Capitolo II : I figli che aspettano

Mi dispiaceva che le mille copie del “Gabbianello Marco” fossero finite in un attimo, anche se per certi versi questo era stato un successo.

Un giorno, in treno, mia madre raccontò ad un signore che le stava accanto che il libro che teneva tra le mani e stava leggendo aveva esaurito le copie a disposizione. Fortuna volle che quel signore fosse il responsabile della libreria Feltrinelli di Padova e che sfogliasse il volumetto, vedendo che GianFranco Bettin ne aveva scritto la prefazione. Decise che quel mio lavoro avrebbe potuto interessare ad un editor della Feltrinelli e mi consigliò di mandarlo ad Alberto Rollo.

Alberto Rollo mi disse che, se avessi scritto un nuovo libro capace di illustrare la riforma di legge appena approvata e la realtà dell’adozione in Italia, e se quel libro gli fosse piaciuto, lo avrebbe fatto pubblicare da Feltrinelli. Mi misi al lavoro con entusiasmo ed ottimismo e quel libro raccolse le testimonianze significative di genitori adottivi che avevano appena accolto dei bambini, di figli adottati già grandi, di operatori dei servizi sociali e di enti per le adozioni internazionali. Raccolse anche le testimonianze di chi non aveva potuto adottare perché considerato non idoneo o di chi era o era stato genitore affidatario. La legge 149/01 si occupava tanto di adozione quanto di affidamento ed era una legge che aggiornava positivamente la 184/83, ma continuava ad escludere dall’adozione chi non era sposato, lasciava alla totale discrezione dei giudici eventuali passaggi dall’affidamento all’adozione e continuava a considerare l’adozione una sorta di seconda nascita, che rendeva il bambino adottato un membro della famiglia adottiva, tagliandogli ogni legame alle spalle nel momento dell’ingresso nella nuova famiglia.

C’era un’eccezione a questa regola. Come nella legge precedente, anche nella legge 149/01 erano ammesse alcune eccezioni ai requisiti per adottare nel caso in cui si pensasse che ad un bambino facesse troppo male lasciare gli adulti che di lui si erano presi cura fino a quel momento, solo perché non avevano l’età “giusta” o non erano sposati, ma sostanzialmente l’articolo di legge che trattava di tutto ciò (l’articolo 44 L.184/83 ora divenuto art. 25 L. 149/2001) apriva ad un’adozione considerata di “seconda categoria”. L’adottato manteneva il cognome d’origine accanto al nuovo e non entrava nell’asse ereditario della famiglia adottiva. Era il “prezzo da pagare” per il mantenimento di un rapporto, sia pure lontano, con la famiglia d’origine. Era ed è questione complessa.

Con la pubblicazione di “I figli che aspettano”, stampato in novemila copie, cominciarono ad arrivarmi richieste di consulenza su questioni legate all’affidamento e all’adozione e mi vennero narrate tante altre storie, al punto che per un periodo aprii uno sportello in una sede offerta a titolo gratuito della Caritas in fondamenta S. Simeone. Fu lì che mi venne a trovare una giovane che stava per laurearsi in giurisprudenza con una tesi su questi temi e che oggi fa parte della Camera Penale veneziana, Ilenia Rosteghin, nostra vice-presidente per un lungo periodo.

Le vendite del libro, sostenuto fortemente dalla casa editrice, che allora mi diede 5 milioni di lire, servirono a dare un fondo alle casse della Gabbianella, che cercava di far conoscere le novità di legge con convegni ed incontri, che ovviamente costavano.

Avremmo potuto chiudere allora, in quanto gli scopi statutari originari erano stati parzialmente raggiunti, anche se in modo più formale che sostanziale, ma ormai, capiti i bisogni infantili nel nostro paese, avevamo voglia di dare contributi attivi non solo di carattere culturale. Nell’ambito dell’adozione non era necessario cercare nuove disponibilità, gli aspiranti genitori adottivi erano già troppi, ne servivano invece nell’ambito dell’affidamento. Fu così che “La gabbianella” diede vita ad un gruppo di aspiranti genitori affidatari, alcuni dei quali non avrebbero potuto divenire genitori adottivi, in quanto non erano sposati. Nel gruppo c’erano anche coppie sposate, che semplicemente preferivano offrirsi per l’affidamento, per aiutare altre famiglie e bambini in difficoltà, anziché cercare un figlio proprio per la vita.

Nacque così, da alcuni amici che avevano risposto ad un mio appello, un gruppo che fu battezzato “Cerco nido”, dove due psicoterapeute seguivano a cadenza trisettimanale chi aveva voglia di fare introspezione, per decidere consapevolmente se offrirsi ai servizi sociali territoriali nel difficile ruolo di affidatario/a.

Contributo di Corrado Pernice.

Contributo di Lina Sini.

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