COME SI PASSA DALL’AFFIDAMENTO
ALL’ADOZIONE?
Storia narrata da Teresa Carbé
Da oltre 10 anni, con mio marito e i miei
figli, abbiamo deciso di aprirci all’affidamento familiare, e ciò ci ha permesso
di condividere pezzetti di cammino e di storia di vari bambini in difficoltà.
Alcuni di loro sono rientrati nella famiglia d’origine, altri
hanno trovato nei genitori adottivi la loro famiglia. Tutte queste
esperienze si sono concluse nel migliore dei modi e
sono state vissute da tutti noi come doni carichi di grande ricchezza
all’interno di una precisa consapevolezza:
il nostro compito termina nello stesso momento in cui il bimbo trova
la “sua” famiglia.
La vicenda che sto per
raccontare riguarda la fine di un affidamento durato 16 mesi. Il piccolo, da
noi accolto all’età di 2 mesi, è un bimbo allegro, solare e socievole, abituato
a stare in mezzo alla gente, affettuoso, dall’indole mite e remissiva, che ha
instaurato dei rapporti forti e radicati all’interno del nostro nucleo
familiare.
Lo scorso
giugno ci siamo recati con entusiasmo e gioia presso il Tribunale per i
Minorenni per il tanto atteso incontro preliminare con la coppia prescelta, il
Tutore, l’Assistente Sociale dell’Ente territoriale, l’Assistente
Sociale dell’Ufficio Affido, alla presenza del Giudice delegato e dei Giudici
onorari.
I
neo-genitori, dopo l’incontro preliminare, accettano di conoscere il piccolo.
Noi ci dichiariamo disponibili a fare il primo
incontro da subito e, visto l’orario, proponiamo loro di fermarsi a pranzo a
casa nostra in modo da poter trascorrere qualche ora con il bimbo.
Siamo
consapevoli che in questa delicata e non facile fase di inserimento
del bambino nella sua nuova famiglia è fondamentale la nostra collaborazione, e
a questo abbiamo preparato anche i nostri figli, di 14 e 17 anni: la squadra è
pronta per lasciare scivolare dolcemente il bimbo tra le braccia dei suoi
genitori adottivi!
Trascorriamo
la giornata in presenza costante dei neo-genitori che si fermano anche per la
cena e rimangono con noi sino alle ore 23.00. Approfitto di questa prima visita
per consegnare loro la bomboniera che abbiamo preparato per la festa di 1°
compleanno del bimbo e cerco di raccontare loro le abitudini e la storia del
piccolo di questi mesi.
I
neo-genitori iniziano da subito a manifestare l’intenzione di
portarsi a casa il bambino già il mercoledì successivo (siamo ancora a lunedì)
per poi fare il primo pernotto giovedì. Asseriscono: “il
figlio è nostro, comunque si dovrà trasferire nella sua nuova casa, tanto vale
farlo subito, fermo restando che voi potete venire a trovarlo quando volete”.
Noi
esprimiamo le nostre perplessità all’idea di un trasferimento così rapido ed al
contempo cerchiamo di tranquillizzarli affermando che il figlio è loro, sottolineando che un passaggio lento e graduale va fatto
solo nell’interesse, nel rispetto dei tempi, del loro bambino.
Diamo la
disponibilità ad ospitarli in casa, in modo che al risveglio il bimbo si trovi
nel suo ambiente con la presenza della neo-mamma; continuiamo a non porre
limiti, sempre sottolineando che, comunque, ogni
decisione deve essere vagliata dai Servizi ed autorizzata dal Giudice.
Il piccolo,
da parte sua, anche se ancora non si relaziona
pienamente con i nuovi genitori, non si oppone alla loro presenza, e il suo carattere mite e remissivo gli
permette di non ribellarsi alla neo-mamma che lo tiene costantemente in
braccio.
Il giorno
successivo (martedì) i genitori adottivi giungono a casa nostra alle ore 18.00
circa, e rimangono con il bimbo sino alle 24.00. Nel corso
della serata ripropongono la loro intenzione di portarsi a casa il bimbo
l’indomani per poi farlo pernottare presso di loro. Ribadiamo
che queste decisioni devono essere discusse con il Servizio sociale ed il
pernotto deve essere autorizzato dal Giudice. Così si concorda che il giorno
successivo la neo-mamma (il papà non potrà essere presente per impegni di
lavoro) andrà a prendere il bimbo all’asilo nido per trascorrere con lui
qualche ora, per poi riportarlo da noi nel pomeriggio.
