Integrazione
degli alunni stranieri
quando
la soluzione diventa parte del problema
sulla nota MIUR “Indicazioni e raccomandazioni per
l’integrazione di alunni con cittadinanza non italiana”.
Dal documento emergono elementi che sollecitano alla massima attenzione chi, come noi, ha a cuore la funzione inclusiva della scuola e assume la responsabilità educativa come strategia di contrasto di ogni uso discriminatorio delle regole, vecchie e nuove. Come insegnanti, mediatori linguistici, educatori ed educatrici guardiamo con preoccupazione alle semplificazioni, proprio per la complessità della funzione con cui siamo quotidianamente in contatto. La scuola, essendo parte del territorio, deve anche rispondere alle dinamiche abitative dei flussi migratori, così ci sono scuole che chiuderebbero visto che il tetto è oggi ampiamente sforato. Vogliamo tuttavia segnalare altri nodi di criticità a nostro avviso emergenti.
1. l’uso della categoria “straniero” che come ogni
astrazione accomuna in un unico campo di significato storie culturali,
biografie e condizioni giuridiche diversificate. Questo soprattutto in un Paese
in cui i flussi migratori si sono fortemente diversificati nel tempo e nello
spazio.
2. La conseguente predisposizione di
percorsi differenziati e dunque discriminati di accesso al diritto di istruzione. Si badi bene che le indicazioni
non attengono prioritariamente all’accoglienza (come affermato in apertura
della comunicazione), ma all’iscrizione come atto essenziale all’accesso.
3. Il tetto
del 30%, fatto valere sul numero degli iscritti e non come indicazione di
massima per la formazione delle classi
segna un limite all’esigibilità del
diritto che sembra a noi, una violazione
dei principi costituzionali.
4. La gestione dei limiti numerici
indicati, anche per le eventuali deroghe verso l’innalzamento o l’abbassamento,
affidata agli organi dell’Amministrazione (Ufficio Scolastico Regionale) agisce
in modo improprio e deterministico sull’autonomia
delle istituzioni scolastiche, costituzionalmente sancita, cui viene sottratto
l’ambito decisionale correlato alle sue finalità e alla sua natura.
Motivi di perplessità altrettanto sostanziali
ci suscitano indicazioni di carattere didattico e organizzativo che sembrano
andare in direzioni diverse dall’obiettivo, pur dichiarato, dell’integrazione,
con motivazioni pedagogicamente assai discutibili. Di fondo, c’è un’idea di integrazione a senso unico. Solo così si spiega l’ipotesi di separare il processo di integrazione da quello di apprendimento, facendo del
secondo una sorta di percorso propedeutico al primo.
La nostra idea di scuola e di conoscenza, oltre che la quotidiana
esperienza di insegnanti, ci fa ritenere che l’apprendimento è tanto più
solido, generativo e formativo quanto più avviene in contesti di socialità
ricchi e articolati, vicini al mondo del vissuto. Questo vale per ogni ambito
di conoscenza e più che mai per la conoscenza della lingua, che trae motivazione
ed efficacia dalla qualità di interazione nella comunità dei parlanti.
Da questo punto di vista, sono fuorvianti due indicazioni contenute nel
testo: la possibilità di assegnare l’alunno ad una classe inferiore a quella corrispondente
alla sua età anagrafica (con le conseguenze che ognuno può immaginare dal punto
di vista affettivo-relazionale e cognitivo) e la previsione di classi di inserimento finalizzate
all’acquisizione di competenze linguistiche. Soluzioni che confermano le
diversità, più che rimuoverle.
In definitiva, non siamo per ignorare l’ordine dei problemi che i
provvedimenti tentano di affrontare, in particolare l’esigenza di approntare interventi di sistema che evitino
soluzioni localistiche con effetti ancora una volta discriminatori. Ma
osserviamo che le indicazioni sono inadeguate a rispondere a questa esigenza,
oltre che rischiose negli effetti che innescano.
Un primo concreto passo in questa prospettiva dovrebbe essere la
predisposizione di azioni perequative
che vedano impegnati Stato ed Enti Locali, nel quadro delle rispettive
competenze disegnato dal rinnovato Titolo V° della Costituzione. E’ di tutta
evidenza che questa condizione è incompatibile con la politica dei tagli che si
è abbattuta sulla scuola: l’integrazione scolastica, e in generale la qualità
dell’istruzione, non si fa con le petizioni di principio ma con risorse
adeguate per sostenere la progettualità didattica e le professionalità presenti
nelle scuole.
Serve un cambio di passo nelle
politiche scolastiche di integrazione.
La convivenza tra soggetti di diverse culture nelle nostre classi è oggi una
condizione permanente di fronte
alla quale nel nostro Paese si oscilla
tra l’illusione di assimilare la diversità attraverso processi di
inculturazione capaci di annullare la pluralità delle identità , e l’illusione di espellere tutti i diversi.
Noi, educatori del Movimento di Cooperazione
Educativa vorremmo seriamente seminare
un fertile dubbio:
Siamo
sicuri che i minori stranieri presenti
a scuola siano un danno da
limitare anziché una grande risorsa per il futuro? E’ ancora pensabile oggi e nel futuro dei nostri ragazzi una
cittadinanza intesa come un’identità
unica, nazionale, fatta di lingua, religione, abitudini sociali? Non è
la nostra scuola che deve preparare i
cittadini del futuro a con-vivere con
identità plurali, con gruppi e
appartenenze diverse?
Chi formerà nei ragazzi la capacità di tenere
compresenti i diversi mondi di cui
ciascuno di loro è parte attiva, le
diverse identità (locali e globali; interpersonali,- regionali e planetarie) .
PER CAMBIARE LE RISPOSTE, OCCORRE CAMBIARE LE
DOMANDE. COMINCIAMO A CAMBIARE IL NOSTRO
PUNTO DI VISTA, E IL PROBLEMA TROVERÀ ALTRE SOLUZIONI
Gennaio 2010
La segreteria
nazionale
Movimento di
Cooperazione Educativa