Ci incontravamo presso lo studio della dottoressa Ketty Queirolo Conte, in un edificio non distante dalla stazione ferroviaria, per favorire chi veniva da Mestre. Le professioniste che gestivano il gruppo erano due, Ketty e Paola Sartori Ruggenini. Tra i partecipanti ricordo soprattutto coloro che ebbero dei bambini o ragazzi in affidamento, come Micaela S., Alessandro R., Anna Z., Marilena e Massimo, Maria e Roberto, Donata S. … amici che poi rimasero attivi nell’associazione.

La famiglia di Micaela e Roberto accolse al proprio interno una ragazzina che aveva chiesto in prima persona al Tribunale per i Minorenni di essere posta in una famiglia diversa dalla sua, in quanto nella sua casa era in balia della depressione della madre. Questo significava molte cose, tra cui il non poter dormire tranquilla di notte, nell’ansia che la madre volesse mettere in atto propositi autolesionistici in cui anche la ragazzina sarebbe stata coinvolta. E fu proprio la ragazza a ritenere che per sua madre fosse più facile capire il passaggio della figlia ad una famiglia numerosa e di tipo “classico” che non ad un’altra famiglia di tipo monogenitoriale.

In questa nuova famiglia, Aurora poté finire gli studi, colmando alcune lacune nella sua preparazione, e da quel trampolino partire per raggiungere in fretta la sua piena indipendenza e andare a studiare all’estero, dove poi avrebbe finito anche per lavorare con successo.

Si pensa sempre ai bambini piccoli nell’affidamento, ma in realtà circa il 28 per cento degli affidamenti avviene nella classe di età compresa tra i 15 e i 17 anni, mentre nella fascia che più ne avrebbe bisogno, cioè dalla nascita ai due anni, ne abbiamo solo il 4/5 per cento e tra i 3 e i 5 anni il 10 per cento. Le neuroscienze ci hanno ben spiegato l’importanza dei primi anni di vita nella formazione della persona, ma i giudici minorili e gli assistenti sociali spesso preferiscono le case-famiglia alle famiglie. Essi temono sempre di porre in affidamento i bambini piccolissimi, prevedendo la forza dei legami che si potrebbe stabilire in famiglia. E la difficoltà successiva nel separare il bambino dai sostituti genitoriali. Come se quel distacco fosse necessario, ma sappiamo oggi che, se il bambino non torna nella famiglia d’origine, la legge ormai gli può permettere di rimanere dove già sta vivendo.

Ma torniamo alle nostre storie.

Anche Alessandro, che viveva da solo, prese in affidamento un ragazzino, che rientrava nella categoria dei “minori stranieri non accompagnati” e anche questo affidamento portò dei buoni frutti. IIl ragazzo aveva già adempiuto all’obbligo scolastico e quindi scelse di fare l’apprendista, divenendo poi un meccanico specializzato con una buona posizione lavorativa. Così divenne presto indipendente, pur mantenendo un filo costante con quello “zio” che lo aveva aiutato e finì per aiutare altri membri giovani della sua famiglia. Gli affidamenti a uomini soli sono rari, ma talora funzionano perfettamente.

Nell’immaginario collettivo appare strano che ci possa essere una crescita sana in una famiglia in cui manca la madre, ma il ruolo materno può essere ricoperto da altre figure e rimane sempre dimostrato nei fatti che per crescere bene si ha bisogno soprattutto di un ambiente sereno, affettuoso e rispettoso.

Indubbiamente più complesso fu l’affidamento di Anna Z., che accolse una ragazza che proveniva da un’adozione e aveva altre sorelle, adottate con lei, che pure avevano bisogno di essere protette. Anna si prese cura di tutte, come poteva, con rara e talora eroica tenacia, ed ora è di fatto nonna di quella figlia accolta già grande.

Non racconterò qui tutti i nostri affidamenti, la maggior parte dei quali però ebbe esiti positivi e si prolungò nella vita in rapporti ininterrotti e al di fuori degli schemi “classici” di relazione familiare, come già è stato accennato. Vorrei ricordare però l’importanza di riunioni in cui ci si metteva a nudo senza paura di essere feriti, in cui si sapeva che le nostre psicoterapeute avrebbero accolto ciascuno anche dandogli il conforto di un incontro individuale se necessario. Tra noi si era creato un senso di mutuo aiuto, che portò a situazioni in cui si lasciava agli affidatari un tempo di riposo, sostituendoli quando volevano fare una breve vacanza o solo per alcune ore, perché i singoli potessero riposarsi e le coppie ritrovarsi.

Anch’io fui aiutata qualche volta quando avevo in affidamento i gemellini, di cui presto parlerò. Potevo affidarli a Sandra e andare perfino a vogare un paio d’ore, dopo che le psicologhe avevano fatto capire a tutti che ero stremata. Il mutuo sostegno, di cui non poterono avvalersi tutti, per le distanze tra le nostre abitazioni, è l’elemento che fa la differenza nei gruppi di questo tipo.

In quel periodo Micaela mi faceva arrivare degli splendidi vestitini per i “miei” bimbi e fece la vice-presidente. Donata veniva a casa mia con una bambina che frequentava l’asilo nido vicino e che non sapeva dove portare, non volendo andare a casa sua, in assenza della madre (la cosa le sembrava indelicata). I gemelli giocavano con Aljia mentre sua madre lavorava e Donata poteva scambiare con me qualche parola.

Durante le vacanze di Natale un’amica di Rimini, Ambra, che guidava con facilità ed era a sua volta affidataria single, ci raccolse alla stazione di Verona ed insieme andammo con i bambini in montagna.

In un certo senso avevamo dato il via, senza averlo deciso a tavolino, a forme di “solidarietà familiare”.

Avevamo anche un buon rapporto con i Servizi Sociali, che chiesero alla Gabbianella di valutare in proprio gli aspiranti genitori affidatari.

Noi decidemmo che la valutazione avrebbe cambiato i rapporti interni e rinunciammo a questo compito, che ci avrebbe dato di certo potere e stabilità, ma che avrebbe cambiato la nostra natura.

Per il Comune contribuimmo per alcuni anni alla formazione degli affidatari, andando noi presso il Centro per l’affido e la solidarietà familiare, poi non ce ne fu più bisogno.

Le nostre energie cominciavano, tra l’altro, ad essere sempre più assorbite dal lavoro in carcere che l’affidamento dei miei stessi gemelli aveva prepotentemente portato con sé.

Contributo di Aurora Chisté

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