Samuel e Veronica nacquero a Brescia il 24 settembre 2001, da Elsa A, immigrata clandestinamente in Italia e presto finita in carcere. Per fortuna nacquero gemelli, potendo così sostenersi a vicenda nella loro difficile vita. Lei sorella e madre per lui, lui fratello e padre per lei.
Crebbero in carcere con la mamma nel “nido” del carcere femminile di Venezia-Giudecca. Quando stavano per compiere tre anni, l’età in cui allora si doveva uscire dal carcere (oggi il tempo della indiretta detenzione dei bambini è raddoppiato) fu chiesto a me, presidente della Associazione “La gabbianella e altri animali”, che si occupava di affidamento, di trovare una famiglia disponibile ad accoglierli. Era agosto, il periodo più difficile per simili cose, i bambini erano due, la madre in prigione e non trovavo nessuna disponibilità. Fu così che, andata in carcere per conoscerli, davanti allo sguardo fiducioso dei bambini e implorante della loro madre, finii per prenderli io con me.
“Volete uscire per fare una passeggiata?”, chiesi loro. “Volete che vi regali qualcosa?”. Samuel annuì, mi infilò la manina nella mano e mi disse “Bolle”. Pensai che dicesse “ball”, che volesse una palla, invece voleva le bolle di sapone! Veronica si ritrasse, “Io non posso”, disse con comica diplomazia, ma vedendo il fratello deciso ad uscire cambiò subito idea. Si fidarono e si affidarono a me subito e io li trovavo talmente splendidi da metterli al primo posto nella mia vita, nonostante avessi un amore, un’associazione, una madre vedova a cui pensare.
Rimasero con me in affidamento per un anno e mezzo, durante il quale ottenni per loro, com’era giusto, il permesso di soggiorno, senza il quale non si poteva avere pienamente l’assistenza sanitaria. Ero io ad accompagnarli dalla madre due volte a settimana, poi, grazie anche all’avvocato che le avevo procurato, Elsa uscì prima e fu accolta nella casa-famiglia S.Pio X, sempre nell’isola della Giudecca, dove i bambini frequentavano anche la scuola materna. Restammo vicini per un altro anno e mezzo, durate il quale anche la madre ottenne il permesso di soggiorno. L’affido era ufficialmente finito, ma il nostro rapporto era più vivo che mai: i bambini stavano con me tutte le volte in cui la mamma lavorava (era stata assunta dalla Cooperativa “Il Cerchio”); di festa; quando la mamma voleva uscire per conto proprio o fare straordinari sul lavoro; quando la casa-famiglia me lo chiedeva, insomma spessissimo. E io continuavo a portarli al mare, in montagna, al campeggio, in bicicletta, sugli sci, spesso per vacanze che duravano a lungo, dove loro con me erano bravi e ubbidienti e mi davano grandi soddisfazioni.
Ho raccontato la storia di questo affidamento gemellare ad una single nel libro “Mamma non mamma”, che fu edito da Marsilio, nel 2007 per volontà del prof. Cesare De Michelis, che lo apprezzò. Il libro fu prodotto in tremila copie e piacque sempre a tutti, fu perfino letto per radio e poi fu rifatto da una casa editrice che ebbe vita breve, Fuoristampa.it. Ora ce n’è forse qualche copia su “Amazon”.
I bambini cominciarono la prima elementare, nel 2007. Fecero le “prove di ingresso”, in quanto stranieri, e le maestre mi dissero che erano stati bravissimi. Io non avevo alcun dubbio in merito: non solo avevano imparato l’italiano da me e non dalla madre, ma poi nel tempo avevano imparato un mucchio di cose ed erano intelligenti. In una breve vacanza sugli sci in Alto Adige avevano vinto entrambi una gara contro i bambini di madre lingua tedesca, prendendosi una “medaglia” d’oro e d’argento. E sapevano nuotare già con la testa sott’acqua, andare in bicicletta sulle strade dietro a me, muoversi in montagna con gioia da rifugio a rifugio, ascoltare fiabe e racconti, ecc.
