi e che per loro non solo non viene fatto niente di speciale, ma neppure niente di ordinario. Nell’Istituto fiorentino la scuola non è mai stata organizzata in modo stabile dal Provveditorato. La presenza degli insegnanti dipende dalla buona volontà di chi si fa assegnare una classe in carcere e dall’organizzazione della Scuola città Pestalozzi di Firenze, che si occupa dei corsi di formazione serale per adulti. Quest’anno non sono riusciti, come altri anni, a incaricarsi anche di questo compito extra, nella situazione già difficile che gli enti preposti alla formazione attraversano, e così la scuola media non è ripartita con l’inizio dell’anno scolastico. Le volontarie e i volontari dell’altro diritto si stanno affannando a collaborare con l’unica insegnante elementare presente per supplire a questa mancanza, e non è la prima volta che questo avviene. Le istituzioni della giustizia minorile sono state sollecitate dall’istituto stesso, ma invano. Si dà per scontato che in un periodo come questo, dove la scuola è in sofferenza, l’ultimo problema sia quello della scolarizzazione dei minori detenuti. Eppure, la scuola non è per loro solo un diritto, ma è anche una delle poche finestre che essi hanno sull’esterno, un modo per impiegare le mattinate altrimenti vuote, tutte passate – a 15,16,17, 18 anni – entro la cinta di un solo squallido cortile.

Infine, che cosa facciamo per i ragazzi rimasti, come li aiutiamo di fronte al trauma subito? Accettiamo che sia uno dei tanti? Consideriamo sufficiente l’organizzazione ordinaria presente negli Isituti penitenziari? O pensiamo che sia l’ora che la città si prenda cura di questi suoi giovani? Che le carceri minorili diventino davvero luoghi aperti e trasparenti e soprattutto spopolati, in cui sia possibile seguire pochi ragazzi facendo prevalere quelli che Alessandro Margara chiama “gli spiriti della casa” sugli “spiriti del carcere”? L’IPM Meucci è dietro la stazione centrale. Quanti fiorentini conoscono la sua esistenza?

I ragazzi detenuti nell’IPM di Firenze, come nel resto d’Italia, appartengono quasi esclusivamente ai seguenti gruppi sociali: sono stranieri, rom, sinti, o minori originari del sud Italia. Se si confrontano i dati relativi alla popolazione detenuta con quelli dei minori autori di reato si scopre facilmente come questi gruppi sociali sono sovrarappresentati in carcere. Il sistema della giustizia penale minorile opera una selezione sociale, individuando come suoi “utenti” privilegiati i minori appartenenti alle categorie più disagiate. Un simile processo di selezione smentisce gli intenti professati dalla riforma del 1988 e dal sistema penitenziario trattamentale nel suo complesso.

Se Yassine fosse stato italiano e avesse avuto alle spalle una “normale famiglia italiana” non sarebbe mai finito in carcere e, certamente, oggi nessuno considererebbe ‘scaduta’ la notizia del suo suicidio.

Insieme ai ragazzi reclusi in IPM, siamo addolorati e indignati. Vorremmo che anche la società nella quale viviamo e lavoriamo continuasse ad esserlo e decidesse di muoversi per evitare che queste tragedie continuino a ripetersi.

Affido familiare. Venezia, 30 settembre 2009, Ca’ Farsetti: inviata al Consiglio Comunale la discussione della proposta di deliberazione 1979 del 03.06.09

lunedì 5 ottobre 2009

La III commissione consigliare ha discusso le proposte di emendamenti alla proposta di deliberazione PD 1979 del 03.06.2009:  “Separazione temporanea del minore dalla famiglia e interventi di protezione e tutela in condizioni di emergenza previsti dall’art. 403 del Codice Civile. Approvazione del Piano di orientamento per la separazione dalla famiglia, del Piano di orientamento per la separazione dalla famiglia, del Piano degli interventi di protezione e tutela in condizioni di emergenza nonchè dei Regolamenti attuativi dell’Affido familiare e dell’inserimento in Comunità di Accoglienza”. Erano presenti la responsabile del Servizio Politiche Cittadine per l’Infanzia e l’Adolescenza, Paola Sartori, e la presidente della Gabbianella, Carla Forcolin.

La proposta di deliberazione è stata inviata in Consiglio Comunale per la discussione. Questo il link alla pagina nel sito del Comune di Venezia.

Adozione e affidamento familiare a lungo termine. Riflessioni e proposte “dalla parte dei minori”. Convegno Nazionale a Torino lunedì 9 novembre 2009

venerdì 2 ottobre 2009

Il convegno, organizzato da Anfaa (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie) con il patrocinio della Regione Piemonte e la collaborazione della Fondazione Promozione Sociale Onlus e di Prospettive assistenziali, si terrà presso il Centro Incontri Regione Piemonte, Corso Stati Uniti 23, Torino.

