Capitolo I – IL gabbianello Marco e altri animali

Ufficialmente il primo statuto della Gabbianella è stato approvato il 9/9/99. Si trattava di uno statuto ingenuo, scritto da me e rivisto da un funzionario comunale, in cui si diceva che volevamo far arrivare ai politici la voce delle famiglie che non potevano adottare un bambino/a, pur desiderandolo immensamente, perché aggiornassero la legge che regolamentava l’adozione.
Volevamo far sapere loro che esistevano delle coppie dove la differenza di età tra i coniugi, di dieci anni o più, impediva di fatto ad alcune coppie l’adozione e che le persone non sposate potevano adottare bambini con serie disabilità, ma non potevano adottare dei bambini normodotati con cui avevano avuto rapporti importanti e continuativi. Facevamo presente anche la realtà del nostro paese, dove i bambini fuori famiglia erano allora all’incirca 25.000 e le coppie che avevano fatto domanda d’adozione erano allora circa 23.000, ma poi le adozioni che venivano realizzate erano circa 1.000 all’anno per le nazionali, 3.500 per le internazionali, a fronte di una marea di bambini bisognosi di cure e di famiglia nel mondo. Marea di bambini, non di bambini dichiarati adottabili nei paesi d’origine, che allora come oggi, erano solo una piccola frazione dei bambini orfani o abbandonati.
L’attività della Gabbianella cominciò con la raccolta di storie che raccontavano tutto questo, nel libro “Il gabbianello Marco e altri animali”, edito da Daniela Piazza di Torino, amica di una socia fondatrice, Germana Daneluzzi, che ci pubblicò senza finalità di lucro, perché credeva nella nostra causa. L’associazione nasceva in settembre e in ottobre usciva il libro.
Furono fatte solo 1.000 copie del volumetto, che fu portato da un senatore veneziano, Giorgio Sarto, in Parlamento. “Il gabbianello Marco” fu letto da molti parlamentari, tra cui Anna Serafini, allora presidente della Commissione bicamerale Infanzia, e stimolò proposte di riforma della legge 184/83, che allora regolamentava, come regolamenta oggi, l’adozione.
Il sociologo Gianfranco Bettin ne fece la prefazione e scrisse: “Il gabbianello Marco e altri animali” – che oltre che un titolo suggestivo, è la rievocazione del nome, evocativo a sua volta, dell’associazione che ha prodotto questo libro, e che si batte per la riforma dell’adozione – testimonia di un conflitto antichissimo e per certi versi, insormontabile e irrisolvibile. Il conflitto che spesso oppone istituzioni, leggi, procedure a sentimenti, scelte, motivazioni degli uomini e delle donne in carne ed ossa, nella loro vita reale”.
Aveva ragione G. Franco Bettin! Tutta la vita della Gabbianella è stata spesa nel tentativo di umanizzare le leggi e le procedure che dovrebbero essere state create per il bene di bambini, nel loro “superiore interesse” e che spesso invece a tutto ubbidiscono, fuorché a quell’interesse.
Quando un giudice o un’assistente sociale autorevole (cioè, qualcuno che conta, all’interno della macchina piena di ingranaggi che decreta affidamenti e adozioni o decide la decadenza della responsabilità genitoriale) si fa un’idea circa le condizioni di vita di una bambina/o, spesso non consulta gli adulti di riferimento di quel bambino e lo stesso minorenne, soprattutto se ha meno di 12 anni. Il mancato ascolto dei bambini e degli affidatari è una vecchia piaga della giustizia minorile e il sogno dell’ex direttore della rivista “Minori Giustizia”, il già magistrato Pier Carlo Pazé, di riunire attorno al collegio giudicante tutti coloro che hanno qualcosa da dire su di un bambino (genitori o sostituti genitoriali, maestri, pediatri, assistenti sociali, amici) prima che i giudici prendano delle decisioni, ascoltando tutti e decidendo poi, resterà un sogno.
