Ci dispiaceva che i bambini nei giorni festivi e durante le vacanze scolastiche rimanessero tutto il giorno “dentro” e così, accanto agli accompagnatori regolarmente pagati dei giorni feriali, che comunque facevano infinitamente di più del previsto e delle ore retribuite, entrarono a far parte della nostra squadra gli accompagnatori volontari dei giorni festivi. Una volta a settimana si può fare volontariato con piacere e diverse persone regalavano una mezza giornata del loro tempo ai bambini, per portarli fuori a divertirsi un po’, al parco giochi o in altri luoghi piacevoli. Questi volontari furono davvero tanti e andavano coordinati dalla segreteria, in modo che tutti i piccoli potessero uscire. Tra loro ci furono amici personali, che coinvolgevo conoscendo il loro animo e la loro tenerezza per l’infanzia.

Cominciò anche il progetto “Capanna solidale” in origine con un finanziamento del CSV, dove un mio sogno, nato sempre con Samuel e Veronica, si concretizzò: avevo visto lo stupore e l’allargamento del cuore dei miei gemelli quando li avevo portati davanti al mare per la prima volta e volevo che tutti i bambini del carcere avessero un’esperienza simile. Volevo che vivessero l’esperienza degli “ampi orizzonti” dopo avere avuto quella degli orizzonti ristretti e angusti.

Quando la Regione ci fece diventare Associazione di Promozione Sociale (APS), non potemmo più appartenere al Centro Servizi per il Volontariato (CSV) e non avemmo più il finanziamento per il progetto spiaggia. Per un anno andammo alla spiaggia privata vicina, al Paciuka, dove ci chiesero un affitto meno alto che non nella spiaggia comunale, per la capanna. Successivamente, il Comune di Venezia, dopo reiterate richieste, ci diede la capanna gratis per portarci i bambini del carcere e coloro che non avevano i genitori che li accompagnassero in vacanza. Questo aiuto è durato fino all’anno in corso (2025), anche se non c’è più il servizio di accompagnamento dei bambini, ma “la capanna solidale” viene data a turno alle famiglie che non possono permettersela economicamente.

Questo progetto non è certo stato l’unico: non ci si può occupare dei bambini senza occuparsi anche delle loro madri e dei loro padri detenuti. Cominciammo con le madri, visto che le conoscevamo bene e le incontravamo ogni giorno quando ci affidavano i bambini da accompagnare fuori.

Rispondemmo ad un bando regionale con una proposta di progetto educativo, che, nato come annuale, divenne triennale. Implicava educazione alimentare; organizzazione degli spazi del nido, per migliorarlo, come si fa con la propria casa; scambio di idee sul proprio ruolo materno; coinvolgimento delle madri detenute in forme di espressione artistica di carattere pittorico. Tra le persone che entrarono a fare qual progetto c’erano: una pediatra, due giovani psicologhe, due insegnanti, una professoressa universitaria, che ne era responsabile ed era anche vice-presidente della Associazione: Maria Ida Biggi. Con lei e con la presidente, lavorarono Francesca Emili, Eleonora Ruggenini, Cosima Caracciolo, Annabruna Faedo. Cosima e Annabruna abitavano in un paese della provincia di Venezia, ma tutte le altre persone erano veneziane e accompagnavano pure i bambini all’asilo-nido comunale. Tutte lavorarono con grande coinvolgimento personale, accompagnando le madri e i bambini anche dopo la loro detenzione quando questo fu possibile.

Oltre a produrre rapporti importanti, il progetto fece nascere un po’ alla volta una bellissima tela, che andò a decorare la stanza del carcere dove vivevano madri e bimbi.

Il progetto educativo triennale fu solo il primo di una lunga serie di progetti finanziati dalla Regione del Veneto, che ricordo qui solo per i loro titoli significativi: “Crescere in carcere serenamente”, “Essere madri in carcere”, tenuto in parallelo al progetto finanziato dalla Coop adriatica per la Casa Circondariale maschile di S. Maria Maggiore, dal titolo “Essere padri in carcere”, “Lavorare per i propri figli”, ecc. L’idea di fondo di questi ultimi due progetti era quella di far sentire ai bambini che erano fuori dal carcere, lontano dai genitori, che madri e padri li pensavano e preparavano con cura i loro incontri.

Ma cercammo anche di dare a tutte le detenute del carcere un impegno che potesse un giorno trasformarsi in un’abilità di carattere lavorativo: nacque così il progetto “Ricuciamo”, che, come dice il suo nome, doveva avviare le detenute ad aggiustare e ricucire, orli di pantaloni e indumenti vari, lenzuola, ecc.

Lo guidava una brava sarta, Nerina Bado, che non permetteva si facessero le cose male, ma riusciva a far produrre alle donne dei bei lavori, di cui andavano fiere. Con un finanziamento a parte ottenemmo i soldi per acquistare una macchina da cucire e tutto ciò che serviva. Presto il laboratorio prese una piega diversa da quella che volevo (pagare le detenute, che facevano delle riparazioni sartoriali alle persone che frequentavano il carcere, sul loro “libretto”) e divenne un posto dove si facevano invece grembiulini o bambole o altri oggetti carini da regalare a chi veniva ai colloqui. Di certo era più divertente, ma così il laboratorio non avrebbe presto più avuto dei fondi con cui comprare le stoffe e soprattutto pagare la sarta. La Direzione finì per mandare da Nerina molte detenute con problemi psichiatrici, ma non contribuì a farmi trovare i finanziamenti e alla fine il laboratorio, come avevo temuto, non poté continuare. Nonostante le mie reiterate richieste, non ci fu mai restituita la macchina da cucire!

