“Infanzia e diritti al tempo della crisi: verso una nuova giustizia per i minori e la famiglia”

 

Sono uscita dallo stimolante convegno nazionale dell’AIMMF (Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia), il cui titolo è volutamente anche il titolo del mio articolo, con la sensazione che la magistratura minorile sia molto più aperta di quanto io non credessi e con l’eterno punto di domanda in testa che mi punge dopo ogni convegno sui minori (com’è possibile che persone che ragionano così bene poi non riescano ad impedire un funzionamento del tutto inadeguato – e dimostrato dalle poche statistiche che abbiamo – delle cose di loro competenza?); mi reco in stazione e acquisto “Panorama”, a cui una brava giudice ha fatto cenno, per leggere le statistiche che vi sarebbero riportate (sono sempre affamata di statistiche) e vi trovo un servizio davvero terribile su vittime della mala giustizia minorile. Leggo di vicende che già conosco e di altre che purtroppo sono a me nuove, ma che assomigliano moltissimo a quelle di cui già mi sono occupata.

 

Sono convinta che certe denunce debbano essere considerate. “Considerate” non significa prese per oro colato. Come quasi tutti coloro che sono in prigione si proclamano innocenti, così la maggior parte di chi ha perso i figli, perché incapace di farli crescere, si proclama vittima dei giudici e degli assistenti sociali che seguono i minori.  Ma non si possono lasciare i bambini a genitori che costituiscono per loro un pericolo, a genitori che non li nutrono, non li lavano, non li curano quando sono ammalati, non li mandano a scuola, li picchiano, li torturano psicologicamente, li stuprano, li vendono, li mandano a mendicare, li mandano a rubare, li trattano come schiavi. Non si può. Il sistema di tutela dei minori esiste per questo.

 

Nessun essere umano è proprietà privata di un altro, anche se questo altro è il padre o la madre del bambino. Tutti noi rabbrividiamo quando leggiamo di padri stupratori che hanno tenute prigioniere in casa le figlie per decenni senza che nessuno intervenisse a liberarle e anzi con la polizia che le ha rimandate nella casa paterna quando le poverine erano fuggite (è successo in Austria ma anche a Torino, poco tempo fa). Dov’erano i servizi sociali mentre ciò accadeva? Dov’erano semplicemente i vicini di casa, il medico di famiglia, gli insegnanti, i parenti? Si doveva intervenire. L’omissione di intervento è una colpa grave, che deve essere punita.

 

Ma anche l’intervento, che si configura come una separazione forzata tra i bambini e i genitori, senza approfondita verifica delle segnalazioni, senza ascoltare le presunte vittime, senza ascoltare le parti in causa, senza prove importanti, è altrettanto colpevole.  Se si può concepire e scusare l’assistente sociale che, chiamato per un grave sospetto di abuso nei confronti di un minore, prima interviene, allontanando il bambino/a da casa, poi, messo in salvo il piccolo, si accorge di avere sbagliato o esagerato e rimedia il più presto possibile ai danni arrecati, non si può invece concepire chi, abbracciata una causa, non può ammettere di avere sbagliato e fa ricadere su degli innocenti, a vita, le conseguenze dei propri sbagli.

 

Il caso di Angela L., la protagonista del libro “Rapita dalla giustizia”, la cui famiglia ha ottenuto, dalla corte europea per i diritti dell’uomo, la condanna dello stato italiano a risarcirla con 80 mila euro, è emblematico per questo.  Chi allontana i bambini dalla propria casa, come si legge nel libro di Angela L., con palese disonestà intellettuale, con palese violazione delle procedure, con palese violazione dei diritti delle persone, va processato e punito, chiunque egli sia.

 

Io credo che il sistema di protezione e tutela dei minori debba dimostrare la propria vitalità ricevendo e valutando con equilibrio le segnalazioni sui casi di mala-giustizia che gli arrivano da ogni parte. Il giudice minorile deve stare vicino al cittadino. Forse ingenuamente, ma propongo che all’interno dei diversi tribunali minorili si dia sistematicamente ascolto ai cittadini che chiedono di essere ascoltati, di maggiore e di minore età. Magari un ascolto mediato da un giudice onorario o da altra persona di fiducia, capace di scremare le possibili richieste, magari un ascolto preceduto da una richiesta scritta e ricevuta via mail, ma un ascolto ci deve essere. Non deve essere impossibile parlare con i diversi responsabili dei Tribunali Minorili, cioè con coloro che hanno il potere ultimo di decidere su questioni importantissime che davvero viene voglia di definire “di vita o di morte”.

 

Il titolo del convegno a cui ho partecipato recitava così: “Infanzia e diritti al tempo della crisi: verso una nuova giustizia per i minori e la famiglia”. Andiamo verso questa nuova giustizia: permettete, Magistrati, che la scoperta di alcuni casi denunciati su libri e su siti internet non sia inutile! Meglio verificare se si può rimediare a qualche errore invece che offendersi per le denunce e non controllare.

 

Tutti possono sbagliare, è il perseverare nell’errore che deve essere evitato.

 

Conosco personalmente tre fratellini fragilissimi sottratti alla loro famiglia, senza prove sufficienti di maltrattamento, da circa tre anni. Un caso nel quale, al processo penale contro la famiglia dei bambini, la stessa è stata assolta. Un caso dove mi è stato di fatto impedito di svolgere il mio ruolo di curatrice.  Un caso dove ancora non si capisce perché i bambini non possano tornare a casa. Spero che non debbano anche loro aspettare dieci anni per tornarvi ed avere poi, dopo essere divenuti completamente nevrotici o psicotici, un grande risarcimento dallo stato.

 

La giustizia sbaglia da sempre: è fatta da uomini. Ma quando l’errore si ripete troppo spesso c’è qualcosa di sbagliato nel sistema. Mi chiedo se era questo il tema del convegno da cui sono uscita: quel qualcosa di sbagliato da correggere. Se lo era, facciamo in modo che le proposte divengano concrete al più presto. 

 

Carla Forcolin