Ho accompagnato i due fratelli per circa un anno: li portavo a scuola, in piscina, in spiaggia durante l’estate. Erano molto legati tra di loro, ma, per certi versi, erano l’uno l’opposto dell’altro: Federico era taciturno, quasi muto in alcuni periodi; Benedetto aveva una voce squillante e chiacchierava tutto il tempo.

Federico trascinava i piedi, mentre Benedetto saltellava ovunque. Sua madre lo chiamava “principe” e, in effetti, si atteggiava un po’ da sovrano,
dominando la scena del suo personale teatro.
Federico correva solo quando fuggiva. Capitava spesso, soprattutto all’uscita da scuola. Altre volte, si sedeva per terra e si rifiutava di schiodarsi finché qualcuno non lo prendeva in braccio o gli
proponeva qualcosa da mangiare. Quelle fughe mi spaventavano, anche se, alla fine, lui non andava mai lontano. Più che altro, si faceva inseguire. Ma io le sognavo, addirittura – sognavo di voltarmi e di non trovare più Federico, smarrito chissà dove, soffiato nel vento, dissoltosi tra la spuma del mare…
In carcere non ero ben vista. Mi dicevano che mi affezionavo troppo. Ho l’impressione che, secondo loro, l’accompagnamento dovesse essere un atto meccanico: prendi i bambini, trasportali, consegnali, di’ grazie e arrivederci.

Non contemplavano la possibilità che, lungo la strada, i bambini parlassero. E che tu li ascoltassi, quando provavano a descriverti il loro cartone animato preferito; quando facevano domande sul mondo intorno a loro; quando chiedevano di andare a casa, ma non in carcere (perché quello è una trappola): a casa da papà, dai loro fratelli maggiori, dagli zii.
Ogni tanto, nel fine settimana, entravo nell’ ICAM e vi passavo il pomeriggio, giocando con Federico e Benedetto e la loro mamma. Parlavo anche con le altre donne recluse lì: sedevamo nel cortile, fumando, scambiandoci gomme da masticare e guardando i bambini arrampicarsi sullo scivolo, dondolarsi sulle altalene e costruire castelli di sedie e pigne.
L’illusione di normalità non ci permeava mai per intero. Andando via, mi sentivo in colpa.

Quando Federico passò in prima elementare, a settembre 2019, iniziò la vera lotta: quel posto non gli piaceva affatto, lungo il tragitto si sedeva a terra, insisteva per farsi portare in braccio, oppure si irrigidiva e rimaneva piantato al suolo, cocciuto, disperato. Arrivavamo spesso in ritardo. In classe non stava attento, non svolgeva quasi nessuna delle attività proposte dalla maestra; si rifiutava persino di stare seduto al banco.
Soprattutto, non parlava, se non per dire “no”. Per lui non era previsto alcun sostegno e le insegnanti lamentavano di non riuscire a comunicare agevolmente con il carcere. Occasionalmente, chiedevano a me di scortare Federico fino in aula e di rimanere con lui per una mezz’ora, per farlo ambientare. In cuor mio, ero convinta che non fosse una buona idea; acconsentii solo un paio di volte, non sapendo come altro comportarmi.
Avevo la netta sensazione che lì nessuno fosse preparato a interfacciarsi con i bambini dell’ ICAM: non gli educatori, non le guardie, non gli insegnanti, non io.

Era una situazione paradossale, in cui sembrava che tutti delegassero le responsabilità ad altri.

In ogni caso, vidi Federico per l’ultima volta il 30 ottobre del 2019, il giorno del suo compleanno. Le assistenti sociali lo portarono da una famiglia affidataria, e, da quel momento, accompagnai solo Benedetto. Con lui trascorsi ogni pomeriggio fino alla fine di novembre. Un sabato, lo
portai a spasso per il centro storico di Venezia, gli comprai un palloncino e un libro, che gli lessi mentre sedevamo su una panchina.
Il cielo era nuvoloso, ma a un certo punto guardammo in su e scorgemmo la luna che cominciava a mostrarsi.

Salutai lui e sua madre: era il termine del mio ingaggio con
l’associazione, almeno nel ruolo di accompagnatrice.
Mi sono concessa di sognarli tutti e tre, ancora per un po’ di tempo.
Poi, sono andata avanti.

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