scrittura-a-manoPubblichiamo qui di seguito un racconto inviatoci da Nadia Felicetti

PIANETA E VIRUS
Tanti anni fa nella nostra galassia c’era un pianeta grigio chiamato Plastica. I suoi abitanti, molto muscolosi, vivevano trascorrendo il loro tempo libero davanti a uno specchio o, più spesso, stando a testa bassa a guardare un aggeggio posizionato in una dello loro quattro mani. Sì, perché questi strani esseri non erano fatti come noi umani. Avevano due occhi in alto, due bocche larghe ai lati, un naso piccolissimo al centro della faccia e nessun orecchio. La loro chioma era fluente e ben curata. Avevano quattro braccia perché dovevano fare molte cose in contemporanea, un busto longilineo mentre le gambe erano corte per il poco movimento svolto. Si consideravano veri e propri adoni ma, a guardarli bene, sembravano dei mostri orripilanti. Identici e senza distinzione di genere, gareggiavano su chi apparisse più attraente. Incredibile, visto che non c’era alcuna differenza fra loro e che nessuno avrebbe saputo distinguerli nemmeno per età.
Vivevano per lo più in solitudine, al massimo due elementi per abitazione. Le loro non erano proprio famiglie ma mini nuclei a sé stanti. Avevano case di vetro dotate di ogni comfort per togliere loro qualsiasi sacrificio, tutte separate da pareti leggerissime quasi trasparenti. Avevano persino una macchina intelligente a cui rivolgersi per decidere come pettinarsi o quale cibo mangiare. Si nutrivano poco. I loro alimenti erano tutti a base di plastica con un sapore ovviamente insipido. Ma non era importante. A loro bastava farsi le fotografie e apparire desiderabili.
Il paesaggio intorno alle loro abitazioni, paesi e città era lo stesso dovunque: incolore e immobile. Gli alberi non esistevano e per decorazione c’erano dei pali tutti uguali alternati da sagome che ricordavano la forma di donna umana. Non c’erano né fiumi, né laghi, né colline, né montagne. Solo distese di pianure senza fine al cui orizzonte si intravedeva una linea azzurrognola che forse un tempo poteva essere stato, quello che per noi oggi è, il mare. Non esistevano nemmeno gli animali. Chissà se un tempo avessero coabitato con altre specie? Adesso però non saprei dirlo.
I plastificati, così possiamo chiamare questi esseri, erano abituati a non mostrare interesse per ciò che avevano intorno. Per loro tutte le giornate erano uguali, tutte uguali. Non c’erano stagioni, mesi, giorni della settimana, né ricorrenza particolare o festa. Sul pianeta Plastica però ogni cosa era calcolata. Qualsiasi azione facessero aveva un valore numerico e qualsiasi oggetto una misura. Per il resto così trascorrevano il loro tempo: all’alba, alla stessa ora, un rumore fastidioso rimbombava dappertutto e li svegliava. Quindi si alzavano e uscivano dalle loro case sempre a testa bassa e andavano a rinchiudersi in altre case a fare non si sa che. Forse in qualche modo si rendevano utili gli uni agli altri, cioè come si usa dire qui sulla terra, producevano. Tuttora ciò non è mi dato conoscere. Ma neanche loro se ne preoccupavano. Alla solita ora la sera, sia che il loro sole giallo (proprio come il nostro) fosse calato o meno, lo stesso suono riecheggiava. Quindi rientravano nelle loro abitazioni e si piazzavano nuovamente davanti gli apparecchi elettronici. Questa era la normalità.
I plastificati non si parlavano fra loro e nemmeno si guardavano negli occhi ma si lamentavano in continuazione. No, non di persona, come succede fra noi umani ma con le macchine. Ogni volta che qualcuno, malauguratamente, faceva qualcosa di nuovo, di diverso, era un susseguirsi di brusii lagnosi. Si sfogavano e si offendevano e con un pulsante smettevano di considerarsi amici. Non avevano valori di solidarietà, non avevano valori di onestà, non avevano valori di giustizia. Non avevano niente di tutto ciò. La cosa da loro ritenuta più importante era condividere senza contatto. Non so spiegarne il motivo e ancora oggi non capisco come ci riuscissero. Erano abituati a farlo e per loro era normale e di vitale importanza. Condividevano ossessivamente le azioni, le foto, i pensieri etc etc. Tramite le macchine erano sì connessi, ma disuniti. Un ossimoro, un controsenso ma questa era la realtà dei plastificati. E chi non condivideva veniva tagliato fuori. Punto.
Il pianeta aveva un solo governo. Diciamo globale se vogliamo usare un termine di paragone con la terra. C’era un solo Dio su cui si fondava la loro società e nessun senso di aggregazione. Nessuno. Comandavano quelli più forti, più grossi e più prepotenti. Quelli che mangiavano roba più buona, che si pettinavano meglio e che si fotografavano più spesso.
I plastificati vivevano pagando per ogni cosa. Dopo pochi lamenti inutili, pagavano per ogni passo che facevano, per ogni parola che pronunciavano, per ogni volta che il sole tramontava o