Un giorno, fulmine a ciel sereno, la madre mi disse che aveva deciso di portarli in Nigeria, su richiesta del padre, che voleva conoscerli. I bambini la implorarono “Vai tu, noi restiamo qui con Carla, abbiamo appena cominciato la scuola!”, ma lei non volle e li portò via con sé.
Cominciò un periodo travagliatissimo, in cui mi arrivavano telefonate disperate da madre e figli, in cui mi dicevano che stavano malissimo e che il marito-padre non li voleva lascar ripartire. Per un anno Elsa litigò con il marito, che aveva costruito, nella sua assenza di ben sette anni, una nuova famiglia, poi abbandonò marito e figli e tornò in Italia da sola.
Samuel e Veronica furono lasciati al padre, che rivendicava il suo diritto di proprietà su di loro, così dopo avere perso la qualità di vita che avevano avuto in Italia e le cure che io davo loro, persero anche la madre. Quando lo seppi, decisi di andare a vedere dove fossero e, con enorme difficoltà, riuscii a convincere il padre, A. U., ad accogliermi. Aveva fatto da intermediario tra me e il padre un signore nigeriano che in Italia allora faceva il venditore ambulante e che conoscevo perché talora comperavo qualcosa da lui.
Quando atterrai all’aeroporto di Lagos, non riconobbi i bambini, che non vedevo da circa un anno: dovettero dirmi che i due scheletrini che mi stavano davanti erano loro. Li avevo lasciati vivaci e cicciottelli e li ritrovavo spenti nello sguardo e curvi nella postura, di una magrezza patologica, con la pelle opaca, incapaci di guardarmi. La bambina, a cui la madre faceva sempre splendide treccine, era stata rasata a zero, come il fratello. Mi sembravano perfino più piccoli di statura, di certo non erano cresciuti di un millimetro.
Anche questo viaggio tragico fu da me raccontato in un libro, edito da F. Angeli nel 2016, “Mamme dentro”. Il libro tratta delle madri detenute, ma volli parlare del viaggio perché, dopo avere toccato con mano quanto il migrare nei paesi dei genitori poteva far deperire e soffrire dei bambini cresciuti come i nostri figli, le autorità italiane non ignorassero tale realtà. Scrissi al Tribunale per i Minorenni di Venezia, che istituì un tavolo interistituzionale, in cui la Presidente del T.M. diede l’incarico all’allora Garante dei Diritti dei bambini e dei detenuti, prof. Aurea Dissegna, di stendere un protocollo d’intesa interistituzionale (Tribunale, Procura, Questura, Comune, Direzione Carcere, Direzione Uiepe, Conferenza dei Sindaci e la APS “La gabbianella e altri animali”, la mia associazione) in cui si stabilissero forme di collaborazione tra le Istituzioni, per tutelare i diritti dei bambini prima, durante e dopo la carcerazione della madre. Il protocollo fu subito inserito nel sito del Ministero di Giustizia, ma non fu mai attuato dalla Direzione del Carcere. Per un periodo però e forse tuttora le madri ex-detenute, a fine pena, non furono costrette a lasciare l’Italia con i figli, ma piuttosto furono aiutate a lavorare e a vivere dove i bambini erano cresciuti.
Intanto il mio viaggio mi aveva fatto conoscere il padre di Samuel e Veronica e tutta la sua famiglia. Lui mi lasciò i figli per una giornata intera, mentre io ero ospite presso l’arcivescovado di Benin City, e mi accorsi che i bambini avevano entrambi la malaria e che avevano accumulato una serie di ferite psicologiche inimmaginabile. Ma ciò non ci impedì di giocare a nascondino con trepidazione. “Prima c’eri e poi non ci sei più stata, ora sei qui”, pareva mi dicessero, abbracciandomi, ogni volta che li trovavo…
Papà A. mi disse che, ora che mi aveva conosciuto, mi avrebbe lasciato crescere i suoi figli; che, se fossi riuscita a procurare loro di nuovo i documenti necessari (erano nel passaporto con la madre, non avevano un passaporto personale), avrei potuto riportarli in Italia. Lo disse anche ai bambini e io, dopo questa promessa, li vidi cambiati nella postura e nello sguardo. O meglio, così fu per Samuel, che era ingenuo come me, non per Veronica, che era più concreta e insieme più intuitiva. Io tornai subito da Benin City a Lagos dove mi recai in ambasciata ed ottenni la promessa che saremmo stati aiutati. In Italia andai subito alla Questura, la stessa che aveva rilasciato il permesso di soggiorno ai bambini, ed anche qui mi promisero aiuto, ma poi … A. mi disse che aveva cambiato idea.
