SULL’ALLONTANAMENTO DI MATHIAS
Daniela
Assembri
Durante le
feste di Natale del 2005, sono passata dagli uffici dei Servizi sociali del
Comune della mia città ed ho chiesto se c’era un bambino che avesse bisogno del
calore di una casa, per Natale. Avevo già avuto due esperienze di affido e in
quegli uffici mi conoscevano. L’assistente sociale mi ha subito proposto un
bambino nato da pochi giorni ed ancora ricoverato nel reparto maternità
dell’ospedale. La giovane famiglia aveva dei problemi. Ho detto di sì con
entusiasmo. Mi avrebbero fatto sapere.
A
metà gennaio 2006 mi confermano l’affido. E così due operatrici
dell’Ufficio minori mi portano a casa Mathias, avvolto in una copertina; mi
danno alcuni ragguagli sul latte e sugli incontri da fare con i genitori e se
ne vanno.
Inizia la
nostra vita a due, io e lui… Io sono single. Per fortuna il genitore
affidatario ha gli stessi diritti di quello naturale o adottivo, per cui ho
potuto usufruire delle assenze per maternità, per malattia del bambino, per
allattamento. Ho anche usufruito degli assegni familiari e delle
detrazioni fiscali per il minore.
Qui faccio un
inciso. Alla luce di quello che è successo dopo, mi chiedo: se
il mondo del lavoro, il mondo economico, in particolare i datori di lavoro,
hanno ben recepito l’obbligo di concedere i benefici della maternità ad un
affidatario (che ne può usufruire dal momento in cui il bimbo entra in
famiglia), per quale motivo presso il Tribunale dei Minori, dove la sensibilità
al riguardo è maggiore, si stenta così tanto a riconoscere la figura
dell’affidatario?
I primi mesi
del bambino sono stati molto duri per me, perché lui dormiva pochissimo. Voleva
solo stare in braccio ed essere cullato. Io avevo pochissima autonomia e non
riuscivo a riposarmi. Ha cominciato ad essere più tranquillo e gioioso dopo
quattro mesi.
Quattro
giorni alla settimana, di mattina, alle 10 circa, lo portavo presso un luogo
neutro del Comune, per l’appuntamento con i genitori (che dovevo stare attenta a
non incontrare) e con una educatrice. L’incontro durava circa un’ora.
Si sono
svolti circa 250 incontri. Poi sono stati sospesi. Il bambino, all’improvviso,
non ha più visto i suoi genitori, che lui, ovviamente, chiamava mamma e
papà, e con cui giocava. Cosa avrà sentito? Aveva 18 mesi, troppo presto
per esprimersi chiaramente. Non ho potuto chiedere alle assistenti sociali cosa
stesse succedendo, so che avrei avuto risposte evasive e facce imbarazzate. Il
mio rapporto con
loro implicitamente prevedeva una mia totale autonomia con il bambino, a patto
che non le cercassi e non chiedessi niente sul futuro di Mathias.
Alla luce di
quello che è successo, alla luce del dolore che la situazione ha provocato
al bambino, il mio stare da parte, il mio non chiedere, il mio fidarmi
dell’operato dei dipendenti dell’ufficio dei Servizi sociali, mi ha fatto
sentire complice inconsapevole. Per questo ora voglio lottare, per non essere
sempre complice inconsapevole.
Fino a che la
patria potestà è stata dei genitori naturali, io sono stata, per le
assistenti sociali, una donna forte, saggia, affidabile, simpatica, amica.
Quando ero a casa in aspettativa per maternità e lo portavo al luogo
neutro, gli educatori che incontravo mi facevano sempre i complimenti per come
lo crescevo, anche se, per controbilanciare, non mancavano di dirmi che
il cuore del bimbo batteva e batterà sempre per la sua vera mamma. “Lui”,
dicevano, “ha sentito il battito del cuore materno, questo lo segna per tutta
la vita, il bimbo tende sempre verso di lei, in modo naturale. Tra i due si
crea un legame indistruttibile.” (!?!) Come sia avvenuto il cambio di
rotta, che ha portato all’adozione, è molto difficile dirlo. Ho alcune
perplessità in merito. Ma io non sono mai stata ascoltata da nessuno, e le mie
perplessità non le ho potute spiegare.
