L’idea è di quelle dure da far passare: sfruttare la disponibilità all’adozione anche per l’affidamento, visto che più della metà degli affidamenti dura oltre i due anni canonici e molti sono “ sine die”. L’ostacolo strutturale al passaggio facile da un istituto all’altro sono i diversi requisiti ( l’eterna storia del matrimonio). Se diventano uguali cade  l’accusa agli affidatari di voler aggirare la legge sull’adozione. Inoltre se la formazione è la stessa ( in Tribunale) e poi si diversificano le disponibilità a seconda dei casi concreti , si trova casa per tanti bambini. È venuto meno il vincolo di tenere nella famiglia d’origine chi ha nella stessa  qualche rapporto affettivo, con la sentenza della CC n. 183/23. Naturalmente, prima di dichiarare adottabile un minore, bisognerebbe fare tutto il possibile per aiutarlo nella sua famiglia, dando aiuti di vario genere ai genitori e ai parenti che ne fanno le veci. Tra gli aiuti anche forme di affidamento diurno, oltre che sostegno per dare una casa e un lavoro ai genitori, e assicurarsi che i bambini, anche piccoli, frequentino la scuola ( dalla materna in poi). Nei casi più a rischio, addirittura seguendo la madre e il neonato attraverso i consultori. Insomma prevenire prima e sostenere poi. L’adozione rimane l’ultima ratio, ma sotto la formula dell’adozione aperta tutto diventa più umano e fattibile .

Segue l’approfondimento di Carla Forcolin

Partiamo dai fatti. Ci sono più di 33.300 minori fuori famiglia e tra questi 15.000 sono in affido e 18.000 in strutture come comunità e case famiglia.

Visto che ogni minorenne ha bisogno (oltre che diritto) di crescere e formarsi in famiglia, perché sono così tanti i bambini-ragazzi che una famiglia non ce l’hanno?

Partiamo da quelli che sono in affidamento, i 15.000 che hanno una famiglia a metà, in quanto sono seguiti da sostituti genitoriali, che però non hanno piena responsabilità genitoriale su di loro. Sostituti paterni e materni che potrebbero essere sostituiti dai Servizi Sociali in qualsiasi momento, come se non contassero nulla. In effetti non contano nulla: se il bambino è piccolo/a non possono sceglierne la pettinatura, se è grande il corso di studi. Se il minore viene loro tolto contro la loro volontà e quella del minore non possono ricorrere perché nel processo non sono parte processuale.

E’ difficile essere genitori sempre, come si può essere validi sostituti genitoriali vivendo sempre nell’incertezza? E come possono crescere quei giovani che, se sono piccoli, non possono che vivere la sofferenza di chi teme di essere staccato da chi li cura con amore per essere riconsegnati ai genitori biologici, quando gli stessi stanno bene, e che tornano a maltrattarli quando stanno male?

Chi trascorre anni ed anni in affidamento non può che risentirne. C’è bisogno di qualche certezza per crescere bene. Gli affidamenti nascono come istituti a tempo e tali devono rimanere. Se dopo due anni nulla è cambiato nella famiglia d’origine, bisogna pensare all’adozione e non a rinnovare l’affidamento. Possibilmente all’adozione nella stessa famiglia affidataria, se questa lo desidera e se il bambino lo desidera. Lo decide un tribunale, non è automatico. In caso contrario, si deve scegliere una famiglia adottiva nuova e curare il passaggio dall’una all’altra.

Naturalmente la soluzione migliore è il ritorno nella famiglia d’origine, magari con il sostegno esterno di qualche figura educativa (gli stessi affidatari?). Ma se questo non è possibile, oggi la sentenza della CC n. 83/23 permette di adottare dei bambini, permettendo loro delle relazioni affettive con membri della famiglia d’origine, capaci di relazioni occasionali affettuose, ma non di cure continuative. E quindi questa è una strada da percorrere. Se si vogliono far crescere bene dei bambini, nati in famiglie “a rischio”, non c’è altra strada: affidamento e, se la famiglia non diventa capace di crescerlo/a, adozione aperta. Se la famiglia d’origine diventa capace di dare cure genitoriali invece o magari ha solo bisogno di un supporto esterno, glielo si dia.

Applicando queste formule non dovrebbe essere impossibile ridurre il numero dei minorenni in affidamento, ma bisogna dire subito che si deve intervenire finché il bambino è al di sotto dei dieci anni, poi diventa sempre più difficile e gli stessi Servizi Sociali temono che nemmeno la migliore delle famiglie potrebbe recuperare quelle personcine già rovinate da sofferenze precoci. Rimandare certe scelte difficili significa … scegliere comunque, a danno dei bambini.

Ma qui è il problema. Scegliere dove ci vorrebbe la sfera di cristallo è fortemente problematico. Si rimanda sperando di raccogliere dati nuovi, che mai arrivano. Il bambino/a cresce, diventa difficile … scegliere è ancora più problematico. C’è chi è contro l’affidamento a priori e se le cose vanno male gli ass. soc. ne risentono, perdono prestigio. Il potere politico tende oggi a dare più importanza alla legge del sangue invece che a quella degli affetti: non si sceglie, può essere pericoloso. Gli esempi in tal senso non mancano.

