La nostra presidente Carla Forcolin ha partecipato al convegno organizzato da Fondazione “Terzo Pilastro” e “Cooperativa Sociale Cecilia“, dal titolo “Genitorialità in carcere e tutela dei diritti dei figli di detenuti“, tenutosi a Palazzo Sciarra – Roma, il 18 gennaio. Subito dopo il convegno, ha scritto gli articoli che pubblichiamo qui di seguito.

Il cocarlanvegno nazionale “Tutela della genitorialità in carcere e dei diritti dei bambini e delle bambine figli di detenuti”

Venerdì 18/1/2019 si è tenuto a Roma, a Palazzo Sciarra, il convegno nazionale “Tutela della genitorialità in carcere e dei diritti dei bambini e delle bambine figli di detenuti”, organizzato da Luigi Di Mauro della cooperativa sociale Cecilia e dalla Fondazione Terzo Pilastro, presieduta da Emmanuele F. M. Emanuele.
Due gli obiettivi dichiarati del convegno: porre all’attenzione delle Istituzioni il problema della situazione particolare dei figli dei detenuti, che soffrono senza colpa per la mancanza della presenza del genitore e del suo sostegno materiale e morale; mettere in rete le associazioni che si occupano di questo tema sul territorio nazionale.

Le Istituzioni – Nella prima parte del convegno sono state ascoltate le Istituzioni, a partire dal DAP, rappresentato dal Vice capodipartimento Lina Di Domenico. Erano poi presenti: il Tribunale per i Minorenni di Roma, intervenuto con la propria Presidente, Alida Montaldi; la Camera Penale di Roma, con Cesare Placanica; il Provveditore del Min. Giustizia di Lazio, Abruzzo e Molise, Cinzia Calandrino; le figure di Garanzia della Regione e del Comune. Nella seconda parte, dal titolo “Esperienze e buone prassi” la parola alle associazioni e realtà del Terzo Settore, che si occupano di questo tema in termini concreti o lo studiano, come la prof. Ordinaria di Sociologia e Sociologia dell’Infanzia (Università di Roma tre) Marina D’Amato, il Presidente dell’Istituto Studi sulla Paternità, Maurizio Quilici, o anche ai Direttori di Case Circondariali che hanno particolarmente a cuore il problema e hanno fatto in modo che nelle realtà da essi dirette ci fossero esperienze pilota.
Chi ora scrive fa parte del mondo del volontariato rappresentato nel convegno da: “A Roma Insieme-Leda Colombini”, “Bambini senza sbarre”, “La gabbianella e altri animali”, ma anche, in senso ampio, “Save the children”, e dalla stessa “Cooperativa soc. Cecilia”, che ha organizzato il convegno.

Esperienze e buone prassi – Proprio per questo l’elemento che più le è balzato agli occhi è la somiglianza tra le attività di coloro che lavorano in carcere: 1- lo sforzo di dare degli ambienti adeguati all’incontro tra padri e figli, ambienti colorati, che parlino il linguaggio allegro della fantasia dei bambini e non della severa sobrietà di un istituto di pena. In particolare aree verdi, dove accogliere i bimbi e dove poter giocare con loro; 2-coinvolgere i padri nell’inventare fiabe per i bambini, perché le stesse creano un senso di intimità; 3-facilitare il contatto diretto padri-figli, sia facendo in modo che gli stessi facciano qualcosa insieme, sia facendo in modo che i genitori possano prendersi cura dei bambini (molto significativa l’immagine di un padre che cambiava il pannolino del figlio piccolissimo durante un colloquio); 4- l’utilizzo del teatro dei burattini; 5- il gioco svolto insieme, e tra i giochi anche la “partita del cuore”, organizzata da Lia Sacerdote, fatta giocando a calcio, dove evidentemente si può. E naturalmente, fare accordi con le Istituzioni, come il “Protocollo d’Intesa tra Ministero della Giustizia, Autorità Garante per l’Infanzia e l’adolescenza e “Bambinisenzasbarre” o il travagliato Protocollo Interistituzionale della Regione Veneto.