La mia vita
con Mathias è stata all’ombra dell’incertezza.
Esempio di
incertezza vissuta nel 2006 (il 2007 è stata peggio). Questo mi dicevano
le assistenti sociali:
● Gennaio 2006: “il bimbo
resta con te un mese. Il tempo di definire alcune cose con la famiglia”.
● Marzo: “resterà ancora un altro mese o
due. Perché c’è bisogno di tenere d’occhio i genitori”.
● Maggio: “entro giugno il bimbo si sistema
perché altrimenti arriviamo a luglio, ed il Tribunale, nei mesi estivi, non
emette decisioni”.
● Luglio: “tutto slitta a settembre
perché ormai il Tribunale ‘chiude’, ma a settembre Mathias sarà uno dei primi
casi”. – Nel frattempo dovevo decidere: gli compro già il lettino o basterà
la carrozzina? E il box? E il girello? E un seggiolino più grande per l’auto? E
un nuovo passeggino? E le vacanze? E il mio ritorno al lavoro dopo la
maternità? E l’eventuale iscrizione all’asilo? E il rinnovo della tessera
sanitaria provvisoria? RISPOSTE: “non sappiamo, ma tu sei in gamba, te la
caverai comunque”. –
● Ottobre: “non si sa come mai non arriva
la decisione del Tribunale. Ma è certo che: o ritorna nella sua famiglia
d’origine o va in adozione”.
● Novembre: “prima di dicembre il Tribunale
è obbligato a decidere”.
● Feste di Natale 2006: “ormai il
Tribunale ritorna in attività a gennaio, ci sentiamo nell’anno nuovo”.
ecc…ecc… La
motivazione era sempre la stessa, ma cosa realmente succedesse io non potevo
saperlo.
Come dare
stabilità al bambino che viveva una situazione così precaria? La mia
soluzione è stata questa: sapere, dentro di me, che non lo avrei mai
abbandonato, che la mia casa sarebbe comunque sempre stata anche la sua e che io
ci sarei sempre stata per lui. Sentire dentro di me tutto questo non era
così scontato, perché gli operatori dei servizi sociali, con le loro
incertezze, e nel 2008 anche con il loro agire irrispettoso, mi mettevano molto
alla prova. Ero tentata di bloccare i loro comportamenti, ma la loro sicurezza
derivava dal sapere che il mio affetto per il bambino non mi permetteva di
spazientirmi o lamentarmi della situazione.
Le assistenti
sociali non sono mai venute a casa mia, non hanno mai visto l’ambiente di Mathias,
il suo gatto, i suoi giochi, le persone che mi hanno aiutato ad allevarlo (in
particolare mio fratello) o che lo hanno tenuto con tanta attenzione e affetto
(i miei cari amici).
A novembre
2007, l’assistente sociale mi comunica che un giudice del Tribunale dei Minori
mi chiamerà in udienza, per parlare del bambino, delle sue abitudini e del
suo carattere, forse al fine di una possibile adozione e per capire quali
genitori adottivi sono giusti per lui. Solo molto più tardi
saprò che quello doveva essere un incontro previsto per legge, in cui io
dovevo esprimermi in merito all’adozione, altro che dare notizie su cosa
mangia il bambino!
In fondo
tutti hanno usato piccoli e grandi accorgimenti per farmi sentire l’anello
debole della catena, ma la realtà è che ero l’anello forte nella vita
di Mathias. Hanno fatto di tutto per stroncare questo fatto, mentre loro stessi
hanno contribuito a che fosse così.
Comunque, nei
sentimenti, non succede che i rapporti ci sono o non ci sono in base a come
viene conclusa una pratica. Mathias è un numero per le assistenti sociali.
Mentre per il Tribunale è un regalo da consegnare a una famiglia in
attesa. Lui va, inconsapevole, dove lo sbattono, con la sua valigina sempre
vuota.
A fine 2007
il Tribunale dei Minori decreta lo stato di adottabilità di Mathias. Da
quel momento le assistenti sociali cambiano atteggiamento verso di me. Non si
sono più rese reperibili, niente numeri di cellulari, non mi hanno richiamato
quando ho lasciato detto di farlo, non hanno reso visibili i numeri del loro
telefono quando mi hanno comunicato qualcosa. Sembrava che per loro non dovessi
più esistere. Prima ero una donna forte e coraggiosa, dopo…. una persona da cui
prendere le distanze.