Per 12 anni non ci sentimmo quasi più. Tranne una volta in cui lo zio materno emigrato in Inghilterra, andò a trovarli. Erano presso una zia, che li cresceva con amore. Ci vedemmo con una videochiamata. Mi parvero in condizioni molto migliori rispetto a quelle della volta precedente. Ogni tanto la madre, che nel frattempo era andata in Germania, mi telefonava e mi dava loro notizie. Da lei seppi però un brutto giorno che la zia “buona” era morta in un incidente automobilistico e che i bambini erano tornati presso il padre e sua moglie.
Cercai di avere di nuovo loro notizie tramite un frate cappuccino nigeriano che incontrai nella mia parrocchia e stava per rientrare a Benin City. Gli diedi tutti i vecchi numeri di telefono che avevo e lui parlò con il padre, che un bel giorno mi telefonò all’improvviso e ci permise di salutarci. Un’emozione profonda travolse me e i ragazzi nel vederci sullo schermo del telefono, in videochiamata. Veronica mi disse subito, in inglese, perché avevano dimenticato l’italiano: “Carla, you look old!” e mi strappò un sorriso…
Dopo esserci ritrovati tramite whatsapp non abbiamo più smesso di sentirci regolarmente e senza chiedere ormai permesso a nessuno. Chiesi ad A. se non voleva che i ragazzi avessero una formazione universitaria europea e lui disse che, al raggiungimento della maggiore età, 18 anni, avrebbe mantenuto la vecchia promessa di lasciarli venire da me. Promessa che di nuovo non mantenne e anzi stabilì che avrebbe mandato i figli lui all’università di Benin City e che li avrebbe lasciati venire in Italia quando si fossero laureati.
Incredibilmente, questi due giovani, figli di genitori analfabeti o quasi, si laurearono. In sociologia lui, in scienze biologiche lei. Nel giugno 2024, Samuel mi chiese se fossi disposta ancora ad accoglierli da me e cominciò a chiedere il passaporto per sé e per la sorella.
Da allora è cominciata un’altra storia pazzesca: i passaporti dei ragazzi dicevano che erano nati a Benin City e non a Brescia, come era vero. Inoltre non si poteva avere un posto libero per un appuntamento in ambasciata fino a novembre 2024. Nell’attesa hanno chiesto la correzione dei passaporti, che però a novembre 2024 non erano pronti.
Quindi sia a me che a loro è venuto in mente che avrebbero potuto studiare in Italia, ma ancora per avere i documenti per fare le richieste per essere accolti nelle varie università in Italia si doveva aspettare e pagare e i nomi riportati sul passaporto corretto non corrispondono a quelli dei documenti universitari. Siamo tornati al visto turistico. Ed ora di nuovo sembra che l’agenzia che deve procurare l’appuntamento in ambasciata dica che è quasi impossibile ottenere il visto turistico. Di certo ai ragazzi non viene nemmeno offerta questa possibilità, perché non viene dato loro un primo appuntamento per poter chiedere il visto e presentare l’incartamento necessario ad ottenerlo.
Ho cercato di mettermi in contatto con il Ministero degli Esteri e ci sono riuscita, sia pure a fatica. Mi è stato detto che la mail in cui raccontavo la storia dei ragazzi era stata inoltrata all’ambasciata italiana in Nigeria. Mentre scrivo però tutto tace, i ragazzi sono in Nigeria e comunichiamo a distanza, un po’ tristemente.
Ed ecco cosa ci ha scritto Veronica.


