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Il giorno 9 aprile 2018 l’associazione “La gabbianella e altri animali” ha mandato, via PEC, alle seguenti istituzioni: Garante Regionale dei diritti della persona, Ministero della Giustizia, Direzione dell’I.C.A.M della Casa di Reclusione Femminile di Venezia, Ministero della Giustizia, Direzione dell’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Venezia, Questura di Venezia, Comune di Venezia, Conferenza dei Sindaci dei Comuni di Cavallino Treporti, Marcon, Quarto d’Altino, Venezia, la disdetta al “Protocollo d’intesa,” firmato il 29 aprile 2015, che potete visualizzare qui.

Ovviamente nella disdetta, che può essere scaricata qui, sono precisate le motivazioni che hanno spinto “La gabbianella” a simile decisione.

Ulteriori spiegazioni riguardo al “Protocollo d’intesa” e alla sua relativa disdetta si posso leggere nel seguente articolo.

Il Protocollo d’Intesa e il nostro ruolo nell’ICAM della Casa di Reclusione Femminile della Giudecca

Il 29/4/2015 è stato firmato presso il T.M. di Venezia un Protocollo d’Intesa interistituzionale, il cui scopo era stabilire delle procedure per l’accoglienza, la cura e la tutela dei bambini che la sorte avrebbe portato in carcere con le loro madri. Il Protocollo stabiliva, dopo lunghe e intense riunioni fatte presso il T.M. Di Ve, “chi doveva fare che cosa” nelle fasi dell’ingresso e della permanenza in carcere dei bambini ed anche in quelle delle dimissioni e della loro permanenza successiva sul territorio. I bambini figli di detenuti, molto spesso reiterano i comportamenti devianti dei loro genitori e vanno sostenuti con cura particolare, proprio perché la loro vita non venga passata tra carcere, paura e violenza.

Cura particolare per i bambini dell’ICAM

Sui piccoli dell’ICAM, a differenza che per molti altri bambini, questa cura può essere attuata, sia seguendone la relazione particolare con la madre, che la comune carcerazione determina, sia cominciando noi dell’associazione “La gabbianella” a portarli a frequentare l’asilo nido e la scuola dell’infanzia (come facevamo prima della disdetta). Così poi essi continueranno la scuola dell’obbligo, a partire da una base di conoscenza della lingua italiana e di acquisizione delle categorie mentali, che vengono trasmesse alla scuola materna.

Scuola dell’infanzia importantissima

Se le madri che entrano in carcere sono detenute, i loro figli sono liberi e quindi essi devono uscire dall’ICAM con la frequenza con cui i bambini normali escono dalle loro case (o quasi). Su di essi la carcerazione si dovrebbe far sentire il meno possibile. Per questo dovrebbero avere una vita regolare, com’è quella scandita dagli impegni scolastici per i bambini. Per loro l’asilo nido e la scuola materna non devono essere una possibilità ma una certezza, oserei dire un obbligo. Ormai sono rare le mamme-detenute che non vogliono mandare i figli alla scuola dell’infanzia, ma qualcuna ce n’è ancora. Il Protocollo prevede anche questo caso e il caso in cui il mancato consenso della madre ad interventi progettati per il suo bambino produca allo stesso “grave nocumento”.

Progetti possibili per il bambino

Secondo il Protocollo i progetti possibili per i bambini sono tre: accompagnamento alla scuola per l’infanzia, affidamento diurno, affidamento eterofamiliare a tempo pieno.

Quest’ultimo progetto si rende necessario solo se una mamma deve terminare la sua pena e non sa a quali parenti affidare il figlio/a che dal carcere dovrebbe uscire al compimento del sesto anno.

Il progetto dell’affidamento diurno invece potrebbe essere attuato anche durante la carcerazione, allo scopo di affiancare una famiglia amica al bambino e alla mamma, per permettere loro di contare davvero su una persona stabile negli accompagnamenti e nell’offrire occasioni di nuove esperienze e stimoli culturali al bambino. Spesso le madri chiedono già ora di dare sempre lo stesso accompagnatore al figlio, ma la cosa, finché “La gabbianella” deve appoggiarsi a stagiste, non è sempre è possibile.

Affidamento diurno

Inoltre, grazie all’affidamento, è più facile dare ad un bimbo senza documenti il permesso di soggiorno. La madre di questo bambino, avendo suo figlio il permesso di rimanere in Italia, potrebbe a sua volta chiedere al Tribunale dei Minorenni l’applicazione dell’art. 31 del Testo Unico sull’Immigrazione. Qualora il T.M. glielo concedesse, magari provvisoriamente, il bambino non dovrebbe più, a fine pena della madre, essere espulso dall’Italia.

