Carcerati innocenti, carcerati bambini
Mentre
si parla di indulto, di carcerati qualsiasi e di
carcerati eccellenti, spendo una parola per i carcerati innocenti. Non quelli per cui si è sbagliato nel giudicare, quelli innocenti
perché incapaci di commettere reati: i bambini.
Sono
circa una sessantina in Italia, ma il loro numero nei periodi festivi, ad
esempio a Natale, si ingrossa, sono figli di donne
straniere o zingare, che non possono essere poste agli arresti domiciliari
perché non hanno famiglia o domicilio. Sono figli di madri che talora vengono considerate evase perché, durante un permesso,
rientrano tardi, non avendo e non sapendo leggere un orologio. Sono figli di analfabete che sono cresciute parlando dialetti che solo
comunità piccole o lontane conoscono, di cui la maggior parte di noi non ha mai
sentito parlare.
La legge Finocchiaro ha già previsto per le mamme con figli
inferiori ai tre anni forme di detenzione che evitino
ai bambini l’essere rinchiusi, ma non è applicabile proprio per la mancanza di
un fisso domicilio e di una famiglia di riferimento per la madre. Donne
italiane con figli al seguito, infatti, nelle carceri non ci sono.
E’
evidente che se non si curano in modo particolare quelle situazioni di miseria,
di cui le carcerate straniere con figli sono portatrici, non sarà mai possibile
recuperare della gente che delinque perché non ha quasi nessun’altra
possibilità di sopravvivere.
Visto che
si parla di riforme strutturali da affiancare a questo
indulto, passato anche per opportunità politiche quanto meno discutibili, si pensi
a inserire in case famiglia costruite appositamente mamme e bambini al di sotto
dei tre anni. Senza strutture simili la legge Finocchiaro, che tenta di affrontare il problema con
attenzione ai bambini, serve a poco.
Naturalmente
le strutture non bastano: bisogna intervenire sul piano educativo e formativo
con mano ferma. Proprio in carcere, si permette alle mamme di scegliere di fare
talora il male dei loro bambini: i piccoli possono essere privati di qualsiasi
forma di regolarità di vita, di cibo adeguato, della
possibilità di frequentare l’asilo nido, di usufruire di cure mediche, se le
stesse non sono di facile somministrazione (pensiamo alle cure dentistiche). Il
rispetto per il ruolo materno e per le diverse culture diventa tolleranza
eccessiva per qualsiasi modalità di comportamento (bambini sporchi, con abiti
che vengono spesso gettati via dopo l’uso, ecc.).
Non sono
solo le porte blindate a costituire il carcere.
(Nel film “La vita è bella”, Benigni, grande
educatore, ce lo fa capire. Perfino in un lager, egli ci dice, si può trovare
il modo per sostenere un bambino.)
Il
carcere in questi casi è costituito soprattutto dal dolore che impregna le
persone, che viene trasmesso di madre in figlio e che
porta all’incapacità di prendere tra le mani il proprio destino, magari
imparando un mestiere.
Allora la
spirale va interrotta: le donne, spesso giovani, devono avere degli obblighi
(come quello di imparare a leggere e scrivere) e degli orari da rispettare. Pur
bloccate dalla strisciante depressione, devono fare delle cose che ne sblocchino l’apatia e finiscano per migliorarne l’umore. Il
carcere deve davvero rieducare, almeno nel senso di dare gli strumenti per
inserirsi nel mondo esterno.
Propongo
che le madri non possano più rifiutare di accettare proposte che vadano in tal
senso, perché danneggerebbero i figli. I modi per giungere a tutto ciò vanno studiati e applicati con ferma gentilezza, ma non si
può ignorare il problema.
Ci
vogliono case famiglia al posto dei nidi del carcere, dove ci siano regole
sensate e rispettate, dove ogni madre abbia un
sostegno (anche costituito da volontari), dove si mettano le basi per rendere i
bambini scolarizzabili, dalle quali si esca senza
tornare ad essere schiave di qualche capo-clan, del marito violento, dello
sfruttatore di turno.
Case-famiglia dove i bambini crescano giocando e sorridendo tra figure positive.
Non
mancano nei nidi delle carceri le iniziative da parte del mondo del
volontariato, favorite dalla direzione, non mancano agenti umani e comprensivi, educatrici intelligenti e aperte. Queste
persone potrebbero essere utilizzate in strutture più
adeguate alla presenza dei bambini.
Ma
bisogna avere il coraggio e la forza di fare dei regolamenti e farli
rispettare, di opporsi a chi da “fuori” pone il divieto a mandare i bambini
all’asilo nido, a chi non vuole che le donne imparino a leggere e si
emancipino. Lo stato dichiara che anche ora, con l’indulto, non fa un atto di
debolezza, ma di clemenza. Dimostri di sapersi opporre, nel quotidiano, ai violenti
e agli sfruttatori che stanno dietro alle donne carcerate e ai loro bambini.
Senza forza e convinzione non si protegge nessuno, né il cittadino qualsiasi
che si vede rubare la borsetta, né il bambino carcerato.
Al
compimento del terzo anno i bambini escono dal carcere. Se hanno famigliari
fuori vanno da loro, se non li hanno spesso vengono
posti in comunità. E’ invece quanto mai opportuno che, anziché in comunità,
questi bambini vengano posti in affidamento presso
famiglie dove vedano scorrere la vita normalmente, dove possano giocare ad
aprire le porte, dove possano assorbire modelli di comportamento socialmente
accettabili.
Esiste la
legge 149/01: stabilisce che quando un bambino è momentaneamente privato della
propria famiglia ha diritto ad una famiglia
alternativa, possibilmente con altri bambini o costituita da una coppia o da
una sola persona. Solo dopo si devono considerare le comunità. Anche in questo caso, la legge va rispettata.
E’ tempo
di riforme strutturali, non solo di indulti: case
famiglia predisposte per le mamme carcerate, regolamenti precisi da seguirsi
obbligatoriamente (obbligo ad esempio di frequentare una scuola e di imparare
un mestiere, obbligo di curare lo stato di salute, la pulizia personale,
l’alimentazione dei bambini), inserimento dei bambini che raggiungono i tre
anni in famiglia, protezione da parte dei servizi delle mamme e dei bambini una
volta usciti.
E’
difficilissimo, ma ci si può almeno provare.
Carla Forcolin