Passa la legge 173/2015
Ormai mi ero rassegnata: non credevo più che la legge che avrebbe evitato dolorosissimi distacchi e cambiamenti di famiglia ai bambini sarebbe più passata. Troppe volte “La Gabbianella” si era attivata con fatica e impegno per nulla. Mi pareva incredibile che una crudeltà gratuita come quella di far cambiare famiglia ad un bambino con già alle spalle un distacco doloroso dai genitori naturali continuasse, e dopo che se n’era tanto parlato. Ma era così. Quante crudeltà volute accadono nel mondo per l’interesse di pochi o per stupide ideologie!
Ma ecco che un bel giorno mi telefona la neo-senatrice Francesca Puglisi, che mi aveva conosciuto quando collaborava con l’on. Anna Serafini, ex presidente della Commissione bicamerale Infanzia, ed aveva seguito le battaglie dell’Associazione e letto tutti i miei libri.
Francesca mi disse: “Carla, sono stata eletta in Senato. Adesso la legge sulla continuità degli affetti passerà”. Rimasi incredula e perplessa, le risposi che non ci credevo più.
Invece la senatrice Puglisi cominciò a lavorare in questa direzione dialogando in continuazione con gli altri parlamentari, con le altre associazioni, con i magistrati minorili.
Raccolse il nostro lavoro e lo proseguì con tutti gli strumenti che il suo ruolo le permetteva.
Di nuovo ci furono proposte di legge da calendarizzare, ormai non era più difficile scrivere le leggi, per il gruppo di persone che ci provavano da tempo, ma era difficile farle passare.
Quando la legge n. 173/2015 fu votata passò quasi all’unanimità, con un solo voto contrario: quello della prof. Michela Marzano, che non condivideva un punto importante della L. 173/15: quello per cui solo le coppie in possesso dei requisiti di legge avrebbero potuto adottare i bambini, che già erano in affidamento nelle loro case.
Venivano escluse così dall’adozione “ordinaria” le solite categorie di persone e coppie: coppie di fatto che non potevano sposarsi perché appartenevano a famiglie “ricostruite”, singole persone, tutti coloro che non erano sposati, o coloro che, pur decidendo di sposarsi, non vivevano insieme da almeno tre anni.
Anch’io era fortemente incerta se accettare una legge così concepita, per mettere tutte le forze politiche d’accordo, ma il titolo della legge era questo: “Circa il diritto del minore in affidamento alla continuità degli affetti”. Se la continuità degli affetti veniva finalmente riconosciuta come diritto (e lo è, in quanto le persone hanno degli affetti e i bambini sono persone e non oggetti da spostare a piacimento) allora anche coloro che non avevano i requisiti di età e matrimonio previsti dalla legge 184/83 avrebbero dovuto adottare nei casi particolari, quelli previsti dall’art. 44. Questa era l’idea di fondo della legge 173/15, che ebbe importanti ricadute anche in altri ambiti della giurisprudenza minorile, come ho ampiamente spiegato nel libro “L’adozione sta cambiando”, F. Angeli ed.
Anche qui, avremmo potuto gridare alla vittoria e smetterla di monitorare la realtà delle cose nel nostro paese, anche perché all’improvviso nessuno di altre associazioni, che ci avevano profondamente ostacolato, era più contrario alla riforma. Perfino, nessuno si ricordava più quanto avevamo lavorato per questa legge e altri se ne prendevano il merito.
Ma, nonostante l’approvazione della legge 173/2015, molte volte mi arrivarono le tristissime testimonianze di famiglie a cui venivano tolti dei bambini, cresciuti da loro per molti anni, solo perché alcuni giudici decidevano diversamente e non privilegiavano la continuità degli affetti su altre considerazioni. Una piccola differenza d’età tra genitori affidatari-aspiranti adottivi e il bambino da adottare, che superava quella prevista dalla legge 149/01 (nonostante le deroghe in questo senso siano frequentissime) in alcuni casi è bastata per togliere, ancora, i bambini dalle famiglie in cui erano cresciuti. Come nel caso del piccolo Luca di Varese.
Il passaggio dall’affidamento all’adozione non doveva essere automatico, ma il principio della legge per cui ogni volta un giudice doveva valutare l’idoneità della coppia adottante andava rispettato. Purtroppo però le valutazioni dei giudici spesso non coincidevano con il principio di fondo della legge: il rispetto della continuità affettiva. Fa impressione il fatto per cui un bambino può stare in affidamento presso una famiglia per i primi anni della vita, starci bene, secondo le valutazioni dei Servizi Sociali, e poi non poter rimanere più nella realtà sociale in cui è felicemente inserito, per qualche motivo completamente opinabile. La differenza d’età, ad esempio, è ampiamente superabile per legge applicando l’art. 44 della legge 184/83, ma il collegio giudicante deve volere tale applicazione. Talora i tribunali hanno deciso che rientrava “nel superiore interesse del minore” essere costretto a lasciare coloro che erano stati i suoi sostituti genitoriali, fratelli, nonni, tutto il suo ambiente, piuttosto che avere un padre di 50 anni, ad esempio.
In questi casi agli affidatari non è possibile presentare ricorso, non sono parte processuale. E quando il ricorso viene presentato dai genitori naturali del bambino o dal tutore passano anni prima che al ricorso venga data risposta. Nel frattempo il bambino rimane nella famiglia in cui è stato portato contro la sua volontà e ovviamente finisce per allacciare nuovi rapporti con altre persone che gli vogliono bene. Per legge, anche in questi casi, egli dovrebbe poter mantenere un rapporto con chi lo ha cresciuto, ma se gli ex affidatari hanno raccontato la situazione ai giornali, tale continuità viene negata, ed essi vengono “puniti” assieme al bambino: i rapporti vengono sospesi e quindi poterli riprendere a distanza di anni diventa più problematico. Così la possibilità di ricorrere viene vanificata.
La cosiddetta giustizia ha tempi lunghi, specialmente quando non si fa nulla per accorciarli, e non si può spostare un bambino piccolo più volte di seguito di famiglia, almeno in alcuni casi. Di certo lo si destabilizza. Insomma, se la questione viene sottoposta ad un tribunale che non vuole perdere il ricorso, basta non fare nulla per accelerare i tempi di una giustizia già troppo lenta per tutti e per i bambini in maniera macroscopica. Passeranno anni e non sarà più sensato far tornare nella prima famiglia il piccolo.
A nulla servono in questi casi appelli di psicoterapeuti, psicologi ed esperti delle neuro scienze che chiedono di non traumatizzare i bambini, come è recentemente successo, i collegi giudicanti DEVONO avere ragione, ignorando tutte le considerazioni sul benessere del bambino.
La lotta deve continuare finché non si potrà più aggirare il principio del diritto del bambino a crescere serenamente.


