M o v i m e n t o di C o o p e r a z i o n
e E d u c a t i v a
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“CARA SCUOLA TI SCRIVO…”
Perché scrivere alla scuola e non alle scuole?
Cominciamo da qui, e ci sembra una buona domanda. Uno degli effetti perversi, certamente voluti, della politica scolastica di questo governo è quello di infrangere il carattere unitario del sistema-Scuola (analogamente a quello che fa con il sistema-Paese) trasformandolo in un assetto a geometria variabile.
Noi vogliamo, ostinatamente, pensare e rivolgerci alla scuola come ad una forma istituzionale che risponde al dettato della Costituzione, e alle tante scuole che lo avverano: una pluralità di contesti, di storie che si modulano per rendere vivo e realizzabile l’articolo 3, comma 2 (n.d.r. per smemorati totali o parziali: E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che , limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…)
Nella scuola cui ci rivolgiamo non ci sono “azionisti di maggioranza”: non è un’azienda (come da almeno un decennio si tenta di farla diventare), ma un luogo di costruzione sociale di saperi e competenze, di pratiche che fanno democrazia, di soggetti che nell’intreccio di generazioni, funzioni e responsabilità cooperano per quella particolare impresa senza fini di lucro che si chiama educazione. Per produrre il bene immateriale più concreto che c’è: la conoscenza. Per costruire le condizioni del pensiero oggi più necessario: il pensiero critico.
Parliamo alla scuola dei bambini, degli adolescenti, dei ragazzi in carne e ossa titolari di diritti; alla scuola dei genitori in quanto interlocutori chiamati alla corresponsabilità dell’impresa educativa; alla scuola degli operatori che nelle distinte collocazioni e responsabilità innervano il suo tessuto dei diversi linguaggi e culture professionali.
Rigettiamo la logica di chi vorrebbe trasformare la nostra scuola in un terreno di confronto tra genitori portatori di interessi privati impegnati in una lotta darwiniana con l’istituzione, dirigenti scolastici misurati dalla loro abilità a far passare le parole d’ordine del governo di turno, docenti che si vorrebbero trasformati in professionisti della prestazione didattica individuale come fossero solisti, meglio se in diretta concorrenza.
Vediamo che quell’idea di scuola è, in definitiva, il vero anche se non unico bersaglio delle politiche di governo, essendo il suo smantellamento l’obiettivo vero, cui sono indirizzati provvedimenti e manovre ispirate all’unico criterio del taglio e dell’abbassamento di qualità.
Pensiamo alla scuola e insieme cogliamo i segnali di disagio, di grave difficoltà che arrivano dalle scuole reali, in questo anno avviato e destinato, nelle intenzioni dell’Esecutivo, a “perfezionare” i processi innescati nell’anno precedente (ma in realtà da far risalire alla Moratti).
· Nelle scuole elementari, al di là delle soluzioni organizzative trovate nelle singole realtà, al di là degli assetti orari assicurati con l’intento di corrispondere il più possibile alle richieste dei genitori, emerge un dato generalizzato: lo smantellamento del tempo scuola come dispositivo di un modello didattico, sia delle classi a modulo sia di quelle a Tempo pieno. Va detto con chiarezza: il maestro prevalente, qualunque sia la soluzione oraria pur ispirata a criteri di buon senso e riduzione del danno, va in quella direzione.
· Nelle scuole medie, l’intervento sull’articolazione oraria delle discipline ha sancito la frammentazione e la parcellizzazione che sono sempre state l’insidia del modello didattico di questo importante snodo dell’istruzione; l’eliminazione delle ore di completamento della cattedra per alcuni insegnamenti, da sempre utilizzate anche per attività di individualizzazione volte al recupero e al sostegno delle fasce scolari più fragili, è un’ eloquente spia della logica puramente economicista e dell’attacco alla scuola inclusiva che vediamo ispirare le scelte di governo.
· Le scuole superiori vivono ormai da anni nel clima di riforme annunciate, di provvedimenti congelati, di incertezza istituzionale che colpiscono soprattutto gli istituti tecnici e professionali, proprio quelli cui si indirizzano gli studenti in situazioni socio-familiari più fragili e con percorsi scolastici accidentati. Ancora una volta, gli studenti in uscita dalla scuola media rischiano di dover fare una scelta “al buio”, in tempi sfasati rispetto all’iter legislativo della “riforma” che proprio in queste settimane sta prendendo corpo nei Regolamenti.
L’elenco dei problemi è lungo, e di sicuro questo è incompleto… Perché farlo?
Per dire che è importante nominarli, costruire consapevolezza nelle scuole, scuotere noi tutti che abbiamo a cuore la scuola da un’insidia anzitutto: la normalizzazione.
Il rischio di stemperare le asprezze dei problemi nella routine della gestione, di trasformare un’indignazione condivisa e matrice potenziale di azioni organizzate in una frustrazione da elaborare privatamente, nel recinto della singola scuola, della singola classe. E’ proprio questo che si vorrebbe, e proprio per questo non deve succedere.
Temiamo inoltre un rischio che incombe sull’intero Paese: la balcanizzazione della scuola e dei territori comuni, degli spazi pubblici, laddove si crea senso di appartennza e solidarietà,. dove vivono la cittadinanza e la Costituzione . Un rischio che si fa sempre più presente nella misura in cui la democrazia viene intesa sempre più come come “premio di maggioranza”, dato ad una sola parte, quella uscita vincente dalle urne. Certo la Democrazia è una maggioranza che ha il diritto di governare il sistema, che tuttavia sappia onorare il dovere di non alterare continuamente le regole, lasciando intatti i diritti degli altri, della minoranza… di tutti.
E una scuola è democratica quando si fa capace di accogliere le diversità, di proporsi come un gioco di apprendimento aperto a tutti. Un bene comune come la Scuola, in un clima balcanizzato (attraversato da lobbies, da faide e ronde senza regole e valori comuni) sarà la prima a cedere, ad finire distrutta per voler essere egemonizzata e conquistata da una sola parte…
Vogliamo parlare alla scuola che ci sta a cuore per individuare insieme gli antidoti alla normalizzazione.
Dal nostro punto di vista, ne vediamo alcuni (forse più con lo sguardo della speranza che del realismo un po’ cinico):
- un forte rilancio della collegialità nelle scuole;
- una presa in carico dell’autonomia scolastica in tutti gli spazi normativi che per fortuna ancora restano;
- una tenuta dell’iniziativa comune, anche nelle forme di visibilità possibili.
Ma questo vale soprattutto per l’emergenza.
Per una strategia che guardi in prospettiva, sono altrettanto importanti almeno due condizioni che chiamano in causa variabili di contesto più complesse:
· la riappropriazione di un “pensiero sulla scuola” da parte dei suoi operatori ( pratiche di ricerca e sperimentazione sul campo, formazione e autoformazione in collaborazione con l’associazionismo, con un più diffuso utilizzo degli strumenti cartacei e informatici volti all’elaborazione culturale e pedagogica);
· infine, non ultimo, il richiamo forte ad una “questione scuola” ricollocata davvero al centro delle politiche culturali e sociali e dei programmi politici.

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