Quando un piccolo viene costretto a lasciare una famiglia che considerava la sua e dove era trattato bene, come succede ancora in certi affidamenti, chi gli impone il doloroso, a volte terribile cambiamento, racconta che il piccolo supererà il dolore del presente e anzi lo dimenticherà … come se non ci fosse stato spiegato dai tempi di Sigmund Freud che proprio i traumi infantili pesano per la vita intera, creando personalità distorte e sofferenti.
“La gabbianella” si è battuta fin dal suo sorgere perché i bambini avessero una vita il più possibile serena nell’infanzia, nelle diverse situazioni in cui dovevano vivere, fermo restando che tra i diritti fondamentali dell’infanzia c’è quello di avere una famiglia, cioè due genitori e dei fratelli, con annessi nonni e altri parenti oppure altri tipi di famiglia. Famiglie monogenitoriali, famiglie omosessuali, famiglie ricostruite, famiglie diverse, dove però c’è almeno un adulto che tiene in mente, mette al primo posto nella propria vita relazionale, il bambino di cui ha deciso di prendersi cura. Proprio come aveva fatto il gatto Zorba (maschio e mammifero) nei confronti della gabbianella Fortunata (femmina e ovipara) nel romanzo di Luis Sepulveda dal titolo: “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”.
Le storie che entrarono nel “Gabbianello Marco” le problematiche che ne furono toccate provenivano da tutta Italia. Infatti, se a Venezia si erano consumate alcune vicende, altre storie venivano da altre città italiane. I primi soci si erano incontrati solo rispondendo ad una lettera di una signora bolognese, Lina Sini, che aveva esposto la sua situazione in una rubrica del giornale Repubblica, curata dalla giornalista Barbara Palombelli.
Un’associazione non ha solo bisogno di uno statuto e di alcuni soci, ma deve avere anche una sede, un direttivo, una segreteria. La sede, bellissima (un palazzo del 1500), e altre forme di collaborazione ci furono offerte con totale semplicità e naturalezza da chi allora gestiva il Centro Culturale Valdese di Venezia, Pierino Grill e da sua moglie, Sandra Rizzi. Soldi agli inizi non ne servivano quasi, perché gestire la segreteria era meno difficile di adesso e chi lo faceva considerava la cosa semplice contributo volontario alla causa comune. La segretaria del Centro Culturale Valdese di allora, Marzia Disarò, aiutava con grande professionalità al bisogno. Da parte mia usavo molto il fax di casa e ricordo ancora il socio più giovane della Gabbianella, Jacopo Alabiso, che mi insegnò a fare delle cartelline su di un computer per tenere ordinati gli argomenti di cui ci si occupava. Nessuno si preoccupava troppo dei soldi che non avevamo, ma tra le quote dei soci e le prime offerte che giunsero riuscimmo ad arrangiarci e a far quadrare il bilancio.
Nel marzo del 2001 fu varata la legge 149/01, riforma della legge 184/83, dove si decise che gli orfanotrofi sarebbero stati soppressi e sostituiti da un forte incremento dell’affidamento familiare e dalla trasformazione degli istituti in case-famiglia. Si cercava di rendere più realizzabile il diritto di ciascun bambino ad avere una famiglia o almeno di vivere in un luogo che ad una famiglia assomigliasse. Di certo la differenza tra case-famiglia in cui gli adulti vivevano con i bambini o ragazzi e le case-famiglia in cui c’era degli educatori che si turnavano era evidente. Vennero cancellati luoghi in cui alcune suore (talora splendide e talora aspre) vivevano con tanti bambini e vennero sostituiti da altro genere di istituti. A volte semplici lavori in muratura fecero diventare dei grandi istituti delle case-famiglia.
Ma almeno l’affidamento veniva rivalutato e praticato.
La nuova legge, accogliendo in pieno una delle nostre richieste, prevedeva anche che la differenza di età tra i coniugi adottanti e l’adottato/a potesse essere di 45 anni, dal coniuge più giovane non più di soli 40 dal coniuge più anziano.
Fu così che Lina Sini, che aveva dato il via all’associazione con la sua lettera al giornale “Repubblica” poté adottare!


