Avete mai visto i bambini
di pochi mesi in un orfanotrofio del “mondo povero”? Stanno nelle culle,
silenziosi, e si rianimano solo quando qualcuno, per nutrirli o cambiarli, li
avvicina. Davanti a un sorriso, a una voce umana, i loro occhi si accendono, cambiano luce,
ma quando la persona che li ha salutati, anche senza toccarli, se ne va, quando
non risponde più ai loro vocalizzi, ridiventano opachi. Quanto soffrono quei
bambini? Io credo in maniera indicibile. Non sanno se qualcuno verrà a dar loro
da mangiare quando hanno fame, se potranno sopravvivere. Vivono nella paura di
morire e in un’ansia di separazione
costante. Erano uniti a un’altra vita, in un ventre caldo, e ne
sono stati espulsi. La loro fonte di vita non c’è più. Sono rimasti senza la
mamma, di cui hanno bisogno per vivere.
Ai bambini senza mamma la
società degli adulti, se e quando può, offre una madre sostitutiva, che svolge
le sue stesse funzioni. Di solito, una mamma adottiva. Ma non sempre si può accedere subito all’adozione:
nel mondo occidentale in particolare, prima di assegnare una madre adottiva a
un bimbo, si vuole essere sicuri che la madre naturale sia morta o non lo
voglia proprio più, perché spesso il bambino, prima di essere dichiarato
adottabile, l’ha conosciuta e ha fatto in tempo ad attaccarsi a lei.
Nell’attesa, un’attesa che può durare anni, specialmente se la madre è affetta
da forme di incapacità genitoriale o è tossicodipendente o ha una malattia
mentale, si dà al bambino una mamma affidataria o, meglio, una famiglia
affidataria. La famiglia adottiva sa di essere divenuta, per decisione delle
istituzioni e per sempre, la famiglia del bambino accolto. Quella affidataria
sa invece di svolgere un ruolo di
sostituto genitoriale a tempo.
E’ impossibile spiegare a un bambino piccolo questa distinzione: egli non sa
nulla di istituzioni. Però “sente”
quello che c’è nell’anima di chi lo accudisce, avverte se
finalmente qualcuno, famiglia adottiva o affidataria che sia, lo accoglie con
sé, ascolta i suoi bisogni, gli dà risposte adeguate. Infatti il bambino
abbandonato, anche dopo essere stato accolto in una nuova famiglia, è incerto,
spaventato, mette alla prova le persone che si occupano di lui, crede di essere
privo di valore (perché questo è il messaggio che l’abbandono gli ha trasmesso),
e chi lo accoglie deve fargli sentire che un simile abbandono non ci sarà mai
più. Ma se i genitori adottivi
possono trasmettere un simile messaggio, quelli affidatari non possono.
Al bambino posto
piccolissimo in affidamento vengono trasmessi due messaggi contrapposti: uno
verbale e logico (tu non sei nostro figlio, sei solo una persona cara, la tua famiglia
è un’altra), uno fisico e analogico (ti teniamo accanto, sei la persona più
preziosa di questa casa, qui tutti ti amano). Non è strano che lui privilegi quello analogico,
spinto dal suo bisogno e dal suo desiderio di integrazione nella famiglia. Un
bimbetto in tale situazione attaccò una sua fotografia a quella della famiglia
prima del suo arrivo. E molti piccoli in affidamento si presentano con il
cognome della famiglia affidataria ai compagni di scuola materna, specialmente
se dal loro aspetto si capisce che sono stranieri.
Un bambino cresciuto in affidamento in una famiglia, e dalla stessa separato –
per rientrare nella talora semi-sconosciuta famiglia d’origine o essere posto
in adozione – si sente abbandonato di nuovo e ripiomba nella tristezza
sconfinata di chi è separato dall’affetto della madre, del padre, dei fratelli.
Se poi la scomparsa di quei legami riparatori si accompagna al venir meno di
altre persone care, come gli amici e i maestri, e di luoghi noti (anche la
“patria” è madre), la disperazione e
il disorientamento sono profondissimi. Solo nuovi legami di
altissima qualità, duraturi nel tempo, possono rassicurare chi subisce perdite
ripetute di questo tipo; talora, però, il ripetersi di tali perdite rende le
persone incapaci di abbandono e di fiducia per sempre, da piccole e da grandi.
