convegno-001Pubblichiamo qui un breve video sul convegno La rete necessaria - come tutelare il diritto ad una crescita armoniosa per i figli dei detenuti e per i bambini che crescono negli ICAM”, tenutosi venerdì 12 ottobre, a Palazzo Cavagnis, e alcune foto dello stesso.

Inoltre, pubblichiamo l’audio integrale del convegno ed alcuni interventi scritti, in formato pdf.

Speriamo così di permettere a tutti di accedere alla giornata di studio e di riprendere la discussione dove è stata interrotta.

- Carla Forcolin - I bambini che crescono nel carcere;

- Giovanna Messere – Intervento;

- Michela Possamai – La prevenzione della devianza in soggetti a rischio;

- Aurea Dissegna – Schede.

 

- Audio integrale del convegno “La rete necessaria”;

Per facilitare l’ascolto dell’audio del convegno, riportiamo qui sotto i tempi in cui si possono ascoltare gli interventi di ciascun relatore:

00:02:15 – Ilenia Rosteghin, vice-presidente dell’associazione “La gabbianella e altri animali”;

00:13:45 – Ermelinda Damiano, presidente del Consiglio comunale;

00:16:00 – Carla Forcolin, presidente dell’associazione “La gabbianella e altri animali”;

00:53:52 – Giovanna Messere, ufficio dell’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza;

01:03:27 – Antonella Comin, educatrice della scuola d’infanzia comunale;

01:10:27 – On.Caterina Chinnici, europarlamentare componente della Commissione LIBE (libertà civili, la giustizia e gli affari interni);

01:38:45 – Chiara Altafin, European Inter-University Centre for Human Rights and Democratisation (EIUC);

01:52:20 – Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale;

02:26:30 – Aurea Dissegna, estensore del “Protocollo d’intesa interistituzionale” riguardante forme di accoglienza per i bambini dell’ICAM di Venezia, già pubblico tutore dei minori del Veneto e già garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale;

03:00:20 - Paola Sartoriresponsabile P.O. – Servizio Politiche Cittadine per l’Infanzia e l’Adolescenza del Comune di Venezia;

03:15:15 - Vincenzo De Nardo, direttore della Medicina penitenziaria;

03:27:55 - Mirella Gallinaro, garante regionale dei diritti della persona del Veneto;

03:42:37 – Carla Forcolin;

03:46:35 - Sergio Steffenoni, garante dei diritti delle persone private della libertà personale;

03:54:17 – Giorgio Isotti, tesoriere dell’associazione “La gabbianella e altri animali”;

03:55:35 – Gabriella Straffi, già direttore della Casa di Reclusione Femminile di Venezia

04:10:23 – Immacolata Mannarella, direttore dell’I.C.A.M. della Casa di Reclusione Femminile di Venezia e dell’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Venezia,

04:28:35 - Luigi Fadiga, già magistrato minorile e già garante per l’infanzia e l’adolescenza della regione Emilia-Romagna

Per ascoltare l’audio integralmente, è necessario scaricare il file in formato mp3 sul proprio computer ed utilizzare un lettore multimediale (iTunes, VLC, Windows Media Player, ecc.). Dropbox supporta l’ascolto on-line soltanto per le prime 4 ore del file, che dura invece circa 4 ore e 40 minuti.

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12 Responses to 18/10/2018 – Dibattito sul convegno “La rete necessaria”

  1. Francesca emili says:

    Convegno molto interessante ma spero si traduca nei fatti in un aiuto concreto ai bambini dell’ICAM che di fatto, lo dico dopo anni di lavoro con loro, sono abbandonati a loro stessi dalle istituzioni e dalle direzioni delle carceri.

