Emblematico il caso del piccolo Charles, bambino autistico di colore, finito in carcere con la madre da piccolissimo. Il piccolo era uno splendido bimbo, forte e affettuoso, a suo modo, ma disturbava spessissimo tutti nell’Icam, facendo cose tipiche dell’autismo: ripeteva all’infinito certe azioni, come accendere e spegnere la luce, saltare sul letto, avviare la musica e spegnerla o anche picchiare altre persone all’improvviso, senza motivo apparente. Pur piccolo, le sue botte facevano male perché era fortissimo. Il carcere invitava spesso la sua accompagnatrice più cara, colei che lo accompagnava alla neuropsichiatria infantile, ad entrare in Icam, perché con lei il bambino era gestibile. Laura Fravega passò ore e ore con lui: lo portava fuori, gli lasciava fare le cose che gli piacevano (come andare in monopattino), proteggendolo dai pericoli, correndo con lui. Lo portava anche in spiaggia, dove il bambino aveva conosciuto il piacere di fare i bagni in mare. Mare dal quale non voleva mai uscire e dove sarebbe rimasto come un anfibio.
Proprio questa attrazione per l’acqua un brutto giorno fu drammatica. Era dicembre e Laura e Francesco Selandari stavano riaccompagnando il bambino in Icam, dopo la scuola. Due accompagnatori per lui, su richiesta di Laura, che percepiva i suoi pensieri come una madre. Il piccolo si spinse in riva, tenendo per mano i suoi due angeli custodi. Era tranquillo. Guardò prima l’uno, poi l’altro, poi all’improvviso sfilò la manina dalle loro mani e si gettò in acqua … nell’acqua del canale, vestito. Francesco non ebbe dubbi: si tolse la giacca e si gettò immediatamente in acqua pure lui, salvandolo da annegamento certo.
Da allora decidemmo, su consiglio di sua madre, che a scuola il bambino sarebbe andato anche con la mamma e il carcere permise così ad una detenuta di accompagnare suo figlio. Nessuno insignì Francesco con qualche medaglia al valor civile e ricevemmo anche delle critiche, come se non avessimo accudito abbastanza il piccolo. Ma già i rapporti con il carcere erano tesi e non appena il bambino a sua madre uscirono, fu vietato all’Associazione e a Laura di parlare con le altre madri. Infatti io avevo detto ad una di queste che esisteva il Protocollo d’Intesa, fatto per loro, e che lei poteva chiederne l’applicazione. Il Protocollo era sul sito del Ministero di Giustizia, ma la detenuta non doveva avvalersene e io non dovevo parlarne. Le detenute non dovevano sapere ciò che nel Tribunale per i Minorenni era stato deciso per loro, dopo tre anni di intenso lavoro interistituzionale, guidato dall’allora garante regionale dei diritti dei bambini e dei detenuti, la prof. Aurea Dissegna.