Che fare? Rinunciare
all’istituto dell’affidamento per non sommare le perdite? Di certo non è questa
la soluzione al problema di chi è abbandonato e non è sicuro se andrà in
adozione. Meglio essere stati amati a tempo di non esserlo stati affatto, per i
primi anni di vita, i più preziosi; meglio aver assaporato l’amore, che non
sapere nemmeno che cosa sia la dolcezza. Ma
infinitamente meglio prevenire eventuali passaggi da una famiglia all’altra,
attuando forme di adozione aperta, o adozioni a rischio giuridico, o comunque facendo in modo che tutti i rapporti
positivi di un bambino prima o poi si integrino invece che
disseminare la sua vita di lutti e separazioni. Essere separati da ciò che ci è
caro è dolorosissimo e la separazione definitiva è una forma di morte, la morte
di un rapporto. Se poi quel rapporto è con la madre o il suo sostituto, che
della madre non è affatto meno prezioso, esso
sorregge la vita interiore del bambino e la separazione forzata
è un lutto serissimo. Negli affidamenti ben riusciti di neonati, che si
prolungano per anni, succede proprio questo: al momento della separazione dalla
famiglia affidataria viene tolto al bambino ciò che per lui più è vitale, e si
capisce benissimo come mai gli occhi dei bambini separati d’autorità dai
sostituti genitoriali siano simili agli occhi dei neonati orfani. Ma nessuno di
coloro che hanno voluto mantenere leggi che permettono questi lutti e che le
applicano alla lettera, convinti di fare il bene dei “fanciulli”, va ad
osservare quei bambini dopo che hanno cambiato famiglia.
I bambini (e gli adulti)
che abbiano subìto la morte reale di un genitore (o di un figlio) vanno
rassicurati circa il fatto che il loro dolore è più che mai condivisibile e
lecito, e che loro non potevano fare nulla per fermare il decorso di una
malattia mortale o il verificarsi di una disgrazia. Vanno cioè sollevati da uno schiacciante senso di colpa,
che negli esseri umani si accompagna sempre alla disgrazia. Così andrebbero
trattati anche i bambini che hanno subito un distacco definitivo, voluto dalle
istituzioni, da una buona famiglia affidataria, scelta in cuor loro come la
propria. A questi bambini andrebbe
spiegato che non sono stati rifiutati perché indegni di amore.
Ma questa rassicurazione non arriva quasi mai. Poiché l’affidamento non è
l’adozione, le istituzioni che non hanno decretato la liceità dell’affetto tra
affidato e affidatari negano i sentimenti dell’uno e degli altri con il
silenzio. Non si ammette mai che ci
possano essere rapporti tenerissimi tra affidatari e affidati;
se si creano, si ritiene che gli adulti abbiano sbagliato in qualcosa. Ma che
cosa dovrebbero fare, questi adulti? Abbracciare il bambino mettendo fra sé e
lui una barriera? Respingere il bambino che ha incubi notturni, quando arriva
al loro letto per cercare consolazione? Lavarlo con i guanti di gomma? Con i
piccoli non si può agire diversamente
da come agirebbe qualsiasi genitore biologico o adottivo. A
poco serve che non si insegni al bambino a chiamare mamma e papà gli
affidatari, se si adempie ai ruoli materno e paterno.
Monica arrivò nella
famiglia affidataria a sei mesi, un periodo durante il quale non era quasi mai
stata sollevata dalla culla, al punto che non aveva capelli sulla nuca. I suoi
genitori erano tossicodipendenti e a loro erano già stati tolti altri figli,
poi posti in adozione. Con mamma, papà e fratello affidatari visse il tempo
necessario per imparare a camminare, a parlare e a giocare. Quando sentiva il
cane abbaiare alla sera diceva sorridendo “mamma” (era la mamma che tornava dal
lavoro). Poi venne dichiarata adottabile. La coppia adottiva individuata dal
Tribunale per accoglierla gradualmente fu mandata nella casa degli affidatari, ma non volle prendere Monica con sé:
troppo dolorosa era per quella coppia la sensazione di appropriarsi di una
bimba che aveva già una famiglia negli affetti. La bimba venne allora portata
all’Istituto degl’Innocenti e posta nuovamente in adozione, perché la nuova coppia adottiva non potesse vedere
la sua reale situazione e la bambina non percepisse la nuova
famiglia come causa della perdita della vecchia. Quando la famiglia
affidataria, che l’aveva cresciuta per circa un anno, chiedeva sue notizie
all’assistente sociale, la risposta era sempre “sta bene”.
