Il diritto ai legami affettivi dei minori in affidamento, intervento nel convegno Infanzia negata: bilanci e prospettive al termine di una legislatura troppo breve (Roma, Camera dei Deputati, Palazzo Marini, 5 marzo 2008)

 

 

Il diritto ad avere una famiglia

La legge 149/01 dichiara con forza che tutti i bambini hanno diritto ad una famiglia, e più la psicologia procede nella sua ricerca più ciò è evidente, visto che i legami affettivi sono il terreno necessario per un sano ed equilibrato sviluppo della personalità umana sotto tutti i punti di vista, da quello intellettivo a quello morale.

 

Il reperimento dei dati

Eppure la legge rimane lettera morta in tantissimi casi e sembra non essere servita a svuotare le comunità e le case famiglia, nate dai vecchi istituti, a favore di famiglie adottive e affidatarie. Anzi, secondo i dati offerti dal prof. Belotti del Centro Studi dell’Istituto degl’Innocenti nel recente convegno di Torino “Legami per crescere” i minori ospitati nelle strutture residenziali del nostro paese sono in aumento. Se la causa principale di questo fenomeno sono i minori stranieri non accompagnati, rimane il fatto che il numero dei minori italiani ivi ospitati è fondamentalmente stazionario da anni, invece che in calo e la legge non trova piena attuazione.

 

Al 31-12-2005 i minori fuori della famiglia d’origine erano calcolati attorno alle 27.000 unità e nelle nostre strutture erano transitati nel corso dell’anno dai 33.000 ai 35.000 minori. In merito però le ricerche del Centro Nazionale di Documentazione dell’Istituto degl’Innocenti contrastano con quelle dell’ISTAT e questo fa amaramente riflettere sulle difficoltà a raccogliere, anche per il Centro Nazionale di Documentazione, dei dati certi. Sembra che tutto ciò che riguarda la vita delle comunità e delle case famiglia che ospitano dei minori sia segretissimo e le autorità o le istituzioni da cui gli ex-istituti dipendono, spesso, non osano pretendere dati e fare interventi di controllo sulle strutture stesse. Non è consigliabile politicamente disturbare personaggi che manovrano voti o che hanno alle spalle il più potente centro di potere del nostro paese. Solo più forze insieme, come delle regioni, dei centri di studio, delle università, potrebbero riuscire a farsi aprire le porte per controlli veri sul numero dei bambini ospitati nel tempo, sul progetto fatto su di loro, sui loro rapporti con la famiglia d’origine, ecc.

 

Sarebbe necessaria in ogni regione una ricerca simile a quella attuata anni fa in Piemonte (l’unica regione che abbia 2/3 dei minori in famiglia e 1/3 in strutture) sui seguenti ambiti:

-         capire che cosa impedisce il ritorno dei minori nella famiglia d’origine, magari supportata da forme di solidarietà famigliare o da affidamenti solo diurni;

-         capire da quanto tempo i minori siano senza rapporti con la famiglia d’origine e quindi se siano da dichiarare adottabili (1/4 dei minori in struttura non ha mai rapporti con la propria famiglia);

-         capire se invece la famiglia li segue e tornerà in grado di accudirli e (in tal caso diventa necessario l’affidamento) o se la famiglia è ancora presente, ma assai difficilmente tornerà in grado di accudire il figlio/a/i (e in tal caso ci  vuole l’adozione a rischio giuridico, in mancanza di una forma di adozione aperta).

 

Inoltre sarebbe necessario fare delle ricerche per capire che fine facciano i ragazzi a 18 anni, dopo essere usciti dalle strutture (non vi sono ricerche in merito) e per capire il valore aggiunto dell’affidamento rispetto alla casa-famiglia o alla comunità. Esiste infatti da parte di molti operatori dei servizi e delle comunità una frequente svalutazione dell’istituto dell’affidamento. Sono sufficienti pochi affidamenti falliti perché si svaluti l’intero istituto dell’affidamento. Se si ragionasse così non si metterebbero più al mondo dei figli, visto che spesso gli stessi danno più dolori che gioie.

 

Poche cifre

Al 31-12 2005 i minori in affidamento erano 14.945 e tra di essi la metà era in affidamento intra-famigliare, cioè presso nonni e zii.

Vi erano 2,7 minori su 1000 lontani dalla loro famiglia e, caso davvero grave di mancata applicazione della legge, il 20% dei bambini in struttura aveva meno di sei anni.

 

Per mantenere questa situazione, solo la Regione Veneto, che scelgo perché ha un ottimo osservatorio, spendeva  24 milioni di €, con una media di 76 € al giorno per minore. Se si moltiplica questa cifra per 20, si ha grosso modo la spesa totale che il nostro paese sostiene per tenere i bambini in struttura anziché porli, almeno quando questo è possibile, in affidamento. 

