Introduzione a un libro di ricette

 

Una raccolta di ricette all’interno del progetto educativo per mamme e figli del nido del carcere. Che senso ha?

Ha il senso di raccogliere una cosa importante che siamo riuscite a far mettere in comune tra  le mamme: le conoscenze culinarie che avevano. Il “come si fa da mangiare nella mia terra”, una terra lontana che qui non si conosce per niente: Nigeria, Colombia, Romania. Il “come si faceva da mangiare quando io ero piccola”, il “come farei da mangiare” al mio bambino, se fossi a casa.

 

Il cibo è la più ancestrale delle preoccupazioni, è la sopravvivenza. Il cibo è la prima cosa che una madre dà al figlio. Un buon rapporto con il cibo è simbolo anche di una buon rapporto con la madre. Madre/cibo: binomio inscindibile. Noi siamo nel nido per rendere più saldi i legami tra queste mamme e questi bambini, per parlare della maternità e abbiamo pensato di farlo attraverso il cibo.

 

Educazione alimentare: non solo vitamine, proteine, carboidrati, sali minerali; ma anche avere cibo fresco da cucinare, a piccole porzioni. Avere frutta e verdura di stagione, possibilmente dall’orto coltivato dalle donne ristrette; avere pesce comprato al banchetto vicino al carcere; latte che non sia a lunga conservazione. I cibi freschi nel carcere sono conquiste. Con queste materie prime le mamme cucinano più volentieri per i bambini: meno wurstel, più minestre, più torte fatte con le proprie mani.

 

Il cibo si può manipolare, la cucina è un’attività che si presta ad essere svolta insieme, cucinando si diventa amiche. E i ricordi si portano alla luce, le lingue si sciolgono.  Preparando le merende o le festine per i compleanni le mamme hanno finito per raccontare qualcosa della loro stessa infanzia, del loro vissuto. Quando si ha un figlio piccolo è giusto ritornare col pensiero alla propria infanzia, fare bilanci di questo tipo: “vorrei che mio figlio/a avesse alcune cose che io ho avuto”, oppure “vorrei che mio figlio non dovesse soffrire come io ho sofferto”. Si vuole dare anche a lui il cibo buono (reale e metaforico) che si ha ricevuto, gli si vuole evitare ogni esperienza triste (fame, sofferenza, umiliazione e povertà).

 

Agli inizi noi pensavamo all’educazione alimentare come ad una sorta di lavoro per convincere le mamme a non dare biberon di coca cola ai bimbi e simili, ora è chiaro che l’educazione alimentare non è che un aspetto del dialogo sul rapporto madre/figlio/a. E’ chiaro che più le mamme riusciranno a parlare anche di sé, più si prenderanno cura dei loro piccoli, più cercheranno di nutrirli bene. Nutrirli con cibo cucinato e non solo acquistato o ricevuto in fredde confezioni già pronte. E magari nutrirli con maggiori attenzioni, con la comprensione che mandarli all’asilo è importante, con la comprensione che dopo l’asilo dovranno frequentare la scuola materna e le altre classi. Come si programmano i pasti, così va programmato il futuro per i bambini: che fare del bimbo se compie i tre anni mentre la mamma è ancora in carcere? Le mamme si chiedono se esistono posti dove loro e i figli possano essere accolti insieme, per non essere separati, perché i figli non le perdano. Una ad una, a seconda delle situazioni in cui si trovano parlano dei loro progetti con i bambini.

 

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I bambini, quest’estate, mentre le mamme riflettevano su queste ad altre cose, uscivano: andavano in spiaggia. Acqualandia e giochi avventurosi, sabbia, mare, acqua, mondo libero. Frammenti di vita, esperienze nuove, tutte ricche per dei piccini abituati a troppe ore al chiuso, con pochi stimoli, in una babele di lingue in cui è difficile imparare a parlare. Le mamme li pensavano con più tranquillità non avendoli addosso tutto il giorno, potevano pensare a cosa far loro da mangiare, a lavare i loro vestiti… I piccoli tornavano allegri e stanchi e raccontavano come potevano i frammenti di mondo visti là fuori, per digerirli assieme alle mamme.  

 

Scrivere le ricette è un raccogliere le esperienze, un creare un piccolo album di ricordi, come sono ricordi le foto dei bambini in spiaggia, alle prese con nuove esperienze anche senza la mamma vicino.

 

Il carcere è pena, ma una pena che ti permette di riflettere non è inutile. Una pena in cui ci si educa si riscatta da sé. I bambini dopo i tre anni andranno nel mondo senza più educatori, assistenti sociali, psicologi. Non sappiamo a quali vicende andranno incontro: speriamo che abbiano sempre almeno del pane da mettere sotto i denti e un tetto sotto cui proteggersi.

 

Per loro, oggi, possiamo solo fare due cose: portarli all’asilo e comunque “a spasso”, perché l’essere in carcere sia più lieve e rendere il loro legame con le madri più forte, più sano. Speriamo così che esse sappiano difenderli dal loro stesso ambiente di provenienza, speriamo che esse li facciano andare a scuola, che non li mandino a rubare.

 

Una madre che, cucinando, racconta che aveva paura di rubare e che non vuole per suo figlio tale esperienza è forse una mamma che ce la farà a salvare la propria creatura. Una mamma che cucina un cibo semplicissimo secondo la cultura da cui proviene dà anche a suo figlio il senso di provenire da un albero che ha delle radici, che ha una dignità, che ha delle tradizioni. Dare il senso di provenire da un mondo in cui tutti gli uomini e le donne facevano delle cose buone è dare autostima, senso di identità e dignità. Una dignità da opporre con forza ad un mondo in cui tutti gli stranieri sono dei clandestini e dove tutti i clandestini sono perseguibili penalmente, cioè sono dei fuori-legge.

 

Il profumo del cibo della mamma può dare un senso di appartenenza a mondi anche lontani, anche mai visti, ma di cui essere orgogliosi. 

 

Carla Forcolin