Beatrice rimase 20 mesi
nella famiglia affidataria, con una sorella ormai ventenne, un fratello di
dieci anni che l’adorava e genitori affettuosi. Aveva passato i primi 40 giorni
di vita in ospedale, in incubatrice, poi era approdata alla famiglia
affidataria grazie all’associazione che aveva aiutato anche sua madre. Qui si
era perfettamente integrata: giocava e rideva con il fratello maggiore, civettava
con il papà, si aggrappava alla mamma se non stava bene. Venne portata nella
famiglia adottiva poco prima delle vacanze di Natale, dopo due soli incontri di
preparazione. Di lei si seppe che aveva
avuto un periodo di profonda depressione, da cui si era ripresa
grazie alle cure affettuose dei genitori adottivi, sostenuti a loro volta da
psicologi. Il ricorso degli affidatari alla Corte d’appello del Tribunale dei
Minorenni di competenza portò a una sentenza rivoluzionaria: era stato
sbagliato, cioè contrario all’interesse della bambina, toglierla dalla famiglia
in cui si trovava. Ma i tempi per portare a termine il ricorso erano stati tali
che pareva ormai inopportuno farla tornare indietro, dopo che si era
faticosamente inserita nella nuova casa. Beatrice rimase così nella famiglia
adottiva.
Paolo giunse nella
famiglia affidataria già grandicello, dopo aver subito maltrattamenti, percosse
e traumi da parte della madre. Non aveva mai avuto un vero padre e qui lo
trovò. Metteva la famiglia affidataria sempre alla prova, combinava ogni sorta
di guai, finché l’affettuosa fermezza
dei genitori non lo convinse ad “arrendersi”. L’assistente
sociale, che aveva individuato la famiglia affidataria, si era preoccupata del
suo futuro e la famiglia che lo aveva accolto aveva già adottato una bimba.
Avrebbe potuto adottare anche lui e questi furono in effetti gli accordi
iniziali: ma poi il bambino cambiò assistente sociale e la seconda operatrice
aveva opinioni diverse dalla prima. Non volle nemmeno considerare l’opportunità
che il piccolo restasse dov’era (considerava forse che una simile ipotesi
costituisse una violazione della legge?). Paolo era appena diventato un bambino
sereno e affettuoso con i genitori e la sorella, che dovette lasciarli per
andare in adozione presso un’altra famiglia: regredì nello sviluppo e divenne violento nei
comportamenti.
In tutti questi casi le famiglie affidatarie avrebbero voluto adottare i
bambini che avevano accolto e che nel corso dell’affidamento
erano divenuti adottabili. Monica, Beatrice, Paolo e mille altri non avrebbero
dovuto essere separati dalle loro famiglie nell’affetto, avrebbero dovuto
essere adottati nelle famiglie in cui già si trovavano, applicando
semplicemente le possibilità che la legge sull’adozione consente (art. 44 della
legge 184/83, ora art. 25 della legge 149/01). Così non è stato. Questi bambini
– e tanti altri come loro o peggio di loro (una bimba, Maria, rimase in
affidamento per nove anni, prima di ritornare nella famiglia d’origine) – hanno
dovuto subire per legge la perdita di
coloro che ai loro occhi erano ormai diventati genitori amatissimi,
che avevano saputo curare le loro ferite e ridare loro fiducia in sé e nella
vita.
E’ giunta l’ora che si prenda coscienza dei danni che si provocano nel
mantenere adozione e affidamento separati a tutti i costi. Chi
predispone affidamenti deve far presente ai propri superiori le situazioni
drammatiche che si creano quando l’affidamento funziona bene e, ciononostante,
lo si vuole interrompere perché il bambino è diventato adottabile, come se una
convivenza di anni fra adulti e bambini non costituisse un rapporto di vera
intimità, importante e non meno significativo della relazione con i genitori
biologici.
Inoltre è giunta l’ora che, se e quando le separazioni sono inevitabili,
qualcuno – nei servizi, nei tribunali e nelle associazioni di volontariato – si
ponga il problema di curare la sofferenza inferta a grandi e piccoli con
l’interruzione forzata del rapporto. E
il dolore si cura divenendone consapevoli e condividendolo. Si
cura liberandolo da pesanti sensi di colpa e inadeguatezza, senza minimizzarlo.
Dobbiamo pensare che alcuni bambini sono stati costretti a cambiare relazioni
primarie e secondarie, ambienti e abitudini, talora persino la lingua madre. E
che certi lutti vengono percepiti già in anticipo dai bambini, che colgono
l’imminente separazione prima ancora che venga loro comunicata, attraverso
l’intuizione dei sentimenti dei grandi.
