Convegno “Genitorialità in carcere
e diritti dei figli delle detenute”
Dal nostro osservatorio
Da 7 anni l’associazione “La gabbianella e altri
animali” si occupa dei bambini del nido del carcere femminile della Giudecca
(Ve) e delle loro mamme.
Sulla base di un calcolo, fatto proprio in funzione
di questo convegno, dove forse ci sono errori per difetto e non per eccesso, i
bambini accompagnati da noi all’esterno per un periodo di tempo di mesi o di
anni sono stati 29, 17 maschi e 12 femmine. I bambini passati per il nido del
carcere sono molti di più, ma la maggior parte ci è stata per pochissimo tempo
e quindi non ha potuto avvalersi dell’aiuto che
l’associazione offre. Quasi tutti i 29 bimbi, che noi ricordiamo dal 2004 ad
oggi, hanno frequentato regolarmente l’asilo nido comunale. Alcuni di essi non sono stati all’asilo nido perché le loro mamme non
volevano che lo frequentassero, per paura di staccarsene o per timore che i
figli si integrassero troppo nella nostra cultura. Alcune di esse
temevano anche che qualcuno si impadronisse dei loro figli e glieli rubasse. In
qualche caso, dei bimbetti sono stati nel nido solo d’estate o per periodo troppo brevi per
fare un inserimento ad anno scolastico inoltrato.
Il gruppo etnico più rappresentato è quello dei Rom -13-, seguito da nigeriani di etnia Edo - 7- , sudamericani – 4 -, italiani -3- (due
fratelli erano figli di giostrai), marocchini -1, un bambino la cui origine ci
sfugge.
Rom e Nigeriani
I Rom sono la minoranza etnica più numerosa d’Europa. Tra di essi genitorialità e famiglia affondano le loro
radici nel clan familiare; sono anche il gruppo più numeroso in carcere. Furti
piccoli ma reiterati, compiuti fin da giovanissime, per strada e nelle case,
portano ragazze anche giovani a scontare pene molto lunghe con i loro bambini:
è difficile trovare per le mamme una casa in cui mandarle agli arresti
domiciliari. Esse erano nomadi, oggi vivono sempre più spesso in campi di
roulottes o casette prefabbricate ma raramente in una vera casa.
Anche i bambini nigeriani provengono da una cultura
in cui è molto forte il senso del clan familiare e in cui i bambini
“appartengono” al padre
e alla sua famiglia. Ma le mamme nigeriane in Italia, quasi tutte
di etnia Edo, sono spesso senza famiglia e, se arrestate, non sono in grado di
pagare un affitto, quindi non possono andare agli arresti domiciliari in nessun
luogo. Questa realtà è comunque diffusissima tra le donne che entrano in
carcere con i loro bimbi, a qualsiasi gruppo appartengano. Sono donne sole che
non possono appoggiarsi ad una famiglia per essere protette. La famiglia da
qualche parte esiste e magari comanda da lontano su donne e bambini, ma non li
protegge e non è in grado di dare loro un alloggio funzionale agli arresti
domiciliari.
Genitorialità in carcere (mamme e bambini rinchiusi
insieme)
E’ evidente che parlando d bambini del nido del
carcere si parla di piccini che vivono in un istituto che è stato creato per
infliggere una pena alle loro madri, oltre che per rieducarle, quindi vivono in
un luogo dove si soffre. Le loro madri sono private di un bene prezioso come la
libertà e delle loro relazioni umane. Sono sottoposte a una serie infinita di
“superiori”, non possono possedere oggetti di uso corrente (forbici, coltelli,
cordini), devono sempre ubbidire. Sono giudicate da agenti, assistenti sociali,
educatrici, ecc. Perfino dalle loro compagne di pena, se sono più fragili delle
altre.
I bambini hanno a che fare con mamme tristi, sole,
avvilite se non addirittura depresse. Con mamme che non giocano e non hanno
voglia di giocare, che talora stanno talmente male da non prendersi nemmeno
cura di loro nelle funzioni primarie come il nutrirli, lavarli, cambiarli. A
volte sono proprio i bimbi a dare alle mamme gli unici elementi di conforto e
motivazione a vivere. Ma i bambini per non essere travolti essi pure nella
depressione devono trovare qualche stimolo, uscire e vedere il mondo,
relazionarsi a qualcuno che sia sereno e allegro.