sorgeva. Pagavano qualunque tassa il governo proponesse e visto la loro assuefazione ogni giorno ce n’era una nuova. Loro pagavano. Dopo di che si facevano foto e continuavano la loro vita senza troppi scossoni.
Ma i plastificati non erano soli nella nostra galassia. Dei piccoli esseri viventi li stavano osservando. Tali esserini, che sembravano dei minuscoli re e regine, da tempo giravano alla ricerca di un posto da visitare. Alla fine scelsero il pianeta Plastica. Essendo invisibili e muovendosi a una velocità estrema potevano recare un danno immenso ovunque andassero, pertanto il loro capo, chiamato Virus Corona, impose loro di osservare le abitudini del posto che li avesse ospitati.
Quando arrivarono sul pianeta grigio i virus, come sempre fedeli al loro comandante, cercarono di capire quali fossero i comportamenti degli abitanti. Un virus dal colorito più giallo rispetto agli altri e dagli occhi piccoli disse agli altri che sapeva ciò che dovevano fare. Queste furono le sue parole: “Allora ai plastificati piace stare a casa, da soli. Non amano parlarsi, confrontarsi di persona, abbracciarsi. In casa hanno tutto ciò che serve e se manca loro qualcosa, con la tecnologia, possono procurarsela. Non hanno bisogno degli anziani e dei malati, anzi sono per loro un problema. Lasciamoli nel loro mondo isolato. Per favore non interrompiamo le loro abitudini. Il nostro capo ci ha dato la giusta direttiva. Ragazzi moltiplicatevi in modo da appianare le eventuali diversità, questo pianeta è piatto e così deve rimanere. Restiamo uniti, restiamo compatti. Faremo del nostro meglio per portare avanti l’obbiettivo e non sconvolgerli con la nostra presenza!” E così fu.
I plastificati più anziani e malati iniziarono a morire e gli altri, quelli forti e sani, furono obbligati a restare a casa senza fare nulla, come da sempre avevano auspicato. Passarono i giorni senza che niente di nuovo succedesse.
Poi una mattina di primavera il pianeta grigio chiamato Plastica cominciò a colorarsi. Prima il cielo divenne azzurro, poi la terra marrone e verde. Poi nacquero i laghi, i fiumi e i mari. Spuntarono le colline e le montagne, i fiori e le piante. Tutti gli animali uscirono da dove erano rimasti sepolti da secoli. Si udirono suoni di ogni specie. E i plastificati per la prima volta alzarono gli occhi dalle macchine per vedere cosa stesse accadendo fuori. Increduli e stupefatti gridarono tutti insieme: “Vogliamo uscire!”. Ma ancora non era il momento. Le loro sembianze dovevano cambiare. Lentamente i loro occhi si piazzarono al posto giusto, la bocca divenne una e di modesta dimensione e, ai lati della testa, uscirono due orecchie grandi abbastanza per ascoltare. Le braccia diventarono due in modo da abbracciarsi forte e le gambe si allungarono per correre. Qualcuno invecchiò all’improvviso ma non morì, qualcun altro ingrassò, un altro perse i capelli. Ogni individuo risultò unico e, a suo modo, piacevole da guardare. Il governo cadde e loro iniziarono a prendersi cura l’uno dell’altro. Ancora non potevano stare vicini fisicamente ma invece di parlare alle macchine i plastificati incominciarono a parlarsi fra loro. Non ci volle molto che i medici migliori di tutto il pianeta trovassero il vaccino. Il Dio Denaro fu dimenticato e la vita ripartì seguendo non i numeri ma le passioni. Trascorsero gli anni, ci si dimenticò dell’invasione dei virus e l’universo riprese a respirare finalmente la sua atmosfera naturale.

Bibbona, 20 marzo 2020 Nadia Felicetti

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