bollone_GVRiportiamo qui di seguito l’articolo di Valentina Pinton, pubblicato su “Gente Veneta” il giorno 10/03/2017.

Non si ferma l’impegno dell’associazione “La gabbianella e altri animali” per allestire il chiostro del carcere di Santa Maria Maggiore come nuovo spazio in cui i detenuti possano incontrare le famiglie e i figli.

“La stanza che attualmente viene utilizzata”, spiega Carla Forcolin, membro del direttivo dell’associazione che dal 2004 si occupa di volontariato nel carcere veneziano femminile e dal 2015 in quello maschile, “è angusta e poco accogliente per i piccoli che vengono a trovare i padri. C’è bisogno di uno spazio più ampio e all’aria aperta, che ci permetta di svolgere attività con i bambini in visita ai padri, lasciando sia la dovuta privacy ai detenuti che vogliono parlare con mogli e parenti, sia un angolo per i bambini che stiano per qualche tempo con noi: per questo abbiamo pensato subito all’area verde del chiostro”.

È di novembre scorso, infatti, la presentazione di un nuovo progetto, “Lavorare per i propri figli” alla Regione Veneto, che dovrebbe deliberare il suo responso tra aprile e maggio per lo stanziamento fondi.

“Il finanziamento che abbiamo potuto richiedere si è drasticamente ridotto, dai 100 mila euro iniziali a 10 mila”, ricorda con rammarico la dr.ssa Forcolin. “Tuttavia si è arricchito di una valenza importante nell’accompagnamento al lavoro per i detenuti. Per l’allestimento del chiostro è infatti previsto l’intervento di artigiani che dovrebbero insegnare ai detenuti alcune competenze nei campi della muratura, falegnameria, dipintura. Insomma, di tutte le attività utili non sono per risistemare lo spazio in questione, ma anche per acquisire abilità professionali che potranno essere loro utili quando usciranno da Santa Maria Maggiore. Chiaramente se qualche sponsor si facesse avanti, avremmo la possibilità di fare qualcosa di meglio e di più: oltre a sistemare il terreno con terriccio (come si sta già facendo a prescindere dal progetto) in modo che non ci siano barriere architettoniche e restaurare i muri del chiostro, potremmo installare dei giochi per i bambini, come scivoli e altalene, prevedere un angolo per l’orto, e magari una piccola zona per un palco in cui tenere piccole rappresentazioni organizzate dai detenuti”.

Tutto era, infatti, iniziato con il progetto “Essere padri in carcere” che era stato portato avanti dall’associazione nel 2015 e 2016, finanziato dall’allora Coop Adriatica, aveva visto, infatti, i detenuti scrivere dei racconti, che poi erano stati messi in scena in uno spettacolo di burattini per i loro figli: due delle storie da loro scritte sono addirittura diventate dei libretti illustrati da Paolo Mameli che i bambini potevano colorare insieme ai loro padri.

E’ proprio da queste prime esperienze che era nata l’idea di riallestire il chiostro “donandolo” ai detenuti e ai loro figli.

Le attività di progettazione avevano visto coinvolti in una prima fase gli architetti Calafati, che avevano messo a disposizione la loro professionalità e il loro tempo a servizio della causa, ma si erano dopo qualche mese arenati di fronte alla difficoltà di reperire i fondi dalla cassa delle ammende. Per forza di cose il progetto del chiostro si è quindi ridimensionato, ma non per questo l’associazione “La gabbianella” e i suoi volontari hanno perso la speranza e il desiderio di lottare per raggiungere il loro obiettivo.

Nell’attesa del responso da parte della Regione Veneto sul progetto presentato, proseguono senza sosta le attività dell’associazione anche all’interno del carcere femminile. “Accompagniamo i figli delle detenute all’asilo nido o alla scuola materna, e alle visite specialistiche quando necessario. Ora siamo anche supportati da volontari dell’Università Ca’ Foscari, dell’Università degli Studi di Padova e dello Iusve che ci aiutano tre pomeriggi la settimana a fare attività esterne con i bambini. Il sabato e la domenica invece abbiamo i nostri volontari fissi”.

Come prevede la normativa, infatti, i bambini possono rimanere in carcere con le madri fino all’età di sei anni. Una regolamentazione che non trova totalmente d’accordo Carla Forcolin: “I piccoli passano tutta la prima parte delle loro vita in un istituto di pena, un luogo che di certo non è adatto a un bambino. Per questo noi cerchiamo di lasciarli fuori dall’ICAM il maggior tempo possibile durante la giornata – in primavera, ad esempio, li portiamo in piscina a Sacca Fisola, d’estate in spiaggia – e poi la sera li riportiamo dalle loro madri. Vogliamo riuscire a dare loro delle buone abitudini serali: storia, lavaggi serali, ninna nanna e a letto presto perché si sveglino il giorno dopo riposati e andare a scuola con profitto. In questo modo si potrebbe cercare di offrire loro una dimensione di vita quasi normale. Capita, infatti, che molti di questi bambini sviluppino problemi comportamentali e di apprendimento, facciano fatica a parlare e ad acquisire concetti, o abbiamo orari sballati, che li tengono svegli la notte e li fanno dormire di giorno. Il nostro obiettivo è fare in modo che i figli delle detenute siano simili in tutto e per tutto agli altri bambini, siano curati nello sviluppo intellettivo e nella socializzazione, e che possano inserirsi nella scuola elementare a parità di pre-requisiti con gli altri bambini.

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