Una cosa è vivere in un carcere dormendoci e
passando con la mamma le giornate di malattia o maltempo, un’altra è starci
chiusi ininterrottamente per settimane, mesi, anni. La prima eventualità
(quella che è sotto ai miei occhi a Venezia) permette ai bambini di crescere
normalmente, la seconda crea dei pesanti handicap al loro sviluppo intellettivo
e al loro inserimento sociale. Spesso ci
è capitato di segnalare al pediatra alcuni bambini arrivati da poco da altre
realtà, i cui problemi si sono volatilizzati da soli uscendo dal carcere e
andando in spiaggia o all’asilo. Le condizioni di vita dei bambini al di sotto
dei tre anni sono fondamentali per il loro sviluppo e il legame con la mamma, che le
nostre leggi tutelano, non basta da solo a rendere questo stesso sviluppo
armonioso .
Di qui la necessità di frequentare altri ambienti,
altri bambini e altri adulti e anche di uscire liberamente senza avere contatti
con nessuna istituzione, per divertirsi in un parco giochi o sul bagnasciuga di
una spiaggia, con qualche “zia”, possibilmente sempre la stessa.
Il bambino che rientra nel nido del carcere dopo
essersi divertito e avere imparato cose nuove, porta alla mamma una ventata di
freschezza, che fa bene anche a lei. Se poi i bambini sono un gruppetto e
continuano a giocare tra loro come facevano fuori, questo cambia l’atmosfera del
nido anche per le mamme.
Diritti del bambino in carcere
Tra i primi diritti del bambino c’è quello di
frequentare l’asilo nido e di uscire dal carcere per entrare in contatto con il
mondo esterno. Una figura amichevole, che si faccia carico degli accompagnamenti
con regolarità, si rivelerà preziosa per il bambino e ancor più per la mamma,
che da essa
potrà avere delle informazioni sulla vita del suo bambino all’esterno e soprattutto
sostegno psicologico. Non è pensabile che si accompagni un bimbo all’asilo nido
senza prima scambiare una breve conversazione con sua madre o che si ritorni
dal nido stesso senza raccontare alla mamma che cosa il
bambino ha mangiato, se ha fatto la nanna, ecc. Così la mamma vive almeno un
rapporto con qualcuno che non la giudica e che non le è superiore, che anzi le
può far notare i progressi del bambino o della bambina come qualcosa di cui
andare fiera, di cui rallegrarsi. Generalmente chi aiuta a seguire i bambini,
spesso procurando loro anche vestiti e giocattoli, viene
considerato come persona di fiducia e la fiducia è un sentimento spesso nuovo e
importante che dev’essere coltivato.
L’asilo nido permette ai bambini svantaggiati come
quelli di cui stiamo parlando di ricevere stimoli, di apprendere la lingua
italiana correttamente, di socializzare con altri bambini, di entrare in
contatto con odori, suoni, sapori, esperienze piacevoli. I “nostri “ bambini si
inseriscono nel nido fin dai primi giorni e se noi entriamo in conflitto con le
brave maestre che lo gestiscono è perché esse prolungano l’inserimento per
settimane, “mandano a casa” i piccoli al primo starnuto o alla prima scarica di
diarrea. Rimandare un bambino in carcere non è come mandarlo a casa… c’è chi
piange al momento di lasciare l’asilo.
Asilo, uscite, spiaggia (cioè incontro con gli ampi spazi, il mare e
la natura), nonché rapporti di sostegno alle mamme sembrano curare i bambini
dalle loro sofferenze per un po’ e alleviano il senso di colpa delle mamme che
li hanno portati con sé. La libertà personale e rapporti umani positivi sono
diritti per i bambini e corrispondono ad un semplice alleviamento delle
sofferenze che la loro situazione già porta con sé. Ricordiamoci che il pur
encomiabilissimo sforzo di
rendere confortevoli gli ambienti in cui vivono i bambini serve a
poco, se in essi non regna un po’ di serenità e se da essi non si esce.