  2. Luigi Fadiga says:

    L’ordinamento giuridico italiano è consapevole della difficoltà dell’impatto col sistema giustizia, e cerca in tutti i modi di mitigare quel momento quando riguarda soggetti in età evolutiva (i cosiddetti “minori”). Soprattutto vuole evitare loro l’esperienza carceraria e salvaguardarne i diritti, affermati dalla Convenzione delle NU del 1989 e dalle leggi del nostro Paese. A questo scopo ha predisposto un sistema organico che prevede istituzioni apposite e specializzate, sia a livello centrale che locale. La persona di minore età ha un suo giudice, un suo avvocato, sue strutture penitenziarie, suoi operatori specializzati.
    Tuttavia, un numero rilevante di bambini e ragazzi impatta ancora col sistema di giustizia ordinario. Ciò accade al figlio di madre detenuta. Oggi abbiamo considerato quest’ultimo caso, focalizzandoci sulla realtà veneziana: ma quanto qui si è detto e quanto qui è emerso può valere anche in altre realtà locali.
    Il problema è chiaro. In base alle leggi del 2001 e del 2011, a una mamma di un bimbo sotto i sei anni può essere applicata la custodia cautelare insieme al figlio in apposite strutture a custodia attenuata. In tal modo la maternità è protetta. Lo è anche l’infanzia? Da quanto ho sentito durante il convegno, non mi pare proprio.
    Dice la Convenzione delle N.U. che il bambino, sin dalla nascita, è una persona titolare di propri ed autonomi diritti. Tra questi, il diritto all’educazione, il diritto al gioco, il diritto alla salute. Il sistema penitenziario è in grado di rispettarli e di farli rispettare? Ha personale capace? Non sempre. Ecco che entra in gioco il volontariato (la Gabbianella, appunto), che dà una mano allo Stato in base ad accordi locali (i protocolli) e accompagna i bimbi all’asilo, o in piscina o a spasso.
    E se la madre rifiuta senza motivo di permettere al figlio queste salutari parentesi? Dargliela sempre vinta pro bono pacis? Assolutamente no. Si devono avvertire gli organi della giustizia minorile (ahimè, oggi invitata ma assente), che valutano la situazione, sentono la donna, e hanno il potere di ordinare che il bambino vada in piscina o all’asilo o a spasso, se questo è nel suo preminente interesse (Convenzione delle NU, art. 3).
    C’è chi si lamenta che, così facendo, si interferisce nella gestione della struttura penitenziaria. Ma è proprio questa, in persona dei suoi dirigenti, che avrebbe l’obbligo di segnalare il caso alla giustizia minorile, e se il dirigente non lo fa può persino commettere un reato (art. 70 legge 149/2001). Dunque, le leggi per garantire i diritti dell’infanzia ci sono, e vanno applicate.
    Altre istituzioni sono coinvolte nella protezione dei minorenni: i servizi sociali dei comuni e del ministero, la sanità, la scuola, la forza pubblica, la giustizia minorile e, dove c’è, il garante regionale, che dovrebbe essere quello che dà la spinta: il motore di tutto. Occorre che si mettano in rete. A questo scopo si discute e si fanno dei protocolli, che definiscono i compiti di ciascuno.
    E’ un’ottima prassi ma i protocolli non sono leggi. Funzionano finché tutti i firmatari sono d’accordo. Se uno di loro cambia e il nuovo soggetto non è più d’accordo, non possono funzionare. Si può fare un protocollo nuovo? Certamente, ma occorre che qualcuno si muova. Se si muove un firmatario pubblico, forse ci si riesce. Se coraggiosamente si muove soltanto uno privato (ad esempio, un’associazione di volontari), può accadere che non gli si dia nemmeno ascolto.
    E’ un peccato. Ma è questo quello che ho capito dall’incontro del 12 ottobre.

    • Carla Forcolin says:

