Quell’anno (era il 2007) Carla mi chiese di partecipare ad un progetto educativo nel carcere femminile della Giudecca, nella sezione dove vivevano le detenute madri con i loro bambini. L’idea era quella di far intervenire un’équipe di operatrici con attività diversificate, con l’intento di consolidare i rapporti tra genitrici e bambini e dare alle mamme un aiuto per diventare più consapevoli del loro ruolo.
Il progetto, infatti, prevedeva di migliorare all’interno del carcere le condizioni di accettazione di un ambiente limitativo e poco accogliente e dare alle mamme strumenti corretti per la cura e l’alimentazione dei bambini.
A tale scopo “La Gabbianella e altri animali” metteva a disposizione una pediatra, due psicologhe e un’insegnante.
Purtroppo bisognava superare una serie di difficoltà. Una di queste era la diffidenza delle detenute nei confronti dell’équipe, e l’immobilismo della struttura carceraria. Persino la puericultrice del carcere mostrava un certo scetticismo rispetto ai risultati che avremmo potuto raggiungere. La frase ricorrente era: “Non ne vale la pena, non lo meritano”.
Difficile si prospettava lavorare in un ambiente restio ai cambiamenti, dove le detenute, per lo più analfabete, vagavano come automi, sospese nell’attesa di una sentenza che sarebbe potuta arrivare da un momento all’altro e che rappresentava, in quel contesto, l’unica ragione di vita.
Senza contare che alcune di esse, avendo da poco partorito, erano in allattamento, cioè in simbiosi con il proprio bambino, che non staccavano mai dal seno. Per quanto riguardava il mio intervento educativo non aveva senso partire dalla alfabetizzazione, tenuto conto che nel carcere operavano già insegnanti di scuola primaria rivolta agli adulti, e chi voleva imparare già la frequentava.
Bisognava, invece, focalizzare la loro attenzione su un’attività ricreativa, alla loro portata, che poi potesse avere una ricaduta educativa sui loro figli. Così, dopo un periodo di conoscenza reciproca, avevo capito come coinvolgerle: bisognava ricorrere alla manualità.
Decidemmo di rendere più accogliente la grande stanza dove le mamme si ritrovavano con i bambini per mangiare e giocare. Grazie a “La gabbianella” allestimmo degli angoli con giochi e grandi ceste di giocattoli donati dalla comunità. Intanto ci procurammo un grande pannello (2m x 2m circa) sul quale avrei fatto dipingere alle mamme disponibili, a turno, una grande fattoria con tanti animali da cortile. Chiesi l’aiuto di una collega (Annabruna), che, spesso, faceva giocare e disegnare i piccolissimi, per permettere alle mamme di lavorare con me.
Il disegno, studiato in precedenza, fu ricalcato dalle mamme del nido sul pannello, che nel frattempo era stato preparato con due mani di gesso.
Dopo opportune correzioni del disegno si cominciò a colorare figure e ambiente, partendo dall’alto verso il basso. I particolari e le rifiniture furono infine completati da me e dalla collega. Infine passammo sul pannello due mani di colla per renderlo impermeabile e quindi proteggerlo.
Il pannello, montato in quella stanza, divenne l’occasione di una piccola festa di fine attività, organizzata dalle mamme del nido, alla quale parteciparono tutti, bambini ed operatori.
Il prodotto finale esposto nella sala fu motivo d’orgoglio per le mamme che avevano partecipato all’attività e servì a rendere più allegro e luminoso un ambiente che di solito risultava freddo ed anonimo.
E per finire proposi ad una mamma, libera da impegni di accudimento ai neonati, di fare un percorso di scrittura creativa, partendo dalle immagini del pannello.
Le chiesi di scegliere l’animale preferito e di renderlo protagonista di una storia da raccontare al suo bambino. Da buona “Rom” scelse il cavallo.
Graziella non aveva familiarità con la nostra lingua, e, soprattutto, non sapeva scrivere in italiano. Mi feci dettare il racconto e insieme ne costruimmo le frasi, una per una.
La storia, un interessante miscuglio di fantasia, verosimiglianza e ricordi d’infanzia, fu una vera scoperta per questa mamma, che ne ricavò una buona dose di autostima per il suo ego da sempre mortificato, oltre alla capacità, a sua volta, di stimolare la fantasia di suo figlio.
Il racconto, dal titolo “con il vento trai capelli”, trascritto e completato di disegni, divenne un libretto di lettura per bambini piccoli.