I bambini non si
vergognano di esprimere i propri sentimenti a chi li ha sempre capiti. E si
preoccupano per sé e per il vuoto che lasceranno in chi li ama.
Chi è stato separato dalle persone con cui viveva e a cui voleva bene, ha
bisogno almeno di qualche telefonata, di qualche incontro con chi è rimasto nel
suo cuore. Ma forme di rapporto tra le famiglie che abbiano successivamente
accolto un bambino non sono previste
per legge, e sono poco attuate nei fatti. Anzi, sono spesso
viste come un ostacolo all’attaccamento fra il bambino e la famiglia che lo ha
accolto per ultima, specialmente se si tratta di una famiglia adottiva. Così i
piccoli sono lasciati soli, con la fantasia di essere stati ancora una volta
abbandonati, con i loro sensi di inadeguatezza e di colpa, e gli ex-affidatari
rimangono a chiedersi se abbiano omesso di fare qualcosa per proteggere i
bambini.
La separazione
obbligatoria, senza il diritto di frequentare chi si è cresciuto, non favorisce
l’affidamento e addirittura porta la gente ad identificarlo con la sua triste ed
aspra conclusione, anche se ci sono
molti affidamenti che si concludono bene, con il rientro a casa
dei bambini che sono stati per un breve periodo in una famiglia “amica”, che
tale rimane.
Affidamento e separazione forzata dalle persone care a molti appaiono sinonimi:
non dimentichiamo che spesso è dolorosissimo anche il distacco iniziale del
bambino dalla famiglia d’origine e soprattutto dalla mamma, perfino quando la
stessa lo maltratta. Per evitare nell’immaginario comune tale sovrapposizione,
servizi e tribunali si devono porre il problema di evitare di costellare la vita dei bambini più
sfortunati con rapporti affettivi interrotti, sia attualmente,
a legislazione invariata, sia nell’ipotesi di auspicabilissime circolari
applicative della legge 149/01.
Già si è detto come anche ora, con la semplice attuazione dell’art. 44, sia
possibile trasformare affidamenti ben riusciti in adozioni all’interno della
stessa famiglia in cui il bambino si trova; non si è ancora detto invece quanto
sia necessario, per evitare comportamenti diametralmente opposti tra gli
operatori, che la legge diventi meno ambigua. Benché non ci siano due affidi
uguali fra loro sotto il cielo, la legge o le sue circolari applicative
dovrebbero indicare con chiarezza la volontà del legislatore: se è preferibile
tenere i due istituti rigidamente separati, per timore di aggiramenti della
legge sull’adozione, o se è preferibile tutelare la continuità degli affetti.
A mio avviso la preoccupazione degli
aggiramenti della legge è eccessiva ed è comunque superabile:
basterebbe che i requisiti per adottare o prendere in affidamento un bambino
venissero equiparati e il problema sarebbe risolto. Ma la questione dei
requisiti è più delicata di quanto sembri e prevede scelte politiche che
dividerebbero il fronte laico da quello cattolico. In alternativa si potrebbe
decidere, per lasciare alla legge la grande flessibilità di cui c’è bisogno,
che le situazioni vengano valutate caso per caso (come d’altronde si fa già
ora), ma tenendo come riferimento fondamentale la necessità della tutela degli affetti dei bambini,
vista come corollario del concetto di “superiore interesse del minore”, sempre
evocato dalla legislazione minorile.
Suscitare l’attenzione dei
politici, dei giudici e degli operatori sociali su questo problema reca con sé
una conseguenza importante: quella di non dover più insistere sull’impossibile idea per cui non si debbano creare
legami affettivi forti tra i bambini e gli adulti che li aiutano a crescere.
Poiché tutti gli esseri umani hanno bisogno di amore, dalla nascita alla morte,
è invece splendido che questi legami si creino e siano considerati, anche dalle
leggi, la più preziosa risorsa della vita.
I legami affettivi sani vanno
incentivati, tutelati e protetti. E’ davvero sconcertante che
il nostro Paese continui a preferire nei fatti, nonostante le sue stessi leggi,
le case-famiglia e le comunità alloggio alle famiglie vere, perché lì i bambini
“non si affezionano troppo” e “non soffrono nel distacco”.
La piccola rivoluzione culturale che auspico avrebbe la conseguenza pratica di
rendere più popolare l’affidamento e quindi di aiutare a svuotare le comunità e
le case-famiglia dai loro ospiti, dando una famiglia di fatto e di diritto alle
decine di migliaia di bambini e adolescenti che ne sono privi.
Carla Forcolin