L’affidamento di Samuel e Veronica ci aprì le porte del carcere femminile. Portando i gemellini in visita alla loro madre, incontrai la realtà del “nido” prima e dell’Istituto a custodia attenuata per madri (ICAM) poi. Su richiesta della Direttrice, che a quei tempi doveva gestire due carceri veneziani, dove quello femminile era molto più piccolo del maschile, “La gabbianella” cominciò ad occuparsi anche degli altri bambini che crescevano nell’Istituto di Pena con le madri. I piccoli venivano accompagnati all’asilo nido da persone di fiducia, che – dal 2013 – si riunivano ad intervalli regolari con una psicologa. Le accompagnatrici avevamo bisogno di condividere le problematiche che insorgevano con i bambini e le mamme.

I bambini venivano raccolti al mattino dalle accompagnatrici o dagli accompagnatori (molto più rari delle donne, ma spesso molto bravi) e portati a scuola. L’edificio scolastico si trovava alle Zitelle, dalla parte opposta del carcere nell’isola della Giudecca, e questo permetteva ai bambini di avere, attraverso questi spostamenti, un contatto con il mondo reale. Generalmente, si prendeva il vaporetto all’andata e al ritorno si andava a piedi, si vedevano i negozi, si incontravano altre persone. Era uno spaccato di vita libera, importante per chi condivideva di fatto la reclusione della madre ed era anche una piccola attività fisica utile alla salute e alla crescita dei bambini.

Noi sapevamo bene quanto i bambini andassero volentieri a scuola e quanto malvolentieri tornassero “dentro”. Molto eloquenti erano “le fughe” e le corse dei piccoli nei pressi del carcere. Per questo ci sembravano assurde tutte le limitazioni che le regole scolastiche, fatte per i bambini liberi, imponevano anche ai nostri “carcerati innocenti”, come gli inserimenti lunghissimi, che, se fosse arrivata una malattia ad interromperli, avrebbero dovuto essere ricominciati daccapo, togliendo ai bambini tempo di vita normale e aggiungendo tempo di carcerazione indiretta. Spesso poi un raffreddore bastava a farci chiamare per riportare il bambino “a casa”, quando la casa non era proprio come quella degli altri compagni di classe. Le nostre accompagnatrici e i nostri accompagnatori venivano assunti con le forme di assunzione possibili allora (contratti a tempo determinato) e pagati da noi, che a nostra volta ricevevamo dal Comune i fondi relativi agli accompagnamenti.

Gli accompagnamenti effettuati venivano dimostrati dal controllo congiunto delle uscite dal carcere e delle entrate a scuola. I fondi con cui allora il Comune pagava gli accompagnatori provenivano da un progetto europeo dal nome “Urban – apriamo i muri”. Alla Gabbianella restava da pagare la segreteria che doveva occuparsi di tutto ciò e mai mi venne in mente che dovevo chiedere un aiuto in tal senso al Comune stesso.

In quel periodo ci aiutava molto nelle spese di gestione il Centro Servizi Volontariato (CSV), che comprendeva l’entità del nostro impegno, ma mai le cose erano automatiche e per avere i finanziamenti si dovevano fare progetti, richieste, ecc. insomma lavorare. Riuscimmo ad avere un accordo regolare (protocollo d’Intesa) con la Municipalità di Venezia attorno al 2009: il Comune si impegnava a dare un acconto all’Associazione che poi faceva un consuntivo delle spese sostenute in base agli accompagnamenti effettuati e riceveva ciò che, di fatto, aveva anticipato. E spesso la sottoscritta o la tesoriera, anticipavano di tasca propria. Ma almeno sapevamo che i soldi sarebbero arrivati.

In quel periodo ricevemmo dalla Municipalità, allora guidata da Enzo Castelli, anche la sede presso l’ex scuola XXV aprile. Dagli amici Valdesi di Palazzo Cavagnis facevamo gli incontri e le assemblee, ma non potevamo avere lo spazio che ci serviva. Ora una sede operativa, un posto dove tenere i nostri contenitori, il computer, tutto ciò che usavamo, finalmente c’era. Fu una grande conquista, che ci fece fare un salto di qualità, anche perché la sede era vicina al carcere e qualche volta potevamo portarci i bambini e farli giocare in un ambiente diverso da quello in cui essi vivevano.

La tranquillità che ci veniva dal protocollo d’intesa con il Comune durò poco: nel 2011 il Comune ci informò che non c’erano più soldi per finanziare gli accompagnamenti dei bambini del carcere. Fu un fulmine a ciel sereno.

Che fare? Impensabile abbandonare quei piccoli a cui davamo di fatto la possibilità di crescere quasi normalmente. Era ovvio che avremmo dovuto fare tutto da soli.

Così dovemmo prima procurarci i soldi per pagare gli accompagnatori (inimmaginabile impegnare delle persone due volte al giorno ad orari regolari gratis), poi portare i bambini fuori.