In origine il Tavolo Interistituzionale si era riunito proprio per affrontare la contraddizione per cui bambini nati in Italia e italiani culturalmente dovevano andarsene al seguito delle madri straniere, in contraddizione con ogni dichiarazione internazionale dei diritti dei bambini.

Coinvolgimento della madre nei progetti per il bambino

Il Protocollo d’Intesa non si limita a parlare di progetti individualizzati, ma dice anche che la “Direzione dell’UEPE acquisisce il consenso esplicito e sottoscritto della madre per l’attivazione degli interventi e dei supporti necessari per il benessere del bambino”. E’ piuttosto ovvio che questo consenso esplicito e sottoscritto deve essere frutto di un dialogo con la madre da parte di Uiepe, Educatori del carcere e Gabbianella almeno, cioè di coloro che hanno firmato, a parte, una “Convenzione” per svolgere insieme il lavoro di cura dei bambini e che sono più immediatamente vicini a madri e figli. Ma ormai anche l’Ulss 3 è quotidianamente presente nel carcere e potrebbe inserirsi facilmente nel gruppo.

E’ importante sottolineare che cosa comporterebbe un progetto sottoscritto dalla madre. Di certo la coinvolgerebbe responsabilizzandola. Ma qualora poi essa non lo osservasse, bisognerebbe prendere dei provvedimenti, sia come Direzione della Casa di Reclusione Femminile, sia come organi di tutela del minore, dai Servizi Sociali Territoriali alla Procura della Repubblica.

Ovviamente nessuno vuole avvelenare il clima del carcere femminile limitando la responsabilità genitoriale di alcune mamme. In Italia la responsabilità viene attenuata in casi gravissimi e non perché non si mandano i figli all’asilo. La scuola dell’Infanzia non è obbligatoria, quindi sembra una pretesa ingiustificata intervenire sulle madri per obbligarle a mandare i figli a scuola… eppure in questo ragionamento si ignora volutamente che, se una madre tiene con sé in prigione un bambino e gli nega delle uscite regolari, che possono normalizzare la sua vita, non è di certo una madre adeguata ed infligge al bambino innocente la sua stessa pena.

E’ qui che lo stato deve intervenire: se un bambino ha il diritto a non essere staccato dalla madre, ha anche il diritto di essere difeso come persona. Come sempre, nell’ambito della tutela dei minori, ci si deve destreggiare tra mille considerazioni. Manca una circolare applicativa della legge n. 62/2011 a livello nazionale.

La responsabilizzazione delle madri

Nel frattempo le indicazioni severe del Protocollo dovrebbero essere fatte conoscere alle madri. Il Protocollo, se preso seriamente, è uno strumento potente per responsabilizzare in primis le madri e far loro scegliere se portare i bambini con sé o lasciarli al padre e ai parenti.

Inoltre, ci potrebbero essere mille incentivi e piccole punizioni possibili, per spingere le madri detenute a rispettare gli accordi, senza arrivare alla perdita o all’affievolimento della responsabilità genitoriale, all’interno del Carcere! Tra la buona condotta, che produce benefici, tra le forme di onestà possibili non c’è anche il rispetto dei patti?

Gruppo di lavoro interistituzionale

Il Protocollo non si può attuare da solo, ha bisogno che qualcuno ne avvii l’attuazione. La precedente Garante regionale del Veneto, dott. Dissegna, quando ha steso il documento, ha previsto la costituzione di un gruppo di lavoro interistituzionale per avviarlo e monitorarlo. Ma finora nessuno, tranne la Gabbianella, durante l’incontro del 28/2/2018 nella sede del Garante Regionale dei Diritti alla Persona, ha chiesto che questo organo fosse formato. Questo gruppo deve essere costituito da un rappresentante degli educatori della Casa di Reclusione, un rappresentante dell’Uepe, uno dei Servizi Sociali territoriali, uno della USL 3 e uno (solo quando necessario) della Questura, nonché da chi accompagna i bambini dentro e fuori dal carcere, come ancora parzialmente fa “La gabbianella”.

L’autorità per dar vita al gruppo deve, a mio avviso, provenire dal Tavolo stesso riunito, oppure dal Garante Regionale o dal Tribunale dei Minorenni.

Invece un gruppo ristretto di lavoro previsto dalla “Convenzione” tra Carcere, Uiepe, Gabbianella non ha bisogno di alcuna formalità per funzionare e potrebbe essere il nucleo di base da cui partire per cominciare a fare progetti individualizzati con le madri recluse. Anche questo gruppo ristretto finora si è riunito un paio di volte in molti anni, per parlare insieme con le mamme, senza nulla scrivere.