A seguito
della decisione del Tribunale dei Minori, la responsabile degli affidi mi
comunica che il bimbo andrà in adozione, e che io incontrerò una
psicologa del Comune. Ho immaginato fosse per conoscere, e poi preparare, il
bambino.
L’incontro
con la psicologa, per me che avevo tanto da fare, fra lavoro, casa e
bambino, è simpatico ma dispersivo. Lei è molto giovane, i suoi
dialoghi e i suoi consigli sono molto semplici, quasi ovvi, e per questo poco
interessanti ai miei occhi. Solo molto più tardi saprò che questi colloqui sono
stati usati per formulare relazioni di fine affido, inviate al Tribunale dei
Minori. In queste relazioni (di cui sono venuta a conoscenza molti mesi dopo)
ero presentata come una persona non adatta a Mathias. Non adatta perché troppo
legata a lui (“troppo” è facile da dire, difficile da smentire). Inoltre ansiosa,
perché chiedevo del futuro. E anche, non avendo frequentato corsi,
probabilmente poco esperta (poco esperta: dopo 2 anni di pappe, pannolini,
primi sorrisi, primi dentini, svezzamento, primi passi, cadute, coccole,
malattie dell’infanzia, prime parole, sonni beati, bagnetti, asilo, amici,
corse, feste, giochi e amore, una vita normale… poco esperta).
Dopo quel
primo incontro la psicologa vuole rivedermi. Ci vediamo quattro o cinque volte,
parliamo di niente, cerco di essere simpatica pensando al bambino. Forse è
meglio non lamentarsi, subodoro che c’è qualcosa che non va. La psicologa vuole
sapere di me, ma quando le chiedo se sa qualcosa di Mathias mi dice che lei è
solo la psicologa, non lo conosce e non sa del suo futuro. Le chiedo, visto che
è nel ramo, se ha esperienza di come avviene il passaggio dalla famiglia
affidataria a quella adottiva. Mi dice che di solito la famiglia affidataria fa
conoscenza con quella adottiva e la incontra alcune volte per far abituare il
bambino. Poi, se l’affidatario regge la difficile situazione, può chiedere alla
famiglia adottiva di risentirla ed insieme accordarsi su quando vedere il
bambino. Di solito a Natale e a Pasqua, oppure più spesso. E mi chiede: “Ma lei
se la sente di fare tutto questo?” “Come posso non sentirmela, certo che sì.”
Un giorno di
fine gennaio 2008, mi telefona un’assistente sociale tornata da poco dalla
maternità (che l’abbia resa più insensibile?). Mi dice che deve venire a casa
mia un’educatrice al fine di far credere al bambino che è una mia amica, così
lui si fiderà di lei quando inizieranno gli incontri con la famiglia adottiva.
Colgo l’occasione per chiederle quanto dureranno questi incontri, ma lei non lo
sa. Le pare di ricordare che per una bimba di cinque anni sono durati un mese.
Ovviamente continuo a credere di poter conoscere i genitori ed essere presente
agli incontri: io sono la persona più importante per lui, chi, se non io, può
condurlo verso di loro senza scossoni? Povera illusa. Povero dolce,
inconsapevole Mathias. In quei giorni lo osservo mentre gira per casa con la
sua aria giuliva e il suo sguardo birichino, padrone dei suoi spazi, sicuro
della mia presenza. Mi chiedo come farà, dopo, senza tutti i suoi riferimenti.
Di notte mi chiamerà.
L’educatrice
preposta viene a casa mia ai primi di febbraio 2008. Rimango colpita dalla sua
freddezza. Sorride solo a Mathias, io non esisto. Sarà lei a occuparsi degli
incontri con gli adottivi.
Tre giorni
dopo mi comunica, con il suo cellulare senza numero (ma che paura hanno,
penso), che quel giorno prenderà il bambino dall’asilo, nel primo pomeriggio,
per portarlo nei locali del luogo neutro al fine di parlargli della nuova
famiglia e dirgli che se ne andrà via da me. Quando lo vado a riprendere le
chiedo quando incontrerò la famiglia adottiva. Non lo sa. Le dico che mi sembra
un po’ impossibile che non sappia niente e aggiungo che mi sento trattata come
se mi fossi comportata male. Aggiungo: “Non è che pensate di non farmi
conoscere la nuova famiglia? Cosa volete, che vada a conoscere la famiglia
naturale?” RISPOSTA: “Per me puoi fare cosa vuoi.”