Ci eravamo presi un compito davvero gravoso e cominciammo a chiedere alla popolazione veneziana di aiutarci. “Ali Laguna” per alcuni anni ci diede un contributo di circa 7.000€ e la risposta arrivò da molti altri soggetti, anche privati. Facevamo dei calendari con le foto dei bambini di schiena, in spiaggia, che venivano acquistati perché carini e perché le persone volevano aiutarci. Ci inventammo poi una lotteria (che, se fatta nel rispetto delle regole, è un gran lavoro) e riuscimmo a pagare gli accompagnatori. La prima lotteria, seguita da Marina Purisiol e da una brava volontaria, Maria Rosa Bianco, vendette 5.000 biglietti e ci fruttò 5.000 euro. E poi un gruppo di attori dilettanti ci offrì i ricavati della “Pantomima”, il loro divertente spettacolo, ecc.

Il risultato di questo fu che la Regione del Veneto, avendo deciso che nelle nostre casse passavano troppi soldi, ci fece passare dalla condizione di ONLUS a quella di APS e ci fece perdere i finanziamenti del Centro Servizi Volontariato.

E’ chiaro che in queste condizioni era fondamentale il lavoro della segreteria e della tesoreria. Si trattava di lavori che io non sapevo fare e per cui dovevo trovare persone capaci ed affidabili, con una professionalità specifica.

I soldi servivano fondamentalmente per gli accompagnatori dei bambini del carcere all’asilo nido prima del 2011; alla scuola materna poi, dopo che la legge 62/2011 portò sciaguratamente alla loro indiretta detenzione da tre a sei anni.

Era questa una legge di cui molti in Italia andavano e vanno fieri, che ha sempre visto contrarie le persone che stavano davvero in contatto con le madri detenute e i loro bambini. Ricordo che sia la Direttrice del carcere, sia la Pedagogista, sia la Direttrice dell’UIEPE, nel 2010, quando si cominciò a parlarne, ne erano davvero turbate, proprio come me e le accompagnatrici tutte dell’Associazione. La legge 62/2011 era nata dall’ascolto del dolore delle madri e dei bambini al momento della separazione, la stessa che avevano vissuto i gemelli che io ebbi in affidamento, ma non considerava il dolore e la limitazione per la vita intera di chi restava in ICAM (istituto a custodia attenuata), in casa-famiglia e comunque istituzionalizzato per la prima parte della vita.

L’Italia, in Europa, è l’unico paese che lascia i figli accanto alle madri fino a sei anni, senza predisporre per loro degli accompagnamenti pagati dal Ministero di Giustizia alle strutture scolastiche. Anche la Germania lascia vivere i bambini con le madri fino a sei anni, ma paga degli accompagnatori qualificati per portarli fuori. Non affronterò qui l’argomento di cui ho scritto nel libro “Uscire dal carcere a sei anni”, F. Angeli. Basti dire però che, mentre prima (quando si usciva a tre anni) i bambini vivevano la loro indiretta carcerazione e poi se ne dimenticavano, dopo (quando si usciva a sei anni) questo diventava impossibile e portava con sé inquietanti interrogativi. Indimenticabile per me la riflessione di uno di questi bimbi: “In carcere vanno i cattivi. Vero? Sono cattivo io o è cattiva la mamma?”.

Noi cercavamo di convincere le madri a dire ai bambini la verità nei limiti del possibile, ma per convincerle davvero avremmo dovuto poter fare un lavoro importante con loro e il carcere non sempre ci permetteva di farlo. Eravamo “solo” dei volontari e questo compito era spesso svilito. Non aveva nessuna importanza se nelle nostre file c’erano psicologhe/i di valore ed educatori.

Eravamo “solo” volontari, ma di fatto supportavamo tutta la vita dei bambini che ci veniva chiesto di portare fuori. Talora ci veniva chiesto di tenerli fuori anche di notte, talora di assisterli in ospedale.

Quando dissi alla Direttrice di quel periodo che spesso facevamo più ore di quelle previste per l’affidamento diurno, lei mi rispose che andava bene, che bastava che l’affidamento non fosse ufficializzato. Questa non ufficializzazione serviva di certo a far rimanere tranquille le madri e a non portare in carcere i Servizi Sociali, ma complicava la vita nostra: spesso organizzavamo degli accompagnamenti che poi non si facevano, perché la mamma aveva cambiato idea sull’uscita del bambino e dovevamo disperdere un mucchio di forze. Non eravamo affatto tutelati e questo permetteva al carcere di trattarci benissimo o malissimo a seconda degli umori del momento. Non contavamo nulla e si faceva leva sul nostro affetto per i bambini per tenerci legate a questo volontariato che nessuna istituzione sosteneva.

La storia di Charles

Bambini ‘colorati’.

La Storia di Tahir.

Contributo di Francesca Emili e Eleonora Ruggenini

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