Problematiche comuni – Anche i problemi delle associazioni nella relazione con il carcere sono simili: convincere i direttori sul fatto che l’incontro con i figli negli ambienti appositamente creati non è un premio al padre detenuto, ma un diritto del bambino e che le aree verdi vanno sfruttate davvero; convincere gli enti locali a farsi carico delle spese che competono loro, in particolare riguardanti il pagamento di persone e mezzi di trasporto per accompagnare i bambini che vivono negli Icam o nei nidi alla scuola dell’Infanzia; permettere ai bambini di incontrare regolarmente entrambi i genitori, anche se gli stessi sono separati e uno dei due non vuole favorire l’incontro del figlio/a con l’altro; proteggere la stabilità di vita dei bambini dai genitori stessi, dando loro un po’ di “normalità”; proteggere in particolare i bambini portatori di disabilità, che soffrono in modo particolare, perché più fragili.
Torna inoltre il problema della territorialità: il detenuto, come ricorda Susanna Marietti dell’Associazione Antigone, ha diritto a scontare la pena vicino alla casa in cui vive la sua famiglia. Anche le strutture come gli Icam e le case-famiglia dovrebbero essere sparse sul territorio, dove si potrebbero utilizzare – sostiene la sottoscritta – anche case-famiglia preesistenti, per non spendere del denaro pubblico in opere inutili,che potrebbero essere sotto utilizzate.

Garanti Nazionali – Il convegno è stato chiuso da due interventi dei Garanti Nazionali: Filomena Albano (per l’Infanzia e l’Adolescenza) e Daniela De Robert (per le persone private della libertà personale). La dott. Albano ha rilevato che, mentre quest’anno la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e l’Adolescenza di New York compie 30 anni, i figli dei detenuti sono bambini soli, ad alto rischio di stigmatizzazione sociale e di bullismo e molti diritti individuati dalla Convenzione stessa non sono da essi goduti. Le autorità garanti, tra i tanti ruoli che hanno, hanno pure quello di “fare rete” con il Terzo settore, nel monitoraggio della Convenzione.
La dott. De Robert ha sottolineato che chi vive in carcere non è separato dall’intera società e i rapporti con il Terzo Settore sono fondamentali, perché il carcere non deve bastare a se stesso. Ha ricordato che tantissimi detenuti/e hanno i figli troppo lontani per incontrarli di persona e che, per questo, i rapporti tramite cellulari e Skype devono essere permessi e favoriti, mentre oggi vengono vanificati spesso dalla semplice intestazione del cellulare.
Ha ricordato che, mentre la cultura sui figli dei detenuti va cambiando positivamente, a Roma, dove c’è il carcere femminile più grande d’Europa, con 300/400 donne, i bambini non vengono accompagnati alla scuola dell’Infanzia e nel Lazio non c’è un Icam. Ancora molto rimane da fare.

Di Mauro ha concluso dicendo che i diritti dei bambini devono diventare esigibili.

Logiche conseguenze dell’applicazione dell’art. 15 bis della legge 1- 12-2018 n. 132 circa la “Tutela della genitorialità in carcere e i diritti dei bambini e delle bambine figli di detenuti”