      Il commento del dott. Fadiga al nostro convegno mette il dito nella piaga e precisa con chiarezza quanto anche a me appare evidente: la non applicazione degli accordi tra Gabbianella e Carcere non è frutto di difficoltà personali o caratteriali, ma di un preciso scontro di potere tra chi ha particolarmente a cuore la tutela dei bambini e chi ha particolarmente a cuore la tutela delle loro madri. E’ questo uno scontro non nuovo tra chi si occupa di giustizia minorile, che si ripresenta spesso, in varie forme, sia nell’affidamento che nell’adozione (L. 149/01).
      Ma io credo che, come sono ben pochi i bambini dichiarati adottabili nel nostro paese, così sono ben pochi i casi in cui questo presunto conflitto tra interessi delle madri detenute e dei bambini che le accompagnano si presenta. Ritengo, ottimisticamente, che ogni genitore possa essere contento nel vedere il proprio figlio crescere serenamente e imparare delle cose con gioia. Non c’è alcun giusto motivo per un genitore amorevole, libero o detenuto che sia, di privare il figlio o la figlia del gioco, dell’educazione, della relazione tra pari. Se un genitore “ristretto” lo fa, come se lo fa un genitore libero, si deve intervenire per proteggere il più debole: il bambino.
      Il giudice Fadiga ci ricorda che, se questo avviene in carcere, dovrebbero essere proprio le autorità dell’Istituto di Pena a coinvolgere la Procura della Repubblica, avendo fiducia nei magistrati che non hanno interesse alcuno a “togliere i figli ai genitori”. Essi potrebbero decidere ad esempio solo di obbligare una madre a mandare il figlio all’asilo e non di attenuare la sua responsabilità genitoriale. Ma già “obbligare” una madre a fare una cosa che non vuole, relativa al figlio, significa di fatto che la sua autorità genitoriale viene sminuita. Tale madre potrebbe deprimersi o ribellarsi e rendere più difficile la vita delle agenti e delle altre detenute, specialmente in un istituto a custodia attenuata, dove le agenti non portano la divisa, vivono a stretto contatto con le ristrette e c’è vita comunitaria. Non si interviene in questi casi “Pro bono pacis”, dice Fadiga. Sì e non solo: anche per continuare ad esercitare il potere sulle detenute in modo che nulla sfugga di mano al direttore. E non solo per amore del potere (quanto questo pesi dipende dalla singola persona) ma anche per timore che una detenuta si possa suicidare perché disperata o faccia atti come quello che purtroppo abbiamo visto a Rebibbia.

      Io credo che davvero il superiore interesse del minore vada esercitato, ma anche che sarebbe ottima cosa dichiarare in partenza alle donne che portano i figli con sé che lo Stato non ammette che i bimbi portati in carcere siano privati della possibilità di avvalersi dell’asilo nido e della scuola per l’infanzia. Per fare questo bisognerebbe però poter garantire davvero e sempre l’asilo e la scuola materna ai bambini e allo stato attuale delle cose tale garanzia non c’è. E’ indubbio però che si possa andare in tale direzione e, ove esistano asili e scuole materne con posti disponibili e accompagnatori dei bambini, la cosa si può fare.
      Ma il problema che si pone più spesso è un altro. E’ quello che ha spinto la Gabbianella a decidere che senza progetti fatti insieme sui bambini avrebbe smesso il suo servizio volontario. E’ quello per cui i bambini vengono portati dentro e fuori dall’Icam non sulla base dei loro bisogni e di progetti fatti su loro misura, ma sulla base dei bisogni dei genitori, che non danno la giusta importanza alla loro frequenza scolastica e stabilità di vita.
      Ci vorrebbe poco per fare dei progetti elastici che dessero la giusta importanza alle esigenze familiari delle detenute ed insieme a quelle specifiche dei bambini. Basterebbe parlarsi con reciproca fiducia e frequentemente.

  3. Antonio says:

    E’ importante sottolineare che tutto ciò avviene per la iniziativa di un cittadini volontari. Le istituzioni sono sempre in ritardo, quando, poi, non siano addirittura più propense a ‘remare contro’ che altro. Ma i bambini sono lì, innocenti, ad attendere che ci si occupi di loro nella maniera migliore, per poter avere anche loro la possibilità di diventare buoni cittadini di questo stato. E’ sbagliato pensare che le istituzioni dovrebbe facilitare questo percorso?

