Tutela dei minori: limpidezza e risparmio insieme

 

Il numero dei minori fuori della famiglia in Italia continua a crescere. Alla data del convegno nazionale “Legami per crescere”, tenuto a Torino nel febbraio 2008, secondo il Centro Studi dell’Istituto degl’Innocenti (relazione del prof. Belotti) ammonta dai 33.000 ai 35.000. Il Piemonte, dove i bambini in affidamento erano 2645, mentre quelli in comunità erano 1154, è una mosca bianca. In pochissime regioni il numero dei bambini in affidamento familiare supera infatti il numero di quelli in comunità.

 

Il tutto quando mediamente un minore in comunità costa circa 76 euro al giorno a Comuni, ASL, Province.

 

Con una cifra con cui si pagherebbero pensioni di lusso, si fanno stare dei bambini (il 20% di essi ha meno di 6 anni) in luoghi dove non c’è un affetto personalizzato, l’unico ingrediente necessario per crescere bene. Questo significa che lo stato spende per alloggiare bambini a cui non cerca dei genitori più di 500 milioni di euro, una cifra da capogiro. La regione Veneto ne spendeva lo scorso anno, da sola, ad esempio, circa 24 milioni.

 

Alla domanda che viene spontanea sul perché di questa situazione, risponde in modo confuso e indiretto un altro fatto, sempre denunciato da chi compie ricerche in questo campo: è difficilissimo avere notizie sui minori chiusi nelle comunità e nelle case-famiglia e i dati ISTAT non coincidono con quelli del Centro Studi. Si sa al massimo quanti soldi vengono spesi per loro e dalle rette si risale al loro numero. Non si sa, invece, che cosa impedisca per ciascuno di loro:

 

-         il rientro nella famiglia d’origine, magari supportato da un affidamento diurno

-         un collocamento in affido famigliare in altra famiglia

-         l’adozione nel caso in cui i minori siano di fatto ormai da tempo senza contatto alcuno con la famiglia d’origine (un quarto dei minori in struttura è in questa situazione).

 

Pare che avere limpidezza circa questa situazione, anche in un territorio piccolo, un comune, sia impossibile. Pare che, chiedendo queste cose, si voglia controllare e criticare il lavoro degli assistenti sociali e delle direzioni delle comunità, pare che si voglia minare la privacy dei minori. Ci si arrocca dietro alla buona scusa per cui non ci sono famiglie disposte all’affidamento, mentre se solo si chiedesse alle associazioni di trovare una famiglia per dei bambini subito bisognosi della stessa, questo renderebbe il reperimento degli affidatari molto più facile (invece di chiedere una disponibilità generica per un bambino che si aspetterà per mesi e forse anni).

 

Ma la limpidezza in merito, anche quando la si finge, non c’è.

 

A chi giova tutto ciò? Non ai bambini senza genitori che li tengano a vivere con sé, non alla collettività che li mantiene con le famose tasse che tutti vogliono diminuire. Che sarà dei minori divenuti maggiorenni senza una famiglia? Li ritroveremo in carcere?

 

Ricordo lo slogan di Berlusconi “Adozioni facili”, propongo di cambiarlo con “Affidamenti attuati”. Naturalmente attuati e protetti, cioè senza strappi affettivi né rispetto alla famiglia d’origine né rispetto a quella affidataria. E’ difficile, ma se ci si prova veramente, con politici e amministratori che portino alla luce, attraverso gruppi di studio e ricerca, la situazione di ogni comunità e di ogni bambino, le cose possono cambiare.

 

Le famiglie affidatarie, disposte, in caso di affidamento che si prolunghi nel tempo oltre i limiti previsti inizialmente, a diventare famiglie adottive ci sono. Basterebbe formarle con la prospettiva di coprire il terreno incerto dei bambini già soli e probabilmente, nel futuro, adottabili, in seguito alla cruciale dichiarazione di adottabilità fatta dai tribunali. Bambini nel presente già senza famiglia. Bambini che crescono istituzionalizzati, con enorme danno per se stessi e costo pesante per l’intera comunità.

 

Esistono già le adozioni a rischio giuridico, in realtà affidamenti dove si prende un bambino senza la certezza assoluta di poterlo adottare.

 

Se si introducesse la categoria degli affidamenti a rischio-adozione, situazioni simili alle precedenti, dove però il rischio di non adottare è più grande, scegliendo e formando coppie disposte sia a tenere i bambini per la vita sia a lasciarli tornare nella famiglia d’origine, molti altri bambini troverebbero una casa più stabile e si risparmierebbe molto denaro pubblico.

 

Venezia, 24 febbraio 2008. Aggiornato al 20 giugno 2009

  

Carla Forcolin