Il convegno tenutosi a Roma su “Tutela della genitorialità in carcere e dei diritti dei bambini e delle bambine figli di detenuti”, del 18/1/2019, si è svolto in un momento di particolare fervore di studi, lavori e decisioni riguardante i bambini che vivono in carcere con le madri, nei nidi e negli ICAM, e anche i figli dei detenuti in generale. Momento che purtroppo è seguito al noto e tragico gesto di disperazione e follia di una madre detenuta nel carcere di Rebibbia in settembre, e che ha portato alla morte dei suoi bambini.
L’associazione “La gabbianella e altri animali” ha organizzato il 12 ottobre 2018 il convegno “La rete necessaria”, dove la Garante Regionale dott. Gallinaro, si è impegnata a riunire il Tavolo Interistituzionale che aveva prodotto il travagliato “Protocollo d’Intesa” della Regione Veneto, che coinvolgeva nella cura dei bambini dell’ICAM l’intero sistema di protezione dei minori.
Il 20 novembre 2018, L’associazione “Bambinisenzasbarre”, ha rinnovato il “Protocollo d’intesa con il Ministero della Giustizia”, riproponendo la “Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti”, dove all’art. 1 si dice che “l’Istituto di detenzione nel quale entra un genitore con figli/i al seguito … (omissis) viene invitato a darne immediata comunicazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni e al Tribunale dei Minorenni, per le valutazioni e le iniziative di rispettiva competenza riguardanti la tutela dei bambini”.
Ma soprattutto, il 1 dicembre 2018 viene promulgata la legge n. 132, su sicurezza e immigrazione, dove c’è scritto quanto segue:
«Art. 15-bis (Obblighi di comunicazione al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni). – 1. Dopo l’articolo 11 della legge 26 luglio 1975, n. 354, è inserito il seguente:
“Art. 11-bis (Comunicazioni al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni). – 1. Gli istituti penitenziari e gli istituti a custodia attenuata per detenute madri trasmettono semestralmente al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni, del luogo ove hanno sede, l’elenco di tutti i minori collocati presso di loro, con l’indicazione specifica, per ciascuno di essi, della località di residenza dei genitori, dei rapporti con la famiglia e delle condizioni psicofisiche del minore stesso. Il procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni, assunte le necessarie informazioni, chiede al tribunale, con ricorso motivato, di adottare i provvedimenti di propria competenza.
2. Il procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni, che trasmette gli atti al medesimo tribunale con relazione informativa, ogni sei mesi, effettua o dispone ispezioni nei medesimi istituti indicati, ai fini di cui al comma 1. Può procedere a ispezioni straordinarie in ogni tempo.
3. I pubblici ufficiali, gli incaricati di un pubblico servizio, gli esercenti un servizio di pubblica necessità, che entrano in contatto con il minore di cui al comma 1 debbono riferire al più presto al direttore dell’istituto su condotte del genitore pregiudizievoli al minore medesimo. Il direttore dell’istituto ne dà immediata comunicazione al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni”.

Si tratta di novità importanti, che però non sarà facile applicare, perché implicano molto lavoro impegnativo e non rituale.
La prima lettura che si potrebbe dare alla legge è “contro” i genitori detenuti, ma le condotte pregiudizievoli dei genitori sono piuttosto rare. Si possono leggere le nuove indicazioni anche come forma di tutela dei bambini, per i quali devono essere predisposte prassi virtuose dalle istituzioni in rete tra di loro e, dove possibile anche con il Terzo Settore. I bambini hanno bisogno di uscire regolarmente dal carcere sia per andare all’asilo nido e alla scuola materna, sia per incontrare i membri della famiglia (il padre in modo particolare) che vivono all’esterno. Le istituzioni devono vigilare su questo: si pensi che nel carcere femminile più grande d’Europa, quello di Rebibbia, i bimbi non vengono accompagnati alla scuola dell’Infanzia esterna e a Roma manca un ICAM. Ci si attende che l’applicazione dei principi di tutela dei bambini, da parte delle Istituzioni, che da sempre sono preposte a questo, si attui e si risolva in provvedimenti che riducano la indiretta carcerazione dei piccoli, permettendo di collocarli, quando si può, in strutture come case-famiglia, con le madri. Infine, spesso nei nidi e negli Icam ci sono bimbi disabili, che le mamme portano con sé perché essi della mamma hanno più bisogno o perché fuori non c’è nessuno capace di accudirli. Per questi bambini, le risposte del sistema di tutela dei minori, che l’articolo 15 bis della legge n. 132 chiama in campo, non possono essere condizionate dai problemi economici degli enti locali. Per i casi particolari, purtroppo frequenti, ci vuole una grande sinergia di forze. Fare rete all’interno delle istituzioni e tra le stesse e il mondo del volontariato, nella tutela di questi bambini, è quanto mai necessario.

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