  4. Barbara Fuin says:

    Da questa estate, sono una volontaria dell’associazione “La gabbianella” e ho partecipato con grande interesse al convegno, vista la grande importanza dei temi trattati.
    Personalmente, ho trovato ingiusto che, più volte durante il dibattito, si sia spostata l’attenzione verso un argomento, sicuramente rilevante, ma poco pertinente a tematiche decisamente più importanti, che avrebbero dovuto trovare nel convegno ampio respiro
    Mi riferisco ad alcuni episodi, uno dei quali mi coinvolge in prima persona, nell’ambito dei quali alcune volontarie si sono recate in farmacia, per sentire il parere di un amico farmacista su problemi di salute dei bambini. Nel mio caso mi stato affidato un bambino, che avrei dovuto portare al mare, che mi sembrava influenzato e, come avrei fatto per le mie figlie, passando davanti alla farmacia di mia fiducia, ho fatto “dare un’ occhiata” al bambino dal medico, affinché egli confermasse la mia impressione, prima di decidere di non prendermi la responsabilità di portare un bambino che non stava bene al mare, per tutto il giorno. Effettivamente il bimbo non è stato fatto uscire nei successivi tre giorni dall’ICAM, perché stava male.
    Questo mio gesto, però, ha portato grande scompiglio, dato che, mi hanno riferito, ci sono medici e infermieri, che, all’interno dell’ICAM, si prendono cura dei bambini e delle loro madri e che intromissioni del genere sono controproducenti, dato che possono minare il rapporto di fiducia tra le madri e i medici.
    Io ho agito in buona fede e ora ho capito che, in questi casi, bisogna mantenere un’altra condotta. So che le condizione di salute dei bambini vengono comunicate durante le riunioni di èquipe, ma, se un bambino sta male nei giorni successivi all’èquipe, noi non ne sappiamo nulla. Se l’Associazione venisse informata circa lo stato di salute dei bambini, ogni qualvolta si crea qualche problema, anche semplicemente con un breve messaggio, le accompagnatrici come me non si troverebbero nell’imbarazzo di accompagnare all’esterno un bambino con qualche disagio fisico e di non sapere qual è la diagnosi e la cura suggerita dal pediatra dell’Istituto.
    Mi stupisce però che questi episodi vengano in qualche modo usati per dire che “La gabbianella” non è in grado di occuparsi adeguatamente dei bambini all’interno della struttura.

  5. Sandra says:

    Ho partecipato con molto interesse al ricco dibattito tenutosi al convegno, sono una volontaria , fondatrice con Carla dell’ associazione, ribadisco che é indispensabile dare avvio ad un progetto ad personam per I bimbi e relativa mamma, nel rispetto del loro retroterra socio culturale, cosi’ diverso per ognuno di loro, ma nel rispetto anche delle irrinunciabili categorie a cui ogni bimbo ha diritto: la scuola, la vita di relazione, una sana educazione all igiene personale e alimentare.É difficile tacere davanti ad una colazione fatta con cocacola nel biberon , wurstel crudi, eccessi di zuccheri a dismisura…Mi occupo di alimentazione come naturopata e davvero mi auguro che si avvii tale progettazione, il. tempo della carcerazione per la mamma puo essere un tempo di aiuto, con il coadiuvo di adulti piu’ fortunati e professionisti, per trasformare vecchie abitudini in altre piu salutari per se’ e I loro figli anche in futuro. Sono fiduciosa che le amministrazioni diano avvio al piu’ presto ad un protocollo adeguato nel rispetto soprattutto di questi bimbi meravigliosi, pronti ad accogliere con gioia cio che é bene per loro

  6. Cosima says:

    Sono ex insegnante e socia della Gabbianella da molti anni, anche se non ho ruoli nel Direttivo. Ho partecipato al primo progetto educativo della stessa e ne ho disegnato il logo. Devo dire che la situazione che sta vivendo la Gabbianella mi colpisce, per l’ingiustizia evidente che le sta infliggendo il Ministero di Giustizia, attraverso le Dirigenti del Carcere femminile e perfino l’Autorità di garanzia del Comune di Venezia. Il motivo di simile ingiustizia e ingratitudine è chiaro se si legge quanto ha scritto il giudice Luigi Fadiga, che riconduce il conflitto Gabbianella-Carcere ad uno scontro tra poteri per nulla nuovo.