Difatti mercoledì la mamma si presenta all’asilo nido dove
riferisce che è appena arrivata da casa propria e vi deve fare ritorno,
precisando che delle interruzioni stradali l’hanno costretta a quattro ore di
macchina. La responsabile del nido mi avvisa di quanto riferito dalla signora e
io avverto il Servizio Sociale.
Intorno alle 14.00 il neo-papà telefona a mio marito dicendo che la lunga coda dovuta all’interruzione stradale
non gli permette di riaccompagnare il bimbo a casa nostra e comunica: “se non
c’è niente in contrario il bambino rimane a dormire”.
Mio marito risponde che avremmo
avvisato i Servizi Sociali e sottolinea la mancanza di una
autorizzazione al pernotto; il neo-papà
ci invita a stare tranquilli, sostenendo che avrebbero provveduto loro
all’autorizzazione.
Nel tardo
pomeriggio la neo-mamma mi comunica telefonicamente che “tutto procede per il
meglio, il bimbo è sereno, felice e non c’è motivo che torni dalla famiglia affidataria”, ribadendo con forza:
“d’altra parte dovrà vivere nella sua nuova casa e allora è meglio che si
abitui da subito. Voi, se volete, domani potete venire a trovarlo”.
Rimango senza
parole: eravamo preparati alla separazione, ma
rispettosa dei tempi di tutti, soprattutto di quelli del bambino. Questa
modalità mi appare veramente eccessiva!
Qualche ora
dopo telefono a casa dei genitori affidatari ed
intraprendo una discussione con il neo-papà il quale non sente ragione e mi chiede
di andare a trovare il bimbo il giorno successivo per non fargli perdere i
contatti con le figure che sono state per lui un importante riferimento; al mio
rifiuto, concede che saranno loro a portarci il bimbo in visita. E difatti il giorno successivo vengono a trovarci.
Durante la
visita interviene l’operatore dell’Ufficio Affido del Comune, il quale impone
ai neo-genitori di non riportare il bimbo a casa loro, ma di continuare con
graduali incontri così come disposto dal Giudice in sede
di incontro preliminare (ma sinora dov’è stata la gradualità?)
Stabilito il
rientro nella nostra famiglia affidataria, il bambino
continua a vedere i neo-genitori che lo ritirano al nido in
mattinata e lo riportano da noi nel corso della serata. In questo breve periodo
speriamo di riuscire a trascorrere qualche momento con i neo-genitori per poter
trasmettere loro la storia di questi mesi vissuti con il loro bambino, ma ciò
non accade.
Intanto il
bimbo, dopo questi eventi, mostra i primi segnali di disagio: inizia a
rifiutare il cibo, il biberon, ad avere continui risvegli notturni, ad essere
nervoso. Mostra delle resistenze in nostra presenza ad andare in braccio alla
neo-mamma, ma non si ribella se è incoraggiato.
Poi l’8 luglio, ad appena nove giorni dal primo contatto con i
neo-genitori e, a nostro avviso, senza essere stata rispettata una gradualità
degli incontri, i Servizi decidono che è giunto il momento di far passare
definitivamente il bimbo nella sua nuova famiglia. A noi affidatari
viene data l’indicazione di andare a trovarlo dopo due
giorni nella nuova casa, mentre ai genitori adottivi viene chiesto di
trascorrere la domenica successiva con il bimbo presso la nostra abitazione.
Per il
passaggio preparo quello che può servire al bambino e suggerisco alla mamma
adottiva che, almeno in un primo momento, il bimbo possa avere con sé le
proprie cose: indumenti, giochi, per dare un senso di continuità alle due
realtà. La neo-mamma non raccoglie la mia indicazione e mi chiede soltanto il
biberon ed un cambio.
Mi rendo
conto con tristezza che la donna non ha compreso l’importanza di dare
continuità alla storia di suo figlio e mi ritrovo con le foto, con i vari
ricordi dell’asilo nido, con tutte quelle cose che ho custodito gelosamente per
salvaguardare un pezzetto di storia del bimbo e consegnarla alla “sua”
famiglia.
Il 10 luglio
andiamo a trovare il piccolo nella sua nuova casa e notiamo che diventa sempre
più nervoso ed irrequieto, sino a rifiutare il cibo, a piangere
disperatamente, ad aggrapparsi a me senza per questo lasciarsi consolare.
Notiamo subito che il biberon e il ciuccio del bimbo sono stati sostituiti con
un biberon e un ciuccio completamente diversi.