Bambini stranieri
La stragrande maggioranza dei bambini del carcere
unisce in sé tutti i problemi legati sia alla condizione delle madri, sia alla
condizione di minori stranieri in Italia e il loro futuro fuori del carcere
spesso è peggiore del loro presente tra le mura delle case circondariali.
Figli di
madri a cui è scaduto il permesso di soggiorno o che
non lo hanno mai avuto, sono essi pure clandestini, sono privi di diritti, sono
soggetti ad estrema povertà ed emarginazione. I padri spesso sono lontani o
assenti o in pessimi rapporti con le madri o “padroni” e persecutori, senza
essersi quasi mai presi cura dei figli. Talora sono in carcere essi stessi.
Al compimento dei tre anni, oggi e fino al 1/1/2014,
i bambini devono uscire dal nido. Con la nuova legge, vi usciranno a sei anni. Molti
bambini alla cui sorte ho assistito, sono andati in una casa-famiglia con la
mamma, da cui non sono stati costretti a separarsi; alcuni hanno raggiunto il
padre o i nonni, con la
mamma, agli arresti domiciliari; alcuni
sono andati nella famiglia d’origine
mentre la mamma rimaneva in carcere; due sono stati adottati; sei sono stati
accolti in affidamento. Di questi, cinque sono arrivati in affidamento presso
nostre famiglie, che le madri e i bambini conoscevano, per gli accompagnamenti
all’asilo o per altri contatti precedenti.
Arresti domiciliari
Se le mamme sono agli arresti domiciliari, in casa
di parenti o in qualche struttura, i bambini fanno fatica ad uscire dalle mura
domestiche. O c’è chi li accompagna all’esterno o di fatto
ritornano in condizioni di deprivazione, forse ancor peggiori che in carcere,
perché di maggior isolamento. A volte non vengono
mandati alla scuola materna, pur essendosi la madre convinta della sua
importanza, perché è difficile iscriverli e portarceli. Ci vuole qualcuno che
li continui a proteggere con forza perché possano accedervi. Inoltre la
precarietà stessa della condizione abitativa del nucleo familiare rende più
difficile l’iscrizione del bambino a scuola.
L’affidamento dei bambini del carcere
Anche i bambini accolti in affidamento non sono
protetti a sufficienza e per certi aspetti rischiano perfino di soffrire di
più. Mentre aspettano che la mamma esca dall’istituto di pena, vengono accompagnati dagli affidatari stessi a regolari
incontri con la stessa (visite talora poco piacevoli per i bambini, da cui
cercano di sottrarsi). Poi le madri escono, ma prima di riprendere i figli con
sé devono avere documenti in regola, un alloggio e un lavoro. Il lavoro e
l’alloggio non si danno a chi non ha documenti in regola, quindi in teoria
madri e figli stranieri dovrebbero essere espulsi subito alla fine della pena della madre. Ma le madri non solo si sottraggono all’espulsione, non avendo
più nessuno nel paese d’origine (o quasi), ma anche non hanno i soldi per
procurarsi il biglietto aereo e non possono partire. Di fatto vengono tollerate in Italia il più a lungo possibile, ma poi
viene rinnovato per loro il decreto di espulsione. I bambini nel frattempo sono
vissuti in famiglie italiane e si trovano o a divenire clandestini, con le
mamme disoccupate e quasi costrette ad attività disoneste di nuovo o a divenire
di fatto cittadini di paesi a cui sono estranei come
qualsiasi bambino italiano.
Evito di narrare le tragedie vissute da tre bambini
nati in Italia, dati in affidamento a famiglie italiane, cresciuti come bimbi “nostri”
e poi costretti a rientrare nella lontana famiglia nigeriana o rumena. Due di essi sono stati consegnati a sei anni al padre-padrone mai
visto prima e poi abbandonati dalla madre, che non voleva riunirsi al marito,
in Nigeria. In un colpo hanno perso tutti gli affetti e cambiato mondo: sono passati da un’Italia
agiata e attenta ai diritti dei minori ad un paese equatoriale povero, dove
prevale anche in famiglia la legge del più forte.