Queste sono
risposte importantissime, che fanno aprire gli occhi. Ho capito che per loro
ero già morta, e come tale non servivo più. Non rivestivo più nessun
ruolo: ero uno spettro a cui non è importante dire nulla.
Quella sera
Mathias ha la sua prima crisi di panico. E’ avvenuta così: dormiva già da più
di un’ora quando si sveglia e comincia a fare un pianto lungo, isterico e poi
lamentoso, singhiozzante, straziante, come un animale ferito a morte. Ha gli
occhi semichiusi ed è come in trance. Non si calma e non apre gli occhi neanche
se lo scuoto o se lo faccio camminare. Se lo accarezzo mi graffia, mi tira i
capelli con rabbia e mi allontana. Finalmente quando gli faccio
accarezzare il gatto, smette di piangere. E come se niente fosse, comincia a
ridere e a giocare. In quel momento sembra non si ricordi di niente. Rimango
molto colpita.
Il giorno
dopo, mi telefona un’altra assistente sociale e mi chiede di passare dal suo
ufficio. Mi vuole leggere una parte del decreto di adottabilità emesso
dal Tribunale dei Minori. Mi dice che sarà presente anche la
psicologa. Incautamente rispondo: “Non è il momento di farmi analizzare da
una ragazzina.” Altro che ragazzina, la sua relazione tenderà a
stroncare tutto il mio operato.
Nel decreto
di cui parla l’assistente, è prevista la gradualità del passaggio
fra l’affidataria e la nuova famiglia. L’assistente sociale, alla luce di ciò,
pur con tono prudente, prevede che incontrerò la futura famiglia
adottiva. Ho già pensato a questa famiglia, a cosa raccomandare riguardo a
Mathias, e come parlare assieme in tutta amicizia, come scambiarci indirizzi e
numeri di telefono.
L’educatrice
preposta incontra ancora Mathias due volte, da sola. Lo va a prendere
all’asilo. Mi avvisa sempre all’ultimo momento in quali orari andarlo a
riprendere. Non ho il suo cellulare e non posso rintracciarla in caso di
impedimenti. Ha un atteggiamento di completo comando. Queste situazioni, che ho
vissuto, non ho potuto comunicarle a nessuno. E poi sono così inverosimili che
nessuno mi avrebbe creduto. L’educatrice alza il telefono e dispone, mentre io
faccio i salti mortali per essere sempre a posto e presente, in qualsiasi
momento si faccia viva. Lei sa tutto di me, io non conosco neppure il suo
cognome.
Davvero ho
accettato tutto per Mathias, per avere la possibilità di incontrare i suoi
genitori adottivi. In un’altra situazione mai una persona con un simile
atteggiamento sarebbe entrata nella mia vita. Mancando di rispetto a me hanno
mancato di rispetto anche a Mathias, perché io in quel momento ero la sua
mamma. E sicuramente, nel suo cuore, lo sono stata ancora per un bel po’.
Non ho mai
incontrato la famiglia adottiva, pare che sia stata la famiglia stessa a non
volermi conoscere e a considerare più sano per il bambino che lui non mi
vedesse più. Ma se la famiglia adottiva non si pone il problema dei sentimenti
di Mathias e del suo passato, che tipo di sensibilità ha? Sicuramente ha grandi
paure, che esorcizzerà negando le cose e le persone.
Però non
conosco la realtà, per cui posso sperare che non sia così e che i suoi genitori
siano grandi persone. Il coraggio è tipico delle grandi persone, la paura no.
Nella tarda
mattinata di venerdì, siamo a metà febbraio 2008, mi viene comunicato che nel
pomeriggio avverrà il primo incontro del bambino con i futuri genitori. I
Servizi hanno scelto l’unico giorno in cui, in quel periodo, lavoravo fino a
tardi e questo loro lo sapevano. Quali altre attenzioni avranno avuto? Nelle
relazioni consegnate al Tribunale dei Minori hanno riferito che sono stati
costretti ad incontrare i genitori sempre in luoghi diversi per paura di miei
appostamenti. Da ciò posso immaginare che idea possono essersi fatta di me
questi genitori. Invece di conoscerci e stimarci! Perché sono stata così
fiduciosa fino alla fine?
