L’Associazione era nata con l’intento di far sentire la voce dei cittadini ai parlamentari democraticamente eletti.

Continuò su questa linea anche in seguito, mentre si lavorava su due fronti: affidamento e adozione da una parte, bambini in carcere dall’altra.

La prima petizione mandata alla Camera dei deputati, quando la stessa era presieduta dall’on. Luciano Violante, risale all’anno 2000 e non si trattava di raccogliere firme on line, ma dal vero. Si chiedeva già, sull’onda di quanto era successo alla famiglia di Raffaella Ferraro, di considerare i sentimenti dei bambini quando l’affidamento finiva e di permettere loro la continuità affettiva. Molto tempo avrebbe dovuto passare per raggiungere quel risultato, ben 15 anni!

Nel 2003 chiedemmo al ministro Castelli, allora ministro di “Grazia e Giustizia” di applicare l’art. 40 della legge 149/01 che istituiva la banca dati dei bambini adottabili e degli adulti disponibili all’adozione. Anche qui, la nostra petizione avrebbe impiegato molto tempo ad essere accolta. Nel 2013 una sentenza del TAR del Lazio obbligò il Ministero ad istituirla, ma la sua gestione fu attribuita al Capo del Dipartimento per la giustizia minorile e sia allora che oggi la banca dati è utilizzabile solo dai tribunali. Lo strumento più trasparente che si era chiesto – ovvero la banca dati stessa – non è mai stato di fatto utilizzabile per gli operatori. Chi cercava di trovare famiglia ai bambini in difficoltà, che nessuno voleva adottare, come i bimbi disabili o gli adolescenti, non fu molto aiutato. Almeno così sembra e spero di sbagliarmi.

Nel 2009 fu pubblicato da F. Angeli il libro “Io non posso proteggerti”, che rendeva pubbliche, sotto anonimato, vicende che erano state raccontate alla sottoscritta. Tra queste il caso Moretti-Benedetti, che “fece giurisprudenza” e aiutò molto nella riforma della legge 184/83 e il caso tutto veneziano di “Danielle”, dove fu decisivo per non far cambiare famiglia ad una bambina di sei anni il lavoro congiunto dei genitori, della tutrice e del Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Venezia, dott. Ennio Fortuna.

Nel 2010 cominciammo a chiedere in maniera sempre più articolata di non straziare i bambini che erano cresciuti in una famiglia spostandoli in un’altra come fossero stati cose invece che persone alla fine di un affidamento.

Si proponeva di inserire il testo seguente in calce all’articolo 4, comma 5, della legge 184/83 come riformata dalla legge 149/01:

Qualora l’affidamento di un minore si risolva in una dichiarazione di adottabilità, a causa del mancato recupero della famiglia d’origine, vanno protetti i rapporti instauratisi nel frattempo tra affidati e membri della famiglia affidataria. Va quindi favorita la permanenza del bambino nella famiglia in cui egli già si trova; ove ciò non sia possibile, va comunque tutelato il mantenimento di un rapporto affettivo con la famiglia affidataria, nelle forme e nei modi ritenuti più opportuni dagli operatori, dopo aver ascoltato la famiglia affidataria stessa e la futura famiglia adottiva.”.

La petizione suscitò l’interesse di molti politici.

I rapporti con il Parlamento assumevano forme nuove: avevamo contatti con singoli parlamentari sensibili a questi temi sia del PD che del PDL e, confrontandoci anche con altre associazioni e con giudici aperti (sempre validissimo l’aiuto del giudice Luigi Fadiga) di fatto eravamo attivi nelle proposte di legge. Le stesse però dovevano essere calendarizzate e poi votate.

Molte volte successe che proposte elaborate a fatica e calendarizzate non venissero votate a fine legislatura, perché c’era il partito trasversale di coloro che non le volevano: il passaggio dall’affidamento all’adozione avrebbe comportato che persone senza il requisito fondamentale del matrimonio (previsto dalle legge 184/83) avrebbero potuto adottare, avrebbe comportato che qualcuno pensasse all’affido come a una “scorciatoia” per l’adozione, che i bambini venissero inseriti in famiglie monogenitoriali e, tra queste, alcune anche con genitori omosessuali. Era l’antico motivo del divieto all’adozione per i single che tornava: chi assicurava che il/la single fosse eterosessuale? Tornava il più bieco dei preconcetti, quello per cui omosessuale significava depravato e depravato poteva significare pedofilo. Non lo dico per malevolenza: dichiarazioni simili sono state riportate sui giornali da parte di politici conservatori.

Questi preconcetti erano durissimi da smantellare e a poco serviva ribadire che i delitti contro le donne e gli stupri avvenivano nella maggior parte dei casi in famiglia, che il matrimonio non garantiva la moralità delle persone, che le famiglie monogenitoriali erano in aumento, anche per le separazioni e i divorzi, che gli omosessuali non erano pedofili e che ai bambini che non avevano avuto dei genitori serviva soprattutto essere cresciuti con amore e intelligenza (come aveva fatto il gatto Zorba con la gabbianella Fortunata). Inoltre in nessuna delle nostre proposte era scritto che il passaggio affidamento-adozione dovesse essere automatico. Gli affidatari stessi avrebbero potuto non volere diventare genitori adottivi e i tribunali dovevano solamente privilegiare la continuità degli affetti, ma sempre valutando se il bambino nella famiglia in cui già viveva stava davvero bene. In realtà questo genere di valutazione dovrebbe avvenire sempre, anche nel corso dell’affidamento.

Indimenticabile, attorno al 2011, lo sforzo per arrivare ad una proposta di legge “bipartisan” con i senatori Elvira Savino (PdL) e Salvatore Vassallo (Pd), entrambi molto sensibili su questi temi. Ci trovammo a Palazzo Cavagnis e con noi c’erano anche rappresentanti di altre associazioni assistenti sociali, magistrati.

Sembrava che fossimo giunti al capo-linea. Andammo a Roma e con me c’era l’avv. Lucrezia Mollica. Ci accolse il senatore barese Francesco Paolo Sisto, che, mentre scrivo, nel settembre del 2025, è vice-ministro della Giustizia. Ci accolse con calore e, chiedendoci di non avere troppe pretese, ci disse che probabilmente quella era la volta “buona”. Sia io che Lucrezia volevamo intervenire in un’importante audizione parlamentare, ma lo fece lei e lo fece bene. Tornammo a casa contente, in attesa di buone notizie … nulla si mosse.

Prima dell’audizione parlamentare avevamo presentato, sempre nel 2013, a Gianfranco Fini, allora presidente della Camera, un tomo di migliaia di firme come petizione, dopo un convegno che noi stessi avevamo gestito in Senato e dove erano state con noi altre importanti associazioni come ANFAA e Papa Giovanni XXIII. Non bastò.

I governi si succedevano: Berlusconi, Monti, Letta e duravano troppo poco perché si potesse ricominciare tutto daccapo. Talvolta pareva che qualche parlamentare riprendesse il discorso riguardante l’affidamento, ma poi non se ne faceva nulla.

Nel 2014 arrivò il governo Renzi e ci fu la svolta.

Contributo dell’avv. Lucrezia Mollica : Il caso Moretti-Benedetti.

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