La partecipazione è gratuita, ma è indispensabile iscriversi in anticipo presso la segreteria Anfaa, telefonando (011 8122327), inviando un fax (011 8122595) o scrivendo una e-mail (segreteria@anfaa.it).

Per saperne di più, qui trovi il programma dell’iniziativa.

23 settembre 2009, discusse a Ca’ Farsetti le problematiche dell’affido familiare e della protezione dei minori

domenica 27 settembre 2009

La III commissione consiliare del Comune di Venezia, presieduta da Maria Paola Miatello Petrovich, si è riunita nella mattina di mercoledì 23 settembre per ascoltare la Consulta della Salute e alcune Associazioni in merito alle problematiche dell’affido familiare e della protezione dei minori e proseguire nell’esame della proposta di deliberazione PD 1979 del 03.06.2009: ” Separazione temporanea del minore dalla famiglia e interventi di protezione e tutela in condizioni di emergenza previsti dall’art. 403 del Codice Civile (Intervento della pubblica autorità a favore dei minori – ndr). Approvazione del Piano di orientamento per la separazione dalla famiglia, del Piano degli interventi di protezione e tutela in condizioni di emergenza nonché dei Regolamenti attuativi dell’Affido familiare e dell’inserimento in Comunità di Accoglienza” .

Alla seduta hanno partecipato l’associazione la Gabbianella e altri animali, la Cooperativa SUMO, la Fondazione Mamma Maria Onlus. La discussione della proposta di deliberazione proseguirà in una successiva seduta.

Il resoconto sintetico della riunione è pubblicato nel sito del Comune di Venezia.

La nostra associazione oggi (13 settembre 2009)

lunedì 14 settembre 2009

Si è concluso il 13 settembre il Progetto “Giocare Liberamente” che consisteva nell’accompagnare i bambini del nido del carcere in spiaggia, per tutta l’estate, a giocare con l’acqua e la sabbia, con i loro accompagnatori e con altri bambini. Per tre mesi e mezzo a giorni alterni sei piccoli hanno potuto uscire dai ristretti orizzonti della stanza in cui di fatto vivono per allungare il loro sguardo fino alla linea in cui il mare incontra il cielo. Più che ad allungare lo sguardo hanno pensato però a riempire secchielli d’acqua e sabbia, a godere di “giochi” diversi dal solito, come le docce e le altalene dello stabilimento balneare. Pochi giorni fa sono stati accompagnati perfino ad Acqualandia, grazie all’organizzazione di L. (che non vuole essere nominato!). (continua…)

Un film sui bambini in carcere senza colpa: Mille giorni di Vito

sabato 12 settembre 2009

MILLE GIORNI DI VITO 56

Esiste chi vive dietro le sbarre senza aver commesso reati: i figli piccoli delle detenute. Vito è uno di loro. Compiuti tre anni, come prescrive la legge italiana, è tornato libero portandosi dietro il peso della sua infanzia così particolare.

Con il link http://millegiornidivito.blogspot.com/ potete trovare informazioni sul film di Elisabetta Pandimiglio Mille giorni di Vito, presentato ieri, venerdì 11 settembre, alla 66a Mostra del Cinema.

La proiezione è stata seguita da un incontro sul tema del film in cui è intervenuta anche la Presidente della nostra associazione Carla Forcolin.

Un diritto elementare: essere iscritti all’anagrafe

sabato 8 agosto 2009

I nostri operatori umanitari all’estero, sacerdoti missionari o laici, quando incontrano bambini non registrati all’anagrafe dei loro paesi, ve li iscrivono immediatamente. Lo fanno per dare loro la protezione della legge, per poterli curare negli ospedali, per poterli mandare a scuola. Se non si è iscritti all’anagrafe non si esiste per la società civile. (continua…)

Ai Presidenti delle Regioni Agli Assessori alla Sanità delle Regioni Agli Assessori alle Politiche Sociali delle Regioni: DICHIARAZIONE DI NASCITA E RICONOSCIMENTO DEL FIGLIO NATURALE DA PARTE DI CITTADINI STRANIERI IRREGOLARMENTE SOGGIORNANTI

mercoledì 5 agosto 2009

L’art. 6, comma 2 del testo unico delle leggi sull’immigrazione approvato con d. lgs. n. 286/1998, come modificato dall’art. 1 della legge 15 luglio 2009, n. 94 – Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, stabilisce che: “Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie, i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati”. (continua…)