E intanto i figli crescono e poi si scopre che moltissimi ragazzi tra coloro che commettono reati non hanno avuto vere famiglie solide e affidabili. Non sto dicendo che delinquere se non si ha avuto una famiglia è automatico, dico che è più facile.

C’è anche chi delinque per affermare la propria personalità in contrasto con quella dei genitori, ma si tratta di ragazzi/e che, con la maturità, finiscono per superare le difficoltà; i ragazzi che non le superano sono soli e convinti che l’unica legge che governa il mondo sia quella del più forte. Ci vuole un grande senso etico per accettare un’altra legge, diversa da quella del più forte che vige nel mondo, e il senso etico nasce in famiglia e nasce dall’esempio coerente.

Io sostengo che se si vuole che migliori la società bisogna andare alle radici del problema, bisogna sostenere le famiglie e incrementare l’aiuto reciproco delle stesse. I ragazzini violenti, le baby-gang, coloro che vedono nelle droghe l’unico sollievo all’ansia e al disagio non sanno che si può essere sereni e contenti solo stando con persone care a condividere qualcosa di piacevole: dal buon pasto al bagno in mare, alla semplice chiacchierata. Cercano sollievo nelle droghe e le droghe diventano un valore comune. Per avere le droghe ci vogliono i soldi, che sono anche il vero segnale di forza e potenza in questo mondo e i soldi diventano l’unico vero valore condiviso. Non importa come ci si è procurati i soldi.

Se manca il senso etico scatta da una parte il desiderio di denaro, dall’altra il desiderio di affermare se stessi, rifiutando ogni frustrazione e da qui nascono i delitti motivati dalla rabbia: se una ragazza/una donna rifiuta un ragazzo/un uomo, per rabbia la si uccide. Gli altri contano solo in funzione di un appagamento. Se questo viene rifiutato, la mancanza di rispetto per la loro vita porta perfino all’omicidio, al femminicidio. Per futili motivi, dice la legge. Perché nessun freno interiore inibisce la spinta aggressiva: non c’è stata famiglia, né di sangue né sostitutiva, non c’è senso morale.

La famiglia è necessaria per crescere bene; necessaria, non sufficiente, ma necessaria è molto. Quindi cerchiamo di darla a chi non ce l’ha. E a chi è in affidamento ( istituto debole) diamo una famiglia più forte.

Sono di più i ragazzi in comunità e in case famiglia di quelli in affidamento: come mai? Per i motivi visti prima (scelte difficili, percorrenza di strade note, ritardo nelle scelt). Che fare per loro?

Intanto capire come mai si trovano lì, poi capire i loro desideri, espressi e inespressi (ci vuole un /a bravo/a psicoterapeuta). Infine trovare per loro delle soluzioni. Le soluzioni possibili sono sempre le stesse: ritorno nella famiglia d’origine, magari sostenuta; famiglia affidataria; famiglia adottiva; casa-famiglia; comunità di coetanei/e, a seconda dei casi e delle circostanze. E per fare questo bisogna entrare in contatto con i ragazzi e ascoltarli. Ci vogliono equipe capaci di comprensione e relazione empatica. Non tutto sarà risolto così, ma molto sì.

Sul piano delle leggi questo comporta la necessità di dare dei vincoli che impediscano di rimandare le scelte all’infinito e dare forza all’affidamento, nonché rendere più praticato l’eventuale passaggio dall’affidamento all’adozione.

Ma mancano le disponibilità all’affidamento e non si devono confondere i due istituti, si dice. Si può rispondere che i genitori affidatari si trovano in gran parte tra coloro che aspirano all’adozione, se si spiega bene loro in cosa consiste l’adozione, che non è mai possesso, come non lo è nella filiazione biologica.

Bisogna prendere atto che l’unico modo per dare famiglia a chi non ce l’ha nel mondo attuale è permettere l’adozione aperta e le leggi e le sentenze della Corte Costituzionale oggi ci permettono di farlo, ma bisogna smettere di averne paura e cominciare ad applicarle veramente.

Propongo quindi:

  • Formazione comune per aspiranti genitori adottivi e affidatari, spiegando loro esattamente quali bisogni hanno i bambini resi adottabili e quelli posti in affidamento;
  • Requisiti comuni per l’adozione e l’affidamento: 45 anni al massimo di differenza d’età dal minore che si accoglierà e possibilità di rendere genitori anche i single. Ovviamente valutando gli aspiranti genitori uno ad uno con cura, a prescindere dal matrimonio, anche se una bella coppia solida è sempre la situazione ideale (ma la solidità non è mai certa).
  • Passaggio eventuale dall’affidamento all’adozione dopo due anni se la famiglia d’origine non si riprende e forme di adozione aperta, che non tolgano affetti, ma ne aggiungano.
  • Dare agli affidatari la possibilità di ricorrere contro sentenze che tolgano loro i minori e lasciarli dove già si trovano finché non si arriva alla sentenza definitiva.

Il tutto nella logica per cui nessuna persona appartiene a qualcuno e i bambini devono essere curati con tutto l’affetto possibile nella crescita. Chi si prende cura di loro deve aiutarli ad armonizzare gli affetti.

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