 

Uno strano conflitto di interessi

Ciò avviene per un insieme di elementi che vanno a prefigurare una sorta di conflitto di interesse. Coloro che dovrebbero seguire i minori fuori della famiglia sono  gli assistenti sociali, con spesso alle spalle i tribunali, ma poiché gli stessi sono spesso occupati in emergenze e dei bambini “affidati” alle strutture (si usa lo stesso termine che per la famiglia, così si fa più confusione) quasi si dimenticano, dovrebbero essere le strutture stesse a sollecitare la risoluzione definitiva dei problemi famigliari dei minori.

 

Molte comunità o sezioni delle stesse però dovrebbero chiudere, sotto ad un certo numero di ragazzini, ed allora dovrebbero licenziare del personale e non gradiscono farlo o addirittura non vogliono affidare ad altri dei ragazzi a cui si sono affezionati (non solo le famiglie affidatarie hanno questo problema).  Quindi non sollecitano affatto la cosa. Le Procure della Repubblica dovrebbero vegliare, ma hanno poco personale e comunque per tutti è minor fonte di fastidi, di lavoro e di cure un minore in casa-famiglia o in comunità che un minore in affidamento, specialmente se dopo anni di istituzionalizzazione lo stesso è divenuto aggressivo, nevrotico, difficile da ospitarsi e le possibilità che il suo inserimento in famiglia vada bene sono incerte.

 

Inoltre anche la famiglia d’origine del ragazzino si oppone, quando può, al suo inserimento in altra famiglia e non dev’essere un caso se solo il numero dei minori stranieri in affidamento negli ultimi sei-sette anni è cresciuto dal 7 al 22%. Sono cresciuti i minori stranieri e quindi il dato si spiega, ma si spiega anche con i minori ostacoli trovati al suo inserimento in altra famiglia da quella d’origine. Sono minori le opposizioni. 

 

Una legge non esigibile è una contraddizione in termini

Insomma la legge 149/01, in teoria accettabile o addirittura buona, in pratica non è attuata e non a caso non sono state previste pene di alcun tipo per chi non la applica o almeno gratificazioni per chi riesce a sistemare bene molti bambini che altrimenti vivrebbero senza il calore di una famiglia.

 

La legge è stata disattesa fin dalla sua nascita. Non è mai stata fatta ad esempio la banca dati dei minori adottabili e degli adulti disponibili, ivi compresi i singles, come la legge prevede, a cura del ministero di Grazia e Giustizia e le ambiguità della legge, che le permisero di essere approvata all’unanimità, non sono mai state sciolte. 

 

A nulla sono valse le petizioni presentate dalla stessa associazione di cui sono la presidente, sia nel passato al Ministro Castelli, per la banca dati, sia recentemente alla Commissione Bicamerale Infanzia perché si stabilisse che l’art. 44 della legge 184/83, va attuato, salvo casi rarissimi e ampiamente discussi, ogni qual volta un bambino deve passare dalla famiglia affidataria a quella adottiva, dopo un affidamento durato a lungo o durato più a lungo del previsto.

 

 

Il diritto ai legami affettivi dei minori in affidamento

Infatti c’è un altro motivo che ostacola l’inserimento del bambino la cui sorte futura è incerta (i genitori riusciranno a riprendersene adeguatamente cura nei successivi due anni?) in una famiglia affidataria: il timore di dover fargli vivere un distacco doloroso dalla famiglia lo ha tenuto in affidamento, al momento in cui viene dichiarato adottabile. Sono ancora molti gli operatori convinti che i due istituti, affidamento e adozione, debbano essere tenuti rigidamente separati e che non vogliono che si applichi l’art. 44 della legge 184/83 in queste situazioni. Temono che molte coppie o addirittura singole persone, prive dei requisiti per adottare, aggirino la legge sull’adozione attraverso l’affidamento. (Come se la cosa fosse semplice ed agevole!)

 

Benché in molte parti del nostro paese si cerchi di attuare il diritto del bambino ai legami affettivi e si tenga conto della sua sofferenza al momento di un’eventuale separazione da chi lo ha cresciuto e curato e “ricucito” dopo tante lacerazioni, sono ancora molti, troppi, gli assistenti sociali e i tribunali che trattano i bambini come oggetti, che non si curano del tragico vissuto di piccini staccati a pochi anni da coloro che magari consideravano come loro genitori. Nel nostro paese si fanno talora degli orfani per legge (parole del dott. Fadiga al convegno di Torino). L’affidamento è insomma spesso evitato perché non finisca in tragedia o perché non si debbano fare scelte controcorrente.