    Ma mi spiego meglio, per chi ancora non capisca le cose: la presidente di un’associazione di affidatari entra in carcere, per accogliere in casa due gemelli di tre anni, che dentro lasciano la madre. Da allora, consapevoli della sofferenza dei bambini e delle loro deprivazioni, i soci della Gabbianella cominciano a portare tutti i bambini all’asilo prima, alla scuola materna poi e per loro e per le loro madri fanno progetti educativi, come quello a cui ho partecipato io.

    Nel 2012 viene avviato un Protocollo interistituzionale d’Intesa tra Istituzioni, firmato nel 2015. Qui si decide che per i bambini non basta la frequenza scolastica, ma ci vogliono progetti individualizzati, fatti in collaborazione con le Istituzioni e con le madri. Il Protocollo non viene applicato, perché la Garante Regionale riunisce il gruppo che dovrebbe avviarlo prima, e monitorarlo poi, solo nel febbraio del 2018 (lo dice lei nel suo intervento) e perché evidentemente il carcere ha firmato il Protocollo senza l’intenzione di applicarlo. Tre anni dopo la firma del Protocollo, una madre manda “dentro e fuori” il figlio, che “dentro” sta male. La terza volta lo fa rientrare dopo nove mesi dalla sua uscita e nessuno dice nulla. La Gabbianella si impunta e decide che questo non si fa. Interpella le istituzioni che non rispondono. Dà quindi la disdetta da un protocollo mai attuato, che prescriveva un progetto anche per quel bambino, per scuotere le coscienze. La Gabbianella diventa così oggetto di attacchi sconsiderati da parte della Direzione e di chi alla Direzione non ha il coraggio di opporsi.

    Mi chiedo se è giusto che le Istituzioni manchino così evidentemente ad accordi scritti, a me pare disonesto. A me pare pura dimostrazione dell’enorme potere assoluto della direzione del carcere, che vuole dispiegarsi anche sui bambini, che dovrebbero essere invece protetti, come dice Fadiga, dal sistema di protezione dei minori.

      A me pare anche che “mettere in campo grande forza di fuoco”, in questo bel convegno, come ha fatto la Presidente, sia un atto di civiltà. Un atto volto non a raggiungere scopi meschini, di cui pagano  le conseguenze due poveri bambini, come ha detto il Garante Comunale, ma volto a far scoppiare un problema, che deve essere conosciuto e affrontato a livello nazionale, per il bene di molti bambini. Chi non riesce a capire tale logica, forse non riesce nemmeno a capire come si possa accogliere dei bambini in affidamento, gestire senza finanziamenti un’associazione, migliorare la vita degli altri, anche a costo di sacrifici. Non capisce la logica del volontariato. Non capisce probabilmente nella SUA meschinità, che i bambini di oggi, tra solo una decina d’anni, rischiano di diventare detenuti domani, se non vengono strappati a logiche che li vogliono ignoranti, privi di qualificazione professionale, privi di senso etico.

  7. Antonella Comin says:

    25 anni fa come educatrice del nido Gabbiano ho visto i primi bambini uscire dal carcere con gli “obbiettori di coscienza “ , e tutte le difficoltà per convincere le madri ristrette affinché autorizzassero l’accompagnamento dei figli a scuola, ho visto la fatica di noi educatrici, delle assistenti sociali per attivare incontri e presentazioni video al fine rassicurare le mamme che, tutto quello che si faceva, era per il bene dei loro figli, per permettere loro di vivere in un contesto più adeguato .
    Ho vissuto personalmente molti impedimenti organizzativi, e non posso non fare memoria di come, all’epoca ,vedemmo con molto favore ,la presa in carico della vostra associazione , che, con entusiasmo e dedizione , iniziava la sua attività , assumendosi tutte le varie problematiche legate alla gestione di questi bambini, e non come “bassa manovalanza”, ma riempendo ogni iniziativa di contenuti profondi, favorendo e promuovendo un lavoro di rete veramente insostituibile, e facendo crescere una cultura sui bisogni e diritti del bambino ristretto con la madre in carcere. Qualsiasi tipo di volontariato, a mio avviso , non potrebbe in alcun modo sostituire il lavoro certosino da voi svolto in questi anni per creare un protocollo che possa essere utilizzato automaticamente per rispondere ai bisogni dei bambini e delle mamme dell’ICAM.
    Per questo motivo spero con tutto il cuore che, quanti di competenza , possano attivarsi in modo costruttivo per risolvere i vari problemi tra questi quelli che, già dallo scorso anno impediscono la regolare frequenza scolastica del piccolo XY. ospite dell’ICAM .

