nigeria-ragazze-rapite-101-300x199Un articolo pubblicato ieri, lunedì 5 maggio, da “Repubblica” ha suscitato in noi un vero orrore. Carla Forcolin ha scritto in merito questo testo:

Il 15 aprile nella Nigeria settentrionale trecento ragazze nigeriane che dormivano in un collegio femminile, dove si trovavano per studiare, sono state rapite da uomini del gruppo islamico terrorista denominato “Boco Haram” e poi vendute come mogli per pochi dollari a qualche individuo dalla mentalità integralista e misogina. Trecento ragazze strappate ai loro sogni di vita e trasformate in schiave. Stuprate, picchiate, terrorizzate, separate dai loro cari, ridotte ad una vita da animali.

Da noi finora se ne parla pochissimo: siamo tutti presi dal problema degli ultrà negli stadi, problema che oltre ad essere serio, fa molto “notizia”.

Le ragazze nigeriane non fanno notizia, almeno non ancora: la Nigeria è lontana e a noi in fondo pare che quelle ragazze possano sopportare ciò che sembrerebbe insopportabile se fosse accaduto ad adolescenti italiane. Sono consapevole del motivo per cui a me simile notizia ispira tutto l’orrore possibile: ho avuto in affidamento per anni una bambina di origine nigeriana, che è stata portata nel paese d’origine dalla madre, quando aveva sei anni. Paese d’origine per modo di dire: Veronica era nata in Italia, vissuta nei primi tre anni in prigione con la madre, giunta in affidamento da me, poi di nuovo con lei in casa famiglia, ma sempre frequentandomi, portata in Nigeria a conoscere il padre e da lui bloccata nel “suo” paese. Ora ha dodici anni e potrebbe essere tra quelle ragazzine, ma vive al Sud e forse ancora per un po’ sarà lasciata in pace. La qualità della sua intelligenza era straordinaria ed i suoi interessi, già da piccolina, erano volti ad un ambito di conoscenze scientifiche.

Temo sempre che qualche integralista del suo paese venga a sapere che ha trascorso i primi sei anni di vita in Italia e, solo per questo, le faccia del male. Le ragazze nigeriane sono come le nostre: lo dico perché, benché tutti in teoria lo affermino, in pratica sono pochi a crederlo veramente. Io lo credo veramente solo perché ne ho conosciuta una intimamente, facendole da madre. Il razzismo è una bestia difficile: si nasconde nelle nostre cellule, non è nel nostro cervello. Chi ha un aspetto diverso ci appare “meno umano di noi”, specialmente se i suoi tratti somatici si differenziano molto dai nostri, come succede agli africani, appunto.

Se le ragazze rapite valgono come le nostre (ed è così) allora il mondo non può stare a guardare: la Nigeria settentrionale è uno dei luoghi al mondo dove si deve intervenire per impedire che la minoranza cristiana e le femmine siano oggetto di atti terroristici. Si potrebbe intervenire intanto pagando una sorta di riscatto per ogni ragazza rapita (questo lo si dovrebbe fare in maniera privata), ma poi si deve intervenire costruendo scuole laddove sono state distrutte e proteggendo in tutti i modi possibili le ragazze che vogliano studiare. In molti dicono che la Nigeria è sull’orlo di una nuova guerra civile, ma forse un lavoro di intelligence e la diffusione delle scuole, unito ad rafforzamento dell’ala moderata islamica in quel paese può fare qualcosa.

Ma noi, qui, intanto che possiamo fare? Possiamo influire sui moderati islamici, sui misogini di tutto il mondo, con continui richiami all’urgenza di riconoscere la sostanziale uguaglianza e la pari dignità dell’altra metà del cielo, bianca o nera che sia.

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