Nel progetto del carcere maschile “Essere padri in carcere” era coinvolta anche la Coop, che ci finanziò, perché l’idea era quella di far preparare ai padri delle torte da condividere con i bambini quando fossero andati in visita al papà.

Ogni progetto che si faccia in carcere e per il carcere deve avere l’assenso del direttore dell’Istituto di Pena o Circondariale che sia, la sua firma. Quindi chi lo presenta al finanziatore, pubblico o privato, ritiene motivatamente che il Direttore lo condivida. Mi accorsi poi che le cose non stavano esattamente così: mentre all’Istituto Femminile potevamo cucinare assieme alle detenute, al maschile questo non ci fu concesso, per una serie di motivi che nessuno ci aveva spiegato prima.

Dovemmo cercare altri modi perché i figli sapessero che i padri li portavano nella mente e nel cuore: furono inventate e scritte storie originali che poi vennero rappresentate con i burattini dai detenuti, a Natale, davanti ai loro bambini. La risata dei bambini fu la ricompensa di un grandissimo lavoro, svolto con l’aiuto del teatro amatoriale “Il Go” di Lucilla Piacentini e Germano Nenzi.

Inoltre, il valente artigiano del vetro Hans Peter Neidhart, con l’aiuto di Francesca Emili, che aveva buone abilità manuali ed è psicologa (l’abbiamo già incontrata!), fece un laboratorio in cui vennero costruiti oggetti come piatti e ciotole in vetro, che i detenuti regalarono alle famiglie. Di quel progetto rimangono, nell’ingresso del Cr. circondariale, le impronte delle manine dei bambini impresse nel vetro. Nessuno sa che nascono dal nostro lavoro, come per tante altre cose.

All’interno del progetto erano anche previste azioni di accompagnamento dei figli ai padri nell’apposito spazio per i colloqui. I bambini venivano accompagnati dalle madri o dalle nonne in visita al papà, ma poi non avevano niente da fare, e si annoiavano, mentre gli adulti parlavano. Per favorire le visite, pensammo di dare un supporto ai bambini.

Alcune operatrici della Gabbianella, tra cui le giovani psicologhe Teresa Manoli e Martina Bolzonella, con altre bravissime ragazze, si mettevano in un angolino, rispettosamente, per non poter sentire i discorsi dei detenuti, e accoglievano i bambini che volevano giocare un po’ con il Lego, con i puzzle, con matite e colori. E i bambini con loro parlavano e raccontavano talora dei loro stessi sentimenti. Agli inizi del progetto, per capire come le cose potessero funzionare, andava anche la sottoscritta e raccoglieva testimonianze del tipo: “Odio gli agenti, perché tengono qui rinchiuso il mio papà”.

Molti di quei bambini finiscono per compiere reati non appena diventano adolescenti, non per una questione genetica, ovviamente, ma per motivi di carattere sociale e psicologico. Lavorare con loro è una forma di prevenzione della delinquenza.

La cura dei figli dei detenuti che vivono all’esterno del carcere è argomento di cui si occupa da molti anni un’associazione famosa nel settore, “Bambini senza sbarre”, con cui “La gabbianella” ha lavorato a lungo prima per naturale affinità, poi perché partner in un progetto comune. Questa associazione ha sempre usato modalità diverse però: ha pensato di preparare i bambini agli incontri e di non assistervi, sia pure discretamente, come fece “La gabbianella”, per non turbare in alcun modo la privacy delle famiglie. Anche a posteriori, ritengo che entrambi i sistemi fossero utili e che molto dipenda da come si lavora e con chi.

Anche per avere uno spazio più grande della sala colloqui, lunga e stretta, nonché disadorna (così era fino a qualche anno fa), accettammo l’idea della Direttrice di realizzare un suo progetto volto al recupero del chiostro interno dell’ex Convento di S. Maria Maggiore, perché genitori e figli potessero incontrarsi lì. Nacque il progetto “Lavorare per i propri figli”, dove, sotto la guida di validi artigiani, coordinati a loro volta dagli architetti Calafati, vennero preparati degli spazi adatti ad accogliere i bambini. Lo scopo del progetto era duplice: favorire gli incontri tra detenuti e famiglie ed insegnare un mestiere ai detenuti, perché potessero esercitarlo all’uscita. Per questo eravamo anche legati in una partnership con il Centro edili di Venezia.

Dopo il primo anno, la Regione ci rinnovò il finanziamento e la squadra che si era creata avrebbe voluto continuare a far costruire ai detenuti ogni cosa necessaria o semplicemente carina ed utile, ma la Direzione non volle e dichiarò che il lavoro migliore era quello “interiore”. Per fare introspezione, precisò anche che avremmo dovuto fare teatro con il valente regista Michalis Traitsis, licenziando così i nostri bravi architetti, che avevano avuto la pretesa di far costruire ai detenuti, anziché alla squadra che lavorava tradizionalmente in carcere, delle cose utili per imparare un mestiere.

A lavori terminati, fu invitata la TV e si vide un bambino che interrava una pianta con il suo papà. Ma dopo la trasmissione quel bambino non innaffiò mai la piantina: lo spazio non veniva utilizzato, perché la Direzione non ne organizzava l’utilizzo. Poi, a dare una risposta convincente e vera al mancato utilizzo della cosiddetta “Area verde” arrivò il Covid e tutti i colloqui furono sospesi.

Mi è stato detto che la nuova direzione ha aperto quello spazio e spero che sia davvero sfruttato bene.

“Con il vento tra i capelli” – Contributo di Cosima Caracciolo.

Dal nutrimento materiale a quello spirituale – Contributo di Francesca Emili ed Eleonora Ruggenini.

Contributo Teatro del Go.

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