La mamma
giustifica la disperazione di questo pianto con la nascita di
alcuni dentini, mentre io non posso non notare che per la nascita dei
dentini il piccolo non aveva mai pianto, anzi, come dice mia figlia, “sono
spuntati come funghi” ed hanno comportato al massimo qualche linea di febbre.
Il sabato
successivo la mamma riferisce telefonicamente che l’indomani non prevedono di
venire a trovarci in quanto non hanno compreso una indicazione
in proposito da parte dell’Assistente Sociale. Dal mio canto non mi sento
neanche di insistere, perché ho assistito alla disperazione del piccolo e mi
convinco che un ulteriore incontro non è conveniente
per il suo interesse e benessere.
La mamma da
parte sua si scusa per com’è andato l’incontro precedente, afferma di essere certa che la causa del pianto era dovuta alla
dentizione, ma, in ogni caso, sulla scorta delle indicazioni dell’assistente
sociale e della psicologa (a me, però, non ha telefonato nessuno…), ritiene che
le due famiglie per qualche tempo non debbano incontrarsi.
Mi trovo
d’accordo: penso sia importante che il bimbo abbia il tempo di poter elaborare
e radicare il suo inserimento nella nuova famiglia.
Dopo tutto questo mi chiedo perché nessun operatore ha consigliato
alla coppia adottiva di entrare in contatto con il piccolo un po’ per volta, in
punta di piedi, per evitargli un impatto troppo forte con tante, troppe,
persone ancora estranee.
Mi chiedo,
ancora, avendo saputo che di lì a poco la nuova famiglia si è trasferita al
mare, se non sarebbe stato opportuno attendere che il bimbo raggiungesse prima
una qualche sicurezza nella sua nuova abitazione, invece di portarlo
immediatamente in un’altra casa.
Infine non
riesco a non chiedermi: “Ma come si è realizzato e come si realizza,
da parte dei Servizi, il monitoraggio di questo cruciale e delicato passaggio
della vita del bambino, nei momenti precedenti e successivi al suo inserimento
nella nuova famiglia?”
Sulla base
della mia esperienza e senza alcuna polemica sento con forza di poter affermare
quanto segue:
·
Il
bambino ha diritto ad essere aiutato da operatori preparati a rispondere ai
suoi bisogni e ad essere ascoltato e difeso nel delicato passaggio verso la
famiglia adottiva.
·
Il
bambino ha diritto al mantenimento delle relazioni significative.
·
Gli
adulti devono cercare di dare continuità alle esperienze di vita del bambino rispetto ai cambiamenti che avvengono prima e
dopo l’abbinamento alla coppia adottiva.
·
Il
bambino deve conoscere i genitori adottivi in un luogo favorevole all’incontro,
ed al contempo avere il tempo necessario per lasciare le sue figure di
riferimento e per andare verso i nuovi genitori.
Tutto questo non fa
parte dei diritti fondamentali di ogni minore? O siamo piuttosto di fronte ad una preoccupante
interpretazione miope, piccina e discutibile del cosiddetto interesse superiore
del minore? Era questo l’intento delle leggi 184/83 e 149/01?
Ora noi ci
domandiamo: ma questi tagli improvvisi, queste rotture
senza ragione, senza che il bambino ne capisca profondamente il motivo, ove
questo ci fosse, non lasciano solamente un enorme dolore, grandi difficoltà a
ritrovare un equilibrio, una sicurezza affettiva? E
addirittura non potrebbero nel tempo mettere a rischio l’equilibrato sviluppo
psico-fisico del piccolo? Non sarebbe stato basilare trascorrere un periodo
maggiore di affiancamento per custodire la storia del bimbo raccontando alla mamma
quello che sappiamo di lui, dalle cose più semplici come i suoi piatti
preferiti, ai giochi, alla storia sanitaria?
Non vorrei
spaventare nessuno con queste considerazioni, ma semplicemente riflettere un
po’ su un passaggio dalla famiglia affidataria alla
famiglia adottiva che doveva e poteva essere un
percorrere insieme la strada che portava il bambino verso la sua nuova vita.
Spero che queste riflessioni ci aiutino domani a non commettere gli stessi
errori, se errori ci sono stati.
P.S.: Sono
trascorsi quattro mesi e non abbiamo più avuto nessun contatto con il piccolo:
a dire della mamma, queste sono le indicazioni della psicologa.
Per ogni
eventuale contatto:
TERESA CARBE’
terry6718@libero.it