La volontà di applicare il Protocollo

Appare piuttosto evidente che finora è mancata una precisa volontà di far applicare l’accordo. Esso è stato firmato senza alcuna solennità, senza darne comunicazione alla stampa, senza che si pensasse a costituire subito il gruppo di lavoro che avrebbe dovuto attuarlo.

L’avvicendamento successivo di diverse persone a capo delle diverse istituzioni coinvolte ne avrebbe decretato il definitivo affossamento, se l’associazione “La gabbianella” non avesse ricordato regolarmente a chi nei diversi ruoli si succedeva, che l’accordo esisteva. L’accordo da riconfermare è stato tra i protagonisti del convegno “Bambini come gli altri” del 6/10/2017.

A tre anni dalla firma dello stesso, non si può più accettare che la sua attuazione venga ancora rimandata, che il gruppo di lavoro che dovrebbe dargli vita sia lontano da una qualsiasi costituzione.

Il Protocollo deve intanto essere letto attentamente e conosciuto, poi è necessario che sia firmato da qualcuno che si prende davvero il compito di applicarlo. I documenti “tacitamente rinnovati” rischiano di essere dimenticati: almeno una volta all’anno le istituzioni che più sono coinvolte nell’attuazione degli accordi, tra esse la Direzione della Casa di Reclusione femminile e l’Uiepe, e il gruppo di lavoro interistituzionale, ammesso che sia fatto, dovrebbero, a mio avviso, rendere periodicamente partecipi gli altri soggetti del funzionamento dello “strumento Protocollo”.

Ruolo dell’associazione “La gabbianella e altri animali”

“La gabbianella e altri animali” ha fatto ciò che era possibile per sollecitare tutti al rispetto degli accordi. E’ purtroppo giunta alla determinazione di uscirne solo quando ha visto impossibile la loro attuazione, nel clima di ostilità che le si è creato intorno, quando ha dichiarato che non avrebbe portato più alla scuola materna o all’asilo nido i “nuovi giunti”, tra i quali un bambino ad essa ben noto e caro, che era fuori da nove mesi ed è stato fatto rientrare senza una parola di spiegazione.

D’altra parte, il Protocollo le dà anche il compito di rilevare e segnalare “eventuali criticità” ed essa, convinta che le Istituzioni vadano rispettate, cerca di svolgere tale compito.

Il senso della disdetta

L’Associazione ha svolto in questi anni un ruolo istituzionale senza essere un’istituzione. Ha fatto ciò che a Milano fanno (o facevano) cinque operatori del Comune, regolarmente assunti e stipendiati. Ha permesso al Comune di Venezia e al Ministero della Giustizia di non preoccuparsi nemmeno di darle un finanziamento, perché si è autofinanziata per poter mantenere una necessaria segreteria. Ha dato un servizio alle detenute su cui le stesse fanno affidamento, perché è un buon servizio, ma non le obbliga a nessun comportamento verso i figli, che alcune di esse, infatti, talora trattano senza alcun rispetto.

Non si può permettere sempre alle madri meno responsabili di giocare con la vita dei figli, senza che nessuno intervenga a tutelarli. E’ troppo facile lasciarle fare, senza cercare nemmeno di indirizzarle. A questo servivano le indicazioni del Protocollo.

L’Associazione capisce che l’attuale Direzione, ora supplente di un Direttore in malattia, può desiderare di non avviare in prima persona indicazioni alla cui formulazione non ha partecipato e la cui attuazione avrà risvolti sul lavoro di una collega; ma con mano leggera basterebbe fare alcuni accordi con le mamme e di certo questo sarebbe solo una buona cosa per tutti. Come normali cittadini italiani, noi della Gabbianella pensavamo che accordi interistituzionali andassero al di là dei singoli dirigenti.

E’ ovvio che siamo disponibili a firmare nuovi/vecchi accordi, dove se ne cominci subito l’attuazione, costituendo il necessario piccolo gruppo di lavoro, che si relazionerà alle mamme per permettere loro di progettare la vita dei loro figli per il periodo della carcerazione. In caso contrario, lavoreremo in altre situazioni, dove la nostra presenza sia gradita e ci permetta di dare positivi contributi alla vita delle famiglie fragili serenamente, con il sorriso sulle labbra.

Carla Forcolin – presidente dell’associazione “La gabbianella e altri animali”

Venezia, 20 aprile 2018

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