 

L’affidamento deve durare due anni prorogabili nel superiore interesse del minore, e non è per sempre. Figli a vita si diventa con l’adozione. Ma tutti sappiamo che ci sono dei casi in cui le possibilità che i genitori viventi di un bambino, ad esempio, si disintossichino sono pochissime e magari questi genitori hanno bisogno per normalizzarsi di molto tempo, troppo, perché il bambino aspetti. In questi casi si deve provvedere a sistemare il bambino in affidamento in una famiglia già con i requisiti per adottare e poi farlo passare dall’adozione all’affidamento, allo scadere dei due anni. Ma se per quel bambino anche il legame con un genitore o parente fosse positivo e gli permettesse da grande di avere un più chiaro senso di identità, anche quel legame andrebbe conservato.

 

Come nelle famiglie in cui i genitori si separano e si ricongiungono con nuovi compagni, si creano dei legami non previsti dalla tradizione, ma talora affettivamente validi, così qualcosa di simile può succedere con i bambini che, cresciuti in una famiglia affidataria, possono e anzi debbono sapere da dove vengono. Basta che gli adulti non litighino per il possesso del bambino, per una gelosia che è il contrario dell’amore.

 

Un nuovo tipo di adozione

Il giudice Occhiogrosso che ha fatto in questo convegno un intervento prima di me, ha illustrato la sua idea di “adozione mite”. Altri giudici parlano di “adozione aperta”, ma insomma, si tratta di dare a  un bambino che ha dei genitori o dei nonni in vita, sia una famiglia che lo aiuti a crescere e gli dia un contenimento, degli stimoli, delle cure affettuose nel quotidiano, sia  la consapevolezza della sua provenienza biologica. Quando vediamo che i nostri ex-istituti sono pieni di bambini che non vengono adottati perché sanno chi sono i loro genitori biologici, dobbiamo deciderci ad accettare un’adozione diversa da quella esistente o meglio dobbiamo deciderci a porre accanto alla adozione tradizionalmente intesa un’altra forma di adozione. Si devono adottare anche gli orfani con i genitori vivi, che in Italia sono la maggior parte.

 

Adesso, nei migliori dei casi, questi bambini sono in affidamento “sine diecioè vivono nella situazione di perenne incertezza dell’affidamento, assieme a chi li ha raccolti. Noi siamo così ipocriti da permettere che il 60% degli affidamenti siano senza reale scadenza per non assumerci la responsabilità di definire un nuovo tipo di adozione accanto a quello tradizionale, che pretende che l’adozione sia una seconda nascita, non solo metaforicamente, in barba ad ogni ricerca secondo cui tutto ciò che abbiamo vissuto rimane in noi e plasma la nostra personalità.

 

Il reperimento degli affidatari

A questo punto si pone il problema di trovare gli affidatari o le persone disposte a forme di adozione in cui si tenga conto anche di legami precedenti nel bambino.

 

Se l’affidamento non fosse un’avventura di cui non si conosce mai la fine e troppo spesso finita tragicamente, sarebbe più facile trovare gli affidatari, ma anche così gli affidatari sono reperibili se si fa in modo che l’affidamento non sia solo questione burocratica. Voglio dire che è pieno di persone che, facendo volontariato presso strutture, si prenderebbero in affidamento dei bambini, dopo averli conosciuti, ma questo a molti operatori non piace. Molti operatori non si fidano dei rapporti che si creano spontaneamente, vogliono essere loro a fare gli abbinamenti.

 

Vige l’imperativo per cui i bambini non si “scelgono”, neppure se per l’affidamento e a poco importa se certe simpatie tra grandi e piccoli nascono proprio a partire da scelte dei bambini. Qualcuno si sentirebbe espropriato del proprio ruolo, anzi della parte più delicata del proprio ruolo. E’ ovvio che chiunque si offra per un affidamento in qualsiasi modo giunga a questa scelta, deve essere opportunamente conosciuto dalle istituzioni e debba avere una sorta di idoneità al difficile compito che si assume. Ma questo non è in contraddizione con l’accendersi di una scintilla di affetto tra le persone grandi e piccole che si possono conoscere spontaneamente. I servizi, gli psicologi, valuteranno bene se quella scintilla può rimanere accesa, ma quella scintilla è comunque preziosa. Perfino nei paesi dove si fanno i matrimoni combinati, i genitori più aperti fanno in modo che i due sposi prima si vedano e capiscano se si piacciono (mi si perdoni il paragone improprio, ma nell’affidamento si deve vivere insieme, proprio come nel matrimonio).

