Accogliere
l’Associazione La Gabbianella tra le mura di Palazzo Cavagnis,
questo palazzo veneziano ricco di storia, non fu solo un piacere, ma
un onore.
Mio
marito ed io conoscevamo Carla Forcolin in quanto tutti membri del
CAI, ma soprattutto condividevamo la passione e lo sconcerto di
fronte ai dettati legislativi sull’adozione in merito al divieto di
adozione per le singole persone.
Il mio lavoro di assistente in un istituto per minori piemontese, proprio alla fine degli anni 60, mi aveva già portato a incrociare numerose situazioni familiari difficili, con bambini affidati ai servizi sociali. Era il tempo degli Enti come l’ONMI, il tempo delle lacerazioni fisiche e affettive, delle udienze al Tribunale dei Minori. Un tempo di insicurezze, dubbi, dimenticanze, constatazioni di stati di abbandono che sembravano non rappresentare un problema né per la legge né per l’apparato statale.
Erano gli ultimi anni ’60, e in quegli istituti i bambini, in chiaro stato di abbandono, attendevano un segno: una visita dei genitori o dei parenti. Ci sembrava di essere tra le poche strutture a segnalare al Tribunale dei Minori lo stato di abbandono, e le udienze per la dichiarazione di adottabilità erano laceranti, perché solo in quel momento alcune famiglie sembravano ricordare di aver abbandonato un figlio.
Continuo però a ricordare con affetto e speranza quei bambini che sono stati accompagnati verso nuove famiglie e nuove prospettive di vita.
Durante una camminata in montagna, Carla parlò a Pierino e a me del suo progetto di far capire ai politici, attraverso testimonianze scritte raccolte in un libro, la realtà dell’adozione nel nostro paese. Non potevamo che aprire le porte alla speranza.
Abbiamo condiviso l’ansia delle prime riunioni, il percorso per la pubblicazione del libro e i vari iter burocratici per costituirci in associazione, ma anche la gioia e la consapevolezza di aver contribuito a seminare riflessioni positive su problematiche legate ai minori, spesso dimenticati in istituti privi di affettività.
Poi lasciammo Venezia e ci allontanammo fisicamente dall’Associazione e dal suo fulcro. Le notizie si fecero frammentarie, ma l’interesse è rimasto vivo fino ad oggi.
Auguro a tutti i bambini che non hanno una famiglia d’origine in grado di crescerli, di poter costruire la propria personalità e il proprio futuro in un contesto sociale che rispetti i loro diritti di persone, dove il rispetto reciproco diventi un valore condiviso da tutti e tutte.