Quel venerdì,
all’ora di pranzo, riesco ugualmente ad avere mezz’ora di tempo per andare a
casa e prendere il più bel completino di Mathias, e poi andare all’asilo per
chiedere alla maestra di metterglielo: volevo che il bambino fosse bellissimo
per il primo incontro. Anche se non ce ne sarebbe stato bisogno, perché lui era
bello sempre: riccioli d’oro, manine paffute, portamento altero, occhi scuri
vivacissimi, vocina irresistibile. All’asilo mi sfogo con la maestra e le dico
che il Comune non mi ha ancora chiarito come avverranno gli incontri, e che mi
dicono tutto all’ultimo momento. Premetto che le maestre dell’asilo comunale mi
sono sempre state ostili. Mi hanno sempre un po’ deriso. Ma siccome trovo
questo loro atteggiamento assurdo, ho sempre fatto finta di niente. In quel
momento però avevo bisogno di un supporto. Ho capito solo alla fine che loro
agivano in accordo non con me, ma con i servizi sociali, e hanno fatto così non
solo per il caso di Mathias. (solo molto tempo dopo ho letto la loro relazione
al Tribunale dei Minori, dove parlavano di un bambino che stava sempre male
perché non lo sapevo nutrire!! Proprio Mathias che era un fiore! Ho pianto su
queste relazioni).
Quella sera,
verso le 23, il bambino ha una delle sue più brutte crisi di panico. Passa
di colpo dal sonno a questo pianto lungo e disperato. Ormai so che è una
crisi che dura circa venti minuti. L’inizio di quella crisi l’ho filmato, per
far vedere il video alle assistenti sociali e al pediatra. Poi ho smesso per
poterlo consolare. Ma dal video si vede bene come, pur continuando a piangere
disperato, invece di chiedere di essere consolato allontana la mia mano e prova
un senso di repulsione quando lo abbraccio. Dopo mi graffia e mi tira i capelli
con rabbia inaudita, stringendo i denti e sforzandosi di farmi male. Ed è lì
che mi sono ricordata che in quelle sere mi diceva: “Aia, brutta”. (Lui mi
chiamava a volte mamma a volte Aia).
Quando ho
aperto la porta di casa, decisa a portarlo al Pronto soccorso, si
è calmato. E, come le altre volte, è ritornato subito carino e
affettuoso, con una gran voglia di giocare.
La mattina
dopo telefono ai Servizi sociali, intenzionata a parlare delle sue crisi e a
chiedere che usino dei metodi più morbidi per allontanarlo da me (cosa gli
avranno mai detto?). Chi mi risponde dice che non c’è nessuna operatrice
disponibile. Lascio detto di chiamarmi.
Al
martedì nessuno mi ha ancora chiamato. Ritelefono e ancora mi rispondono
che non c’è nessuno. Decido di andare di persona.
Allo
sportello del servizio una ragazza mi conferma che nessuno è disponibile per
parlarmi. Allora mi siedo e aspetto.
Trenta
secondi dopo arriva la responsabile e mi chiede cosa succede. Io rispondo che
lo chiedo a lei cosa sta succedendo. Mi dice che non sa niente, perché gli
affidi li cura un’altra persona, che è malata. Chiedo di parlare con chi cura
le adozioni. Mi risponde che non sa, non è aggiornata (ed è la responsabile).
Le racconto
delle brutte crisi di Mathias. A questo punto mi aspetto un po’ d’interesse.
Invece mi risponde che non ha tempo per parlare di queste cose. Le dico che
queste sono cose importanti e che non trovo mai nessuno per parlarne e che non
ho numeri di telefono. A questo punto la mia interlocutrice cambia espressione.
E quando mi risponde (urlando per farsi sentire da altre addette): “Io non
tollero che tu vieni qua con questo tono” mi sono sentita persa. Il cappio si
stava stringendo. Ho pensato che anche la mia preoccupazione per Mathias dava
fastidio. Ma non si trattava di quello, era molto di più. In realtà tutto era
già stato deciso. Il dolore, presente e futuro di Mathias, lo avevano già messo
in conto. Ed io, da quel momento, non rivestivo per loro il minimo interesse e
non provocavo il minimo timore, dovevo semplicemente andarmene.