Difendere i diritti dei bambini
Come impedire che questi bimbi siano trattati cosi?
C’è un solo modo: facendo prevalere i loro diritti
a crescere nel paese a cui culturalmente appartengono
sulla cieca applicazione della legge n. 94 del 2009 recante “Disposizioni in
materia di sicurezza pubblica”, cioè la legge sull’immigrazione. Basterebbe che
l’autorità procedente l’espulsione chiedesse il nulla osta al tribunale dei
Minorenni, quando destinatario del provvedimento espulsivo fosse il genitore di
un minore. L’art. 31 del decreto legislativo n. 286/98 può essere applicato a
questi bambini e può dare un permesso di soggiorno provvisorio ai loro genitori
perché trovino legalmente un lavoro. Non sarebbe la certezza del permesso di
soggiorno e nemmeno lontanamente la cittadinanza italiana per dei bambini
spesso nati in Italia, ma almeno sarebbe una possibilità per le loro mamme. Che
senso ha dare in affidamento per periodi lunghi dei bimbi in Italia, fino all’uscita dal
carcere delle madri, per poi spedirli in Nicaragua o in Nigeria e abbandonarli
ad un destino difficilissimo?
Anche senza arrivare al passaggio in altri
continenti, lede il diritto alla continuità degli affetti dei bambini il loro
distacco brusco e definitivo dalla famiglia affidataria in cui hanno vissuto
liberi per la prima volta, per essere mandati da una città all’altra senza
poter comunicare con gli affidatari, che di loro si sono presi cura per anni.
Si ritrova qui, rafforzato, il tema della petizione lanciata ormai due anni fa
al Parlamento Italiano dall’Associazione “La gabbianella e altri animali”.
Finché non
si preciserà nella legge attuale sull’affidamento che i bambini hanno diritto
ai sentimenti, questo prezioso istituto si rivelerà un’arma a doppio taglio per
i bambini e sarà ben poco considerato dalle famiglie italiane. La petizione da
noi lanciata in merito ha prodotto leggi che giacciono in Commissione Giustizia
da troppo tempo, è ora che se ne discuta.
Conclusioni
1- I bambini che finiscono in carcere hanno bisogno
di essere accompagnati all’asilo nido e all’esterno da persone di fiducia;
hanno bisogno che si sostenga la loro stessa mamma per non dover essere loro ad
asciugarle gli occhi, in una pericolosa inversione di ruoli.
2- Hanno bisogno di avere qualcuno che li segua e garantisca l’attuazione dei loro diritti anche dopo
la scarcerazione, soprattutto se la mamma viene mandata agli arresti
domiciliari.
3- Se vengono posti in
affidamento, dev’essere garantita loro, come a tutti gli altri bambini in tale
situazione, la continuità degli affetti.
4- Devono poter rimanere legalmente in Italia se
nel paese d’origine della madre non hanno nessuna possibilità di inserirsi in
un tessuto sociale che ne garantisca la crescita onesta ed armoniosa.
In dicembre per uno dei “nostri” bambini in
affidamento, scade il rinnovo del decreto di affidamento. A sua madre, che è
uscita dal carcere da quasi un anno e lavora presso l’Hilton, non viene concesso il permesso di soggiorno. Dove passerà il
primo giorno dell’anno 2012?
Se i bambini cresciuti in carcere sono
culturalmente italiani, nati e vissuti qui; se hanno
frequentato asilo infantile e scuola materna o addirittura anche la scuola elementare
in Italia, devono essere considerati un patrimonio italiano. Su di essi si sono investite grandi forze sia dei nostri Servizi
Sociali che del mondo del volontariato, potrebbero divenire splendidi mediatori
culturali e uomini e donne riscattati ad un’infanzia difficile. Non devono
essere considerati solo figli indesiderati di madri clandestine. Non sono dei
delinquenti, ma soltanto dei bambini, come i nostri figli.
Carla Forcolin