DAL MIO PUNTO DI
VISTA di padre affidatario
I
papà sono sempre un po' defilati, lasciano alle mamme i pochi onori e i molti oneri della
gestione familiare. Lo sono ancor di più se la loro famiglia vive situazioni un
po' fuori dal normale, così come succede ed è successo
a noi, famiglia affidataria. Chi, se non la mamma/moglie, si fa carico della
concretezza della quotidianità, ci dà forza quando le
cose non girano, chi si sbatte a destra e a manca per trovare soluzioni a
questioni complicate che lasciano basiti
i mariti?
Eppure
noi ci siamo, io ci sono. Penso a B la mia bambina, che mia non era. Alla prima volta che l’ho vista, quando aveva
solo 18 giorni e all’ultima volta, quando eravamo tutti preoccupatissimi per il
suo futuro; penso al suo primo giorno di scuola e al cuore disegnato per mia moglie e per me, con
dentro la scritta “sarete sempre nel mio cuore”…
Penso
agli anni passati a soppesare le parole, a mordere il freno per non urtare la
“suscettibilità” di chi si arroga il diritto di essere più “titolato” di me a
fare il padre di B solo perché ne ha sposato la madre.
Ma
ora non ce la faccio più. Penso alla bambina e mi viene da dire “Vi prego,
abbiate pietà di lei”: lo dico al Giudice, che deve applicare la legge dei libri e non dare peso
agli affetti costituitisi negli anni, lo dico ai Servizi Sociali che troppo
spesso non hanno il coraggio di assumersi la responsabilità di scelte difficili,
lo dico alla nuova famiglia di B, perché si renda conto che la sofferenza della bambina non ha prezzo. Temo
che il grande dispendio di energie fisiche, mentali ed economiche che il marito
della madre naturale di B. ha messo in campo abbia soprattutto il significato di
una forma di rivalsa sociale. E’ stato dall’arrivo di quest’ uomo
nella vita della madre, che la stessa ha cambiato atteggiamento verso di noi e,
invece di continuare a considerarci degli amici, ha cominciato a vederci come
persone che volevano privarla dell’affetto della bambina. Lei purtroppo ha fatto proprio il sentimento di lui,
forse per conquistarsene l’affetto.
Questo
signore sembra trovarsi bene nel ruolo del “salvatore”, l'eroe che ha strappato B
dalle mani di una famiglia che voleva rubare una figlia a sua madre. Rimasto orfano in tenera età, ha forse creduto
di riunire una “povera bambina” alla madre, come se i sentimenti della bambina
e le relazioni dei servizi sociali, che indicavano nella riunione con la madre
più un pericolo che una vittoria, non contassero per
nulla.
I
bimbi non hanno bisogno di padroni che li considerino
alla stregua di oggetti da possedere o manovrare: hanno bisogno di un papà e di
una mamma che li accolgano e li amino,
che sappiano a volte sacrificarsi
per il loro bene. Le forme dell’amore cambiano, ma la sostanza è sempre la
stessa: volere il bene di un’altra persona significa anche rispettarne i
sentimenti e la volontà. B preferiva me a lui e lui non può dire né di esserne
il padre biologico né di esserle stato accanto tutta
la vita, come invece posso dire io. I
genitori sono coloro che mettono al mondo i figli (io ne ho due di biologici) e
li crescono.
Se
chi dà loro la vita e chi li cresce sono persone diverse per lungo tempo,
quando il genitore biologico diventa anche capace di educare, perché il suo
primo atto dev’essere fare piazza pulita di ciò che c’è stato in sua
“assenza”? C’è una logica
comprensibile, anche se non sempre condivisibile nell’essere
forzati a tornare dalla madre naturale, ma sembra che il padre non conti
niente. Io c’ero per B e un uomo che ha svolto il ruolo paterno per otto anni,
con un intenso scambio d’affetti, non è così intercambiabile come il Tribunale
sembra pensare.
Per
legge (visto che il Tribunale non ha tolto la potestà genitoriale alla madre nemmeno quando aveva di fatto abbandonato la figlia da
neonata e visto che la madre in questi otto anni ha stabilizzato la sua vita,
sposandosi di nuovo) B appartiene alla madre.
Ma non appartiene a suo marito, il regista occulto di tutta questa
vicenda, a colui che vorrebbe “buttare via” otto anni di relazione tra me e la
bambina.
In
qualsiasi modo vadano le cose, io e mia moglie abbiamo diritto, dal punto di
vista umano, di frequentare la bambina che abbiamo cresciuto e lei ha il
diritto di scegliere con chi vuole stare. B non si merita tutta la sofferenza
che il dover cambiare famiglia le ha provocato. Si merita un futuro che non le faccia perdere le sue certezze, un futuro dove siano
presenti anche la mamma e il papà, che le erano accanto quando piangeva da
piccola, i nonni e zii, che la prediligevano, i fratelli e gli amici di sempre,
il suo cane e i suoi giochi.
Non
mi dica che tanto B si abituerà alla nostra mancanza e
a vivere con dei genitori che non voleva
accettare: le ripercussioni che ci saranno sulla sua anima saranno fonte di
inimmaginabile dolore. Come reagirà a quel dolore? Forse “dimenticando”
l’infanzia con noi e adattandosi
a ciò che la mamma e il “nuovo papà” hanno deciso per lei. Forse arrabbiandosi con
noi che non l’abbiamo saputa tenere vicino. Spero che almeno sia
aiutata, che qualcuno le spieghi la verità, e la ascolti. Spero che le
autorità, che hanno sbagliato nel trascinare la sua vicenda così a lungo,
abbiano la capacità di rimediare ai loro errori e vogliano fare davvero il suo
“superiore interesse”, permettendole di vivere dove sta meglio e di riunificare
tutti i sui affetti senza forzature.