Preziosi bambini stranieri
Dopo le vacanze natalizie tutte le attività sono
riprese, la Tv ci inonda di notizie sullo stato dell’economia del nostro paese,
tutto scorre veloce, eppure io vorrei riecheggiare il passaggio del discorso
del nostro presidente della Repubblica sui diritti dei bambini stranieri al
pieno inserimento nel nostro paese. E quindi alla cittadinanza italiana, pur data con
discernimento.
Siamo un popolo che si riproduce sempre meno, come
attestano i dati ISTAT del dicembre 2011. L’Italia tende a diventare sempre più
vecchia, gli unici che prolificano davvero sono gli immigrati. Poiché trasmettiamo sempre
meno i nostri geni, dovremmo almeno trasmettere alle nuove generazioni la
nostra cultura, perché essa è eccellente nel mondo e perché gli immigrati e i
loro figli desiderano acquisirla. Come un tempo da noi, per le classi meno
abbienti, il titolo di studio dei figli diventava un grande onore, così ora,
per chi nel nostro paese è arrivato per sopravvivere, lavorare, integrarsi, la
scuola è mezzo di promozione sociale.
Eppure diventa difficile per le madri straniere
iscrivere i loro figli nei pochi asili che ci sono, soprattutto se i problemi
della precarietà della casa e del lavoro impediscono loro di iscrivere i
bambini con il debito anticipo, nei debiti tempi.
Ma se gli asili e la scuola materna non vengono frequentati, i bambini stranieri arrivano alle
elementari già con una formazione di base ridotta e penalizzante rispetto ai
loro coetanei nati da genitori italiani, sia per avere acquisito una minore
proprietà di linguaggio, sia per il minor numero di esperienze che una famiglia
di immigrati può offrire ai propri figli.
In modo particolare, questo problema si riscontra
con i bambini i cui genitori escono dal carcere. Quasi sempre privi di documenti,
questi genitori non vogliono lasciare l’Italia, perché spesso ciò che li
attende nel loro paese è peggiore della clandestinità e della povertà da noi.
Rimangono facendo ogni tipo di lavoro, adattandosi ad ogni alloggio,
appoggiandosi ad amici e a parenti.
I loro bambini, che ovviamente non hanno nessuna
colpa, finiscono per esser privati della scuola per l’infanzia.
Se si facesse un controllo nei campi Rom, si
vedrebbe che sono ancora molti i bambini che evadono l’obbligo scolastico e che
non frequentano asili e scuole materne, anche se, proprio durante la carcerazione
dei genitori, andavano all’asilo con piacere e profitto. Oggi, anche quando si
segnalano ai Servizi Sociali di un paese o di una città dei bambini che non vengono mandati a scuola, non sempre la segnalazione ha un
seguito: troppe difficoltà scoraggiano anche gli assistenti sociali più volonterosi. I termini per l’iscrizione
scaduti, le difficoltà ad accompagnare i bambini a scuola se i genitori non
collaborano, il corredo scolastico che manca, sono difficoltà che si sommano e rendono
davvero oneroso il compito di mandare i bambini alla scuola materna o, prima,
all’asilo.
Eppure, i bambini hanno tutti il diritto
ad essere integrati nell’ambiente in cui vivono. Senza una base scolastica, che in questi casi
dovrebbe cominciare prestissimo, la loro integrazione sarà inevitabilmente
difficile.
Noi siamo miopi a non curare questi bimbi uno ad
uno e non solo perché cure ed educazione spettano ad
ogni essere umano. Tra pochi decenni, se l’andamento demografico nel nostro
paese non si invertirà, ci saranno due persone in età da pensione (più di 65
anni) per una persona “in servizio attivo”. Saranno proprio i bambini di oggi
(sempre meno italiani e sempre più stranieri) a doverci mantenere. E’ nel
nostro interesse anche economico e sociale dare loro formazione sicura,
diritti, piena integrazione, perché un domani lavorino e non delinquano. Perché
la nostra cultura e quanto di buono abbiamo prodotto ci sopravviva.
Tanto più siamo lontani dall’età dell’infanzia tanto più ne capiamo
Carla Forcolin