Progetto educativo triennale presso l’Istituto di Pena Femminile (2007/2010)
Nel 2007 iniziò il Progetto Educativo, divenuto poi triennale, rivolto alle mamme e ai bambini della Sezione Nido.
“Speriamo che i bambini e le loro mamme non debbano perdere tutto quello che sono riusciti a conquistare fino ad ora,
speriamo che i bambini possano ancora uscire con regolarità,
speriamo che le loro mamme possano ancora avere uno spazio tutto per loro,
speriamo che tutto il lavoro fatto in questi anni non vada dimenticato,
speriamo che i bambini, carcerati senza colpa, non vadano dimenticati.”
Nel ripensare al lavoro svolto negli anni della nostra collaborazione con “La Gabbianella” all’interno del progetto educativo svolto nel Carcere Femminile della Giudecca, abbiamo ripreso in mano le tracce di una relazione che così si chiudeva, con le parole di speranza sopra riportate.
Non è sempre stato facile chiarire la natura del progetto e lo scopo di offrire un sostegno alle detenute nel loro ruolo genitoriale, al posto di offrire un aiuto materiale.
Si è rivelato particolarmente difficile dare continuità nello svolgimento dei colloqui, in parte per la particolarità delle vicende che caratterizzavano la vita delle mamme e dei bimbi (una settimana per l’altra le mamme cambiano), in parte forse anche per la difficoltà e l’impegno emotivo che implicava il costruirsi di relazioni stabili. Lo spazio comune del salone (a quei tempi non esisteva l’ICAM!) è stato vissuto spontaneamente dalle donne e consentiva loro di avere accanto il gruppo delle altre mamme, oltre che dei bambini.
Siamo partite un po’ “rigide” proponendo spazi per colloqui individuali e ascolto alle mamme, ma presto abbiamo capito che dovevamo muoverci da qualcosa che fosse loro più vicino e facile, meno minaccioso, e così ci siamo messe a giocare con i bambini, abbiamo piano piano allestito insieme gli spazi del nido e abbiamo improvvisato un laboratorio di cucina.
Il cibo ci era sembrato un buon punto di partenza: il cibo si può manipolare, la cucina è un’attività che si presta ad essere svolta insieme, cucinando si diventa amiche. E i ricordi si portano alla luce, le lingue si sciolgono. Preparando le merende o le festine per i compleanni, le mamme hanno finito per raccontare qualcosa della loro stessa infanzia, del loro vissuto. Quando si ha un figlio piccolo è giusto ritornare col pensiero alla propria infanzia, fare bilanci di questo tipo: “Vorrei che mio figlio/a avesse alcune cose che io ho avuto”, oppure “Vorrei che mio figlio non dovesse soffrire come io ho sofferto”. Si vuole dare anche a lui/lei il cibo buono (reale e metaforico) che si ha ricevuto, gli si vuole evitare ogni esperienza triste (fame, sofferenza, umiliazione e povertà).
Negli anni successivi (2008-2009 e 2010) gli obiettivi si sono leggermente modificati, anche rispetto alle esigenze delle donne ospiti in quel momento, ma sono sempre stati rivolti a migliorare, per quanto possibile, la quotidianità delle mamme e dei loro figli.
Agli inizi noi pensavamo all’educazione alimentare come ad una sorta di lavoro per convincere le mamme a non dare biberon di coca cola ai bimbi e simili, presto ci fu chiaro che l’educazione alimentare non è che un aspetto del dialogo sul rapporto madre/figlio/a. E’ chiaro che più le donne riescono a parlare di sé, più si prendono cura dei loro piccoli, più cercano di nutrirli bene. Nutrirli con cibo cucinato e non solo acquistato o ricevuto in fredde confezioni già pronte. E magari nutrirli con maggiori attenzioni, con la comprensione che mandarli all’asilo è importante, con la comprensione che dopo l’asilo dovranno frequentare la scuola materna e le altre classi.
Come si programmano i pasti, così va programmato il futuro per i bambini e così nascevano via via domande e riflessioni sempre più importanti, ma nascevano da loro stesse, potevano parlarne ed esprimere le loro preoccupazioni, i loro timori e così spesso si interrogavano su cosa sarebbe stato dei loro bambini una volta compiuti i tre anni mentre la mamma sarebbe stata ancora in carcere.
Le ore trascorse nel “nido” sono trascorse in parte con le sole mamme, dedicando loro uno spazio in cui poter parlare delle loro preoccupazioni (l’uscita dei figli al compimento del terzo anno, le pene da scontare, le famiglie e le amicizie lasciate a casa), in parte anche con i bambini, aiutando le mamme a partecipare ai loro giochi e alle loro attività manuali e a collaborare tra loro anche se di etnie e culture diverse.
“Attraverso la cura dei figli le mamme hanno potuto pensare anche alla cura di se stesse, hanno frequentato la scuola interna al carcere, imparando a leggere e a scrivere, hanno imparato a pretendere alcuni diritti per i loro figli e sono riuscite a collaborare sempre di più tra loro e con le volontarie.”
Questo è uno spaccato del progetto educativo che abbiamo svolto e che però ci sembra possa rappresentare bene da dove siamo partite e dove abbiamo cercato di arrivare…
Allo stesso modo, l’esperienza della spiaggia, iniziata nel 2009 e proseguita negli anni ha permesso di instaurare un rapporto di fiducia sempre più stretto, che ha fatto scoprire alle donne relazioni buone magari mai conosciute prima.
Questo progetto, denominato “Giocare liberamente” è nato dal desiderio e dalla necessità di offrire ai bambini ospiti del carcere femminile della Giudecca, uno spazio “aperto” dove trascorrere le giornate estive. Il progetto voleva anche essere un punto di riferimento per tutte quelle situazioni provenienti dalle Municipalità, dalle cooperative e dalle comunità del territorio, che avessero avuto bisogno di un riferimento estivo.
Grazie al finanziamento del Centro Servizi del Volontariato di Venezia e alla municipalità di Venezia, è stato possibile pagare la capanna per tutta la stagione, attrezzarla con quanto necessario per i bambini (giochi, asciugamani, costumi, ecc) e pagare il rimborso spese agli accompagnatori che hanno portato i bambini in spiaggia.
Nell’ultima stagione i bambini, forse perché più autonomi o perché le mamme più serene, hanno potuto a volte trattenersi anche nel pomeriggio.
Questa ulteriore esperienza è stata per i bambini una grande opportunità di socializzazione, si sono notati notevoli miglioramenti nelle loro capacità di comunicazione, di relazione e di autonomia. Questo ha permesso una maggiore collaborazione e una serenità che i bambini sono riusciti a trasmettere anche alle loro mamme detenute, creando così all’interno della sezione Nido del carcere un clima sereno e di fiducia verso l’associazione e la direzione stessa che ha permesso tutto questo e favorendo anche l’inserimento successivo al Nido comunale.
Tutto il lavoro svolto in quegli anni ha portato ad un sensibile miglioramento del clima della Sezione Nido, un clima di fiducia che ha permesso di far emergere vissuti a volte anche molto personali.
Ripensando a quegli anni ci rendiamo conto di quanto abbiamo ricevuto in termini di relazioni umane e di quanto quelle donne e quei bambini hanno contribuito a creare il modo in cui lavoriamo e hanno cambiato lo sguardo con cui guardiamo al nostro lavoro.
Saremo sempre grate alla “Gabbianella” per averci dato l’opportunità di fare queste esperienze e per avere avuto fiducia in noi.
Dott.ssa Francesca Emili
Dott.ssa Eleonora Ruggenini