 

Io credo che gli affidatari vadano preparati, seguiti, sostenuti, anche da associazioni che davvero sappiano stringersi attorno a chi vive delle relazioni difficili, ma credo anche che si debbano creare dei legami “preventivi” all’affidamento che si possano poi trasformare. Penso a forme di volontariato attorno a case-famiglia (qualora le stesse lo accettino), penso a forme di aiuto scolastico, ad affidamenti diurni che si possano anche trasformare in affidamenti a tempo pieno. E penso ad una maggior collaborazione tra servizi e associazioni di volontariato, laddove basterebbe che le associazioni sapessero quali sono i bisogni nel loro territorio per offrire più facilmente delle risorse. Ma la loro disponibilità cozza con quel riserbo di cui si parlava prima e che non c’entra con la privacy, visto che nessuno vuole nomi e cognomi dei bambini.

 

Il reperimento degli affidatari, avulso da qualsiasi contesto reale, è molto più difficile che in situazioni di vita. La mia associazione lavora con i bambini del nido del carcere: non ci sarebbe (e non c’è stato) nessun problema a trovare persone disposte a prendere in affidamento quei bambini, sia per la loro età (3 anni) sia perché conosciuti dai genitori dei loro compagni di asilo nido, sia perché seguiti dalle nostre volontarie. Un anno fa un bambino normalissimo che sembrava dovesse andare in affidamento (e invece restò con la mamma) aveva trovato ben tre famiglie aspiranti a tale compito.

 

E’ motivo di riflessione anche il fatto che, benché ci si lamenti sempre che mancano i genitori affidatari, poi ne rimangano molti in attesa di un bambino che non arriva o che impiega anni ad arrivare: i servizi spesso individuano una famiglia ideale per un certo minore e non prendono in considerazione le famiglie reali che attendono. Eppure gli stereotipi non pagano e nella associazione abbiamo visto affidamenti atipici andare molto bene (un ragazzo straniero di 16 anni affidato a un single maschio, due gemelli a una single che avrebbe potuto essere per età la loro nonna, una diciassettenne ad una famiglia con tre figli, tutti più piccoli di lei, ecc).

 

Altro motivo di riflessione è che gli affidamenti nel paese si sviluppino a macchia di leopardo: dove ci sono operatori che ci credono gli ostacoli sono superato, altrove pare che l’impresa sia impossibile.

 

In sintesi:

·        si devono poter fare degli studi per capire qual è la situazione reale dei minori fuori della famiglia nel nostro paese;

·        si devono monitorare gli stessi minori e dovrebbe essere giustificata ogni sei mesi la loro permanenza in struttura e la loro mancata collocazione in famiglia con relazioni lette dalla Procura della Repubblica e davvero convincenti;

·        si devono dare dei diritti agli affidatari: quello di attuazione certa dell’art. 44 in caso di adozione del bambino, specialmente se l’affido è stato molto lungo o si è prolungato più del previsto; quello di poter mantenere un rapporto, anche se solo amichevole o da zii, con il bambino con cui si ha avuto una relazione tanto importante, anche quando questi vada dai genitori biologici; quello di non dover subire le scelte educative dei servizi ma di poterle concordare insieme.

·        gli affidatari devono essere avvertiti in tempo per fare un ricorso qualora il tribunale di competenza ritenga di togliere loro i bambini per portarli in una casa famiglia a far “decantare gli affetti” prima di un’adozione o in altre situazioni. E’ ora di finirla con i bambini tolti ai genitori affidatari con “rapimenti” delle assistenti  sociali all’uscita della scuola. Se gli affidatari vincono il ricorso o dimostrano di essere le persone più adatte a tenere con sé un bambino dopo che questi è stato collocato da mesi in un’altra famiglia, come è già successo, a che serve? Rimane solo la beffa di una giustizia che a causa del suo funzionamento e dei suoi tempi diventa ingiusta.

 

Non laceriamo i nostri bambini!  

Quando si è incerti sul futuro del bimbo, quando non si sa se farlo rimanere con i genitori affidatari o metterlo in adozione presso altre persone, quando non si sa se ridarlo alla famiglia d’origine o lasciarlo in affidamento, si faccia quanto ancora una volta è previsto dalle leggi: si ascolti il bambino, lo si osservi nel suo ambiente naturale e si capirà ciò che insieme è giusto per lui e gli può dare affetti e stabilità di vita insieme.

I legami affettivi non possono essere “totali e a tempo” insieme. Le stoffe cucite punto dopo punto, con filo dello stesso colore della stoffa, con ago sottile e punti piccini, a mano, non si possono strappare di forza senza lacerare per sempre l’intero tessuto.

 

Carla Forcolin