Mi liquida
dicendo di ritornare l’indomani alle 12,30, quando avrà tempo di
ascoltarmi.
Ho pensato
che in condizioni normali mai una persona simile avrebbe avuto l’occasione di trattarmi
così. Però c’è Mathias di mezzo, che ne ha già viste di tutti i colori.
L’indomani,
la responsabile del servizio minori mi accoglie con un gran sorriso e mi
chiede amabilmente di raccontarle tutto. Io, rinfrancata, le racconto tutto,
come si fa con una persona che può decidere della tua sorte. Ed è lì,
alla presenza di un’educatrice testimone, che mi spiega che non conoscerò la
famiglia adottiva e il bambino se ne andrà e non lo vedrò mai più. Che
importanza ha come mi sento io, tanto per lei sono già defunta da un pezzo. In
quanto a Mathias pare che in questo modo lei gli stia facendo un favore. In
tutta la conversazione mantiene una fermezza di ferro, salvo commuoversi, con
le lacrime agli occhi, quando accenna a sua nonna, il suo grande affetto
scomparso: appunto, le dico, io posso essere la zia, la nonna di Mathias,
(perché farla scomparire?). Viene al dunque. Mi dice che, dopo il dialogo del
giorno prima, ha telefonato in Tribunale e, d’accordo con il Giudice, ha deciso
di portar via Mathias al più presto, l’indomani. Quindi, l’indomani mattina lo
preleveranno dall’asilo e lo porteranno via, per sempre. Nella sua freddezza ha
anche pianificato che avrei portato il bambino all’asilo e poi sarei andata a
lavorare, come se niente fosse. Le rispondo che il bambino l’indomani resta a
casa. Replica allarmata: “Ma come, tu devi portarlo all’asilo”. Non
contempla la possibilità di venirlo a prendere a casa mia, perché per lei
Mathias non ha neanche più una casa.
Infine
osservo che il bambino ha avuto solo un incontro con i genitori adottivi, il
venerdì 15 e mi sembra poco. Lei meravigliata mi dice: “Ma come non lo
sai? Lui ha visto i genitori anche lunedì, martedì e oggi. Non te l’hanno
detto?” “In questi giorni ha visto i genitori? Ma all’asilo mi hanno detto di
no. Chi doveva dirmi degli incontri?” Risponde: “Oh, scusa, doveva dirtelo
l’assistente sociale che è malata.” “Così se non passavo di qua lo portavate
via dall’asilo senza che io lo sapessi?” “Devi capire, è una prassi, è meglio
per il bambino. Comunque mi dispiace veramente molto che nessuno ti abbia
informato degli incontri, ti chiedo scusa per questo.”
Se in questa
storia ci fossi solo io, mi sentirei ‘cornuta e maziata’. Ma c’è anche un
bambino, ed è il pensiero di lui che mi provoca sofferenza e dispiacere.
Uscita
dall’ufficio minori vado subito all’asilo per poter portare a casa Mathias, e
abbracciarlo un po’, ma all’asilo mi dicono che il bambino è stato prelevato
alla mattina e ritorna nel pomeriggio tardi. Ma davvero la maestra, ieri, non
sapeva che il bambino sarebbe stato via tutto il giorno seguente? Ed io che
raccontavo a lei le mie perplessità!
Torno
all’asilo più tardi, per prenderlo, e proprio in quel momento l’educatrice
lo sta riportando indietro ‘dalla gita’. Le dico: “Ma complimenti. Per tutto.”
Abbassa lo sguardo e fila via. E pensare che ha una bambina dell’età di
Mathias!
Il giorno
dopo, alle 12,15, come d’accordo, sono venute le due operatrici sociali a
prendere il mio piccolino (l’assistente sempre malata e l’altra a cui dedicare
le crisi di panico). Grandi sorrisi e un caldo abbraccio per me.
L’ultima
frase che ho detto a Mathias è stata “ciao Mathias”, io dal terrazzo di casa e
lui sotto, in braccio a una di loro. Lui, con il suo piumino bianco e il
suo berrettino azzurro, mi ha guardato serio. Lo so che in quel momento ha
capito.
Non si
meritava tutto questo.