  8. Massimiliano Cristofoli Prat says:

    Purtroppo per impegni professionali non ho potuto partecipare al convegno che ho ascoltato solo dalla registrazione e dai commenti avuti dai vari partecipanti, senza però cogliere quegli aspetti che solo con la presenza personale si possono percepire.
    Mi permetto, però, di fare due brevi considerazioni sui alcuni temi trattati.
    Innanzitutto quale legale che da anni si occupa anche di minori debbo sottolineare, con un certo dispiacere, che nei vari tavoli ed incontri tecnici od istituzionali che coinvolgono i minori ma soprattutto che trattano del tema carcere non vengano mai coinvolti gli avvocati, pur essendo nota la sensibilità che da sempre la Camera Penale Veneziana ha per questo aspetto (avendo istituito ormai da molti anni la Commissione Carcere per approfondisce questa tematica, organizza convegni e tratta tutti gli aspetti più delicati). Non si comprende quindi questa chiusura rispetto a questa categoria professionale che ritengo potrebbe contribuire con un apporto tecnico e con competenze specifiche.
    Per quanto riguarda invece l’aspetto del Protocollo ritengo che la disdetta del protocollo da parte della Gabbianella sia volta a sollecitare una discussione ed una analisi fattiva in merito allo stesso, non certo a disattenderlo con evidente nocumento dei minori. Troppo spesso di fronte alla legittima esigenza di sicurezza e di gestione amministrativa interna dell’Istituto si sono ignorati tutti gli impegni sottoscritti ed ai quali si auspicava che tutti attenessero. Quindi ritengo che sarebbe opportuno fissare a breve un incontro (magari coinvolgendo questa volta anche gli avvocati) nei quali si rivedesse il protocollo e si decidesse congiuntamente quali sono gli accordi e le iniziative condivise possano essere effettivamente attuate e poi procedere in tal senso.
    Infine debbo dire, senza polemica, che l’intervento del dott. Steffenoni sul tema mi ha lasciato un po’ perplesso in quanto le sue osservazioni severe potrebbero avere una effettiva valenza se poste da un mero osservatore, seppur critico, dell’universo carcere ma non da parte dei Garante dei Detenuti, al quale si chiederebbe un intervento concreto per risolvere le varie criticità. Non è un mero osservatore ma un soggetto nominato proprio per vigilare e cercare di risolvere queste problematiche.

  9. Aurea Dissegna says:

    Il convegno ha dimostrato una sostanziale convergenza ed orientamento valoriale tra tutti i relatori intervenuti, mentre, nella parte dedicata alla Tavola rotonda, ha evidenziato a mio parere un iato, una frattura di pensiero, tra le istituzioni che a diverso titolo hanno il dovere di occuparsi di donne e bambini in carcere. Ritengo importantissima l’affermazione che ogni bambino in carcere con la madre è per tale situazione in ogni caso un bambino vulnerabile. E’ proprio per capire il grado di vulnerabilità e di conseguenza il rischio di pregiudizio a cui è esposto che è importantissimo effettuare una accurata analisi della situazione e la predisposizione di un progetto quadro adeguato ai suoi bisogni, tenendo conto ovviamente, se non in conflitto con il suo preminente interesse del volere, dei bisogni, delle necessità della madre. Il Tavolo di lavoro inter istituzionale avviato nel 2012, dall’allora Pubblico Tutore dei minori e Garante dei diritti delle persone sottoposte a restrizione della libertà personale, che è approdato alla sottoscrizione del Protocollo di intesa, aveva evidenziato proprio la necessità di elaborare un progetto individualizzato per ogni singolo nucleo mamma/bambino, che vede protagonisti la madre in primo luogo, tutte le istituzioni che ne hanno competenza ed il volontariato che affianca da anni il Carcere femminile, con pari dignità. Mi è parso di capire invece dagli interventi della direzione del carcere, sia attuale che passata, una non totale condivisione di questo orientamento. Mi ha colpito il fatto che dal 2015 il Tavolo inter istituzionale sia stato convocato solo qualche mese fa senza che fosse effettuato alcun monitoraggio in ben tre anni! Probabilmente se ci fosse stata la possibilità di discussione e un confronto periodico certe visioni diverse sul preminente interesse del minore sarebbero venute a galla e probabilmente ci sarebbe stata la possibilità di elaborare positivamente le divergenze emerse. Sono profondamente convinta del ruolo di mediazione e di facilitazione dei rapporti inter istituzionali del Garante dei diritti delle persona, che ha come mission proprio quella di far dialogare le diverse istituzioni, il volontariato, la comunità più ampia, per rendere più esigibili ed effettivi primariamente i diritti delle persone di minore età. A maggior ragione, in questo caso, facilitato da Un Protocollo di intesa sottoscritto da tutte le istituzioni interessate. Mi auguro lo faccia al più presto.

  10. Concordo con l’avv. Cristofoli Prat e la dott.ssa Dissegna: il Garante dei diritti della persona Steffenoni dovrebbe tutelare madri e bambini e avendo da anni visto l’operato dell’associazione Gabbianella e il pensiero e gli obiettivi che ci sono dietro, dovrebbe aiutare le mamme a pensare ad un futuro migliore per i propri figli, con la scuola e una vita sociale che favorisca il loro sviluppo psicofisico, dovrebbe favorire l’applicazione e il rinnovo degli accordi perchè i bambini abbiano un progetto educativo che pensi al loro futuro e non siano unicamente traghettati a scuola solo quando fa comodo. Il Garante (??) conosce la situazione all’interno dell’ICAM e il lavoro svolto in questi anni e stupiscono le sue affermazioni, che sembrano dette da una persona che non conosce o non capisce. Potrebbe intervenire in questo dibattito spiegando quale è l’obiettivo del suo lavoro.

  11. Laura Fravega says:

    Sono una volontaria dell’associazione ” La gabbanella e altri animali” e mi occupo dei bambini e delle loro madri costretti all’ICAM della Giudecca.
    Stabilire un rapporto con le madri è fondamentale, perché nessuna madre affiderebbe il proprio figlio ad una persona che non conosce.
    Ho partecipato al convegno “La rete necessaria” e ho letto con interesse tutti gli interventi espressi in questo blog condividendone ogni frase.
    Assodato che, ci sono leggi che tutelano i minori con organi istituzionali organizzati per farle funzionare, non capisco per quale motivo tali leggi non vengono applicate. La non applicazione del protocollo d’intesa, non esclude la responsabilità di chi ha il compito ed il dovere istituzionale di tutelare i diritti dei minori che vivono costretti con le madri.
    Al convegno erano presenti come relatori persone autorevoli e competenti. La mia speranza è che la garante Dott.a Gallinaro, riunisca al più presto i vari organi responsabili per decidere atti o protocolli idonei a tutelare i bambini che vivono con le madri dentro agli ICAM.
    Il diritto all’affettività genitoriale è fondamentale per una crescita psicofisica equilibrata in ogni bambino, ma spesso, frequentando la realtà dell’ICAM, mi chiedo se sia umanamente civile che bambini più sfortunati, debbano crescere all’interno di un carcere fino all’età di sei anni.
    Inoltre desidero invitare il Dott. Steffanoni (visto e sentito il suo intervento durante il convegno) a partecipare come volontario alle nostre attività che si occupano degli accompagnamenti all’asilo, al parco nei fine settimana, in spiaggia d’estate ecc. ecc. Solo così potrà rendersi veramente conto di quanta dedizione e cuore ci mettiamo